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Certosa di Firenze

Chiostro dei monaci

Del chiostro trecentesco composto da dodici celle non è rimasta traccia, sia le celle che le strutture originarie hanno subito grandi variazioni nel corso dei secoli. Nel 1359 Niccolò Acciaioli lasciò scritto, nel secondo testamento, che il chiostro venisse ampliato, da ciò si deduce che il complesso fosse già terminato e completo.

Il chiostro originario doveva ospitare le dodici celle prescritte dall’ordine, quindi era sicuramente più piccolo di quello odierno. Inoltre anche le celle del lato settentrionale del colle , dalla parte del bosco, erano corredate di orto come le altre, rispettando così i rigidi ordinamenti della regola certosina. Il chiostro, quindi, era più stretto dell’attuale e, considerando il minor numero di celle, rimaneva libera una lunga striscia di terreno compresa nei bastioni sul lato sud orientale del colle, cioè dalla parte dove si stava costruendo il palazzo dell’Acciaioli.

Giovanni della Robbia, s.EvaLa facciata delle celle verso il bosco era probabilmente allineata con il corridoio che collega il chiostro agli altri locali della Certosa, disposizione che è sostanzialmente adottata anche in altre certose di questo periodo, come ad esempio a Calci, a Farneta e a Pontignano. Nei documenti risalenti alla fine del XV secolo e che testimoniano la ricostruzione totale del chiostro affinché ospitasse 18 celle, non risulta che nessuna delle celle esistenti fosse senza orto; anzi sembra che in un primo momento il priore volesse che tutte le nuove celle fossero dotate del proprio orto e solo in seguito, per mancanza di spazio, si ricorresse alla costruzione delle loggette verso il bosco.

Il lato sud orientale del chiostro doveva essere allineato con la chiesa monastica e le cappelle. In questo modo l’orto si sarebbe trovato allo stesso livello del chiostro, e non più in basso come invece è adesso.

Giovanni della Robbia, s.GiorgioLa lunga striscia di terreno, situata al livello degli orti odierni, doveva essere la zona a cui pensava Niccolò per la realizzazione del giardino del suo palazzo. In questo modo il giardino era compreso nella cinta muraria ma era ben distinto dal monastero vero e proprio grazie al dislivello dei due piani.

La posizione altimetrica del chiostro doveva essere in linea di massima uguale a quella odierna, in quanto era dovuta all’altezza del colmo della collina, su cui erano stati edificati la chiesa e il capitolo.

Nel 1491 iniziò la ricostruzione totale del chiostro grande, operazione che si protrasse per più di venti anni e a cui lavorarono numerose maestranze di abili artigiani. La maggior parte delle opere realizzate in questo periodo sono attribuite alla volontà di don Leonardo Buonafè, grande personalità ecclesiastica e mecenate delle arti, che, priore dal 1496 al 1500, incentivò il rinnovamento del monastero fino dal 1486, quando era procuratore sotto il priorato di don Piero de’ Pioli da Milano.

Fin dall’inizio dei lavori, furono stabilite le caratteristiche formali e strutturali del complesso. La pianta del chiostro fu ingrandita: i lati settentrionale e meridionale furono spostati verso l’esterno per realizzare un vasto chiostro quadrato, ottenendo così un equilibrato rapporto tra le dimensioni (circa 70 x 60 mt.), come era richiesto dalla nuova sensibilità artistica.

L’entrata dal corridoio delle osservanze non è più in asse con il loggiato, e quindi l’attenzione non viene più focalizzata sulla fuga prospettica delle colonne ma sull’ampio spazio centrale, attorno al quale si aprono le arcate.

I lavori al chiostro grande, interrotti dal 1494 al 1496 per gli interventi al refettorio e al capitolo, continuarono senza interruzione per tutti i primi venti anni del XVI secolo. Nel 1520 vennero eseguiti i lavori di finitura, come ad esempio il muretto di basamento dei colonnati, l’ammattonamento delle gallerie e l’imbiancatura delle murature. Nel 1523-1524 il Pontormo realizzò i cinque affreschi raffiguranti episodi della Passione e Resurrezione di Cristo, che attualmente sono conservati in Pinacoteca.

Il chiostro dei monaci è detto anche chiostro delle celle perché su tre lati sono disposte le 18 celle per i monaci.

Il quarto lato invece è occupato dalla parete di fondo della chiesa e dagli ambienti situati parallelamente ad essa: cappella delle reliquie, sagrestia, capitolo, refettorio e dispense.

Una cella dei monaciLa struttura delle celle è visibile dall’esterno e dai tetti che emergono al di sopra delle gallerie del chiostro. Le porte di ingresso alle singole celle sono contrassegnate da una lettera dell’alfabeto e sormontate da affreschi a forma di lunette, eseguiti da Piero di Matteo nel 1520, ad eccezione della lunetta sopra la porta della cella A che è di Tommaso Redi del 1717.

Accanto ad ogni porta c’è uno sportello che serviva ad introdurre i cibi.

Nella cella, il piccolo mondo del certosino, il monaco trascorreva l’intera sua vita, uscendo solo per le celebrazioni liturgiche notturne e diurne e nei giorni di festa per la refezione comune. I locali a disposizione del monaco sono: al piano terreno, il giardino con la cisterna, il laboratorio e la legnaia; al piano superiore, posto all’altezza degli ambulacri del chiostro, tre stanze, oltre il piccolo corridoio di ingresso, che servivano per mangiare, studiare e riposare. In queste stanze sono conservate alcune suppellettili proprie del certosino.

I pennacchi degli archi dei quattro lati del chiostro, sorretti da colonne con capitelli finemente lavorati, furono decorati tutti da Pietro di Matteo intorno al 1520. Tra gli archi dei loggiati e sopra ogni colonna, entro occhi in pietra serena, furono collocati nel 1523, 66 busti in terracotta invetriata da Giovanni della Robbia. I personaggi raffigurati nei busti sono così distribuiti: nel lato meridionale alcune illustri figure dell’Antico Testamento; in quello occidentale apostoli ed evangelisti; in quello settentrionale sante, tra cui diverse martiri; in quello orientale santi, tra cui diversi fondatori di ordini monastici e dottori della chiesa.

I due rettangoli, all’interno del chiostro, verso la galleria della chiesa, sono adibiti a cimitero dei religiosi: quello di destra per i monaci, l’altro per i fratelli conversi.

Al centro del prato è collocata la cisterna o pozzo, che fu eseguito nel 1521 da Francesco di Gabbriello.