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Certosa di Firenze

Capitolo

Il capitolo è situato sul lato settentrionale del chiostrino del colloquio; questa sala è l’ambiente dove i monaci si riuniscono giornalmente per ascoltare un capitolo della regola e per prendere decisioni importanti o affrontare problemi concernenti la vita della comunità.

Originariamente, come si deduce dalla porta trecentesca murata sul lato del chiostro, aveva un orientamento diverso dall’attuale: rispettando lo schema tipico delle certose, l’altare era posto sul muro confinante col chiostro grande. La porta trecentesca è ancora visibile nel chiostrino, si distinguono infatti le bozze squadrate dei piedritti e le mensole con l’architrave sobriamente decorato da uno stemma. La luce, all’interno della sala, proveniva da una finestra a rosone posta al di sopra della tettoia del loggiato originario; ancora oggi le bozze della finestra sono visibili dall’ambulacro superiore, che fu costruito nel XVI secolo.

La ristrutturazione del Capitolo trecentesco avvenne in due tempi: tra gli anni 1496-1501 e 1539-1550. Nel primo periodo fu modificata l’orientazione della sala: l’altare fu posto sulla parete verso il refettorio, la porta fu spostata nel corridoio che collega il chiostro del colloquio al chiostro grande. La data del 20 luglio 1501, incisa sulla porta d’ingresso, si riferisce alla sistemazione della porta medesima, e lascia supporre che l’interno doveva essere agibile. I pannelli intagliati e intarsiati, che compongono la porta, sono caratterizzati da un eccessivo gusto per l’ornamentazione. Per quanto riguarda l’attribuzione, nulla contrasta con l’ipotesi che il realizzatore dell’opera fosse un legnaiolo entrato nell’ordine certosino.

La Crocifissione di Mariotto Albertinelli è del 1506 e risente nell’impianto generale di Fra Bartolomeo e soprattutto del Perugino. La cornice che delimita l’affresco presenta splendidi intagli con motivi a grottesche e può essere attribuita a Giovanni della Bella e Matteo di Cecco, gli stessi autori del Lavabo.

Nel 1539 Leonardo Buonafè, che aveva scelto il Capitolo per la propria sepoltura, affidava a Francesco di Giuliano da Sangallo l’esecuzione del pavimento in marmi colorati. Probabilmente subito dopo la realizzazione del pavimento si provvedette alla sistemazione delle panche lignee, attribuibili, sebbene queste presentino un più pregevole intaglio, a Francesco di Graziadio, come quelle del colloquio. La definitiva sistemazione del capitolo dipendeva solo dalla morte di Don Leonardo Buonafè per eseguire l’effigie marmorea sopra la tomba che avrebbe accolto i suoi resti mortali. Il Buonafè morì, come vescovo di Cortona nel 1545, ma solo nel 1549-1550 il Sangallo ne eseguì l’effigie. In questo rilievo marmoreo Sangallo esprime le sue più alte qualità di scultore e ritrattista. L’opera è ispirata ad un profondo naturalismo che si manifesta nel modo di trattare le vesti, nell’accurata descrizione delle mani, ma soprattutto nel volto.