Bocca di Magra: 31 ottobre – 1-2 novembre 1992
Esercizi Spirituali ai giovani e agli adulti
Cammina davanti a me
1ª Meditazione Salmo 42
Un pellegrinaggio, un cammino che ci vuole condurre ad una
comunione più intensa e più autentica con il Signore e che, come tutti i
cammini, deve partire da lì dove noi siamo, dalla nostra condizione attuale.
Questo cammino lo faremo lasciandoci guidare da alcuni
salmi. I salmi sono: preghiere che la Chiesa usa regolarmente, sono preghiere
che Gesù ha usato nella sua vita, sono un nutrimento solido per la nostra fede
e per la nostra speranza.
È vero che per certi aspetti, forse, non sono così facili
perché non li abbiamo abbastanza familiari, non li frequentiamo con molta
assiduità e, quindi, può darsi vi si richieda un po’ di sforzo; credo che alla
fine il risultato, il premio dovrebbe esserci.
Il punto di partenza lo prediamo dai Salmi 42-43. È un unico
Salmo che la Bibbia intitola: «Lamento del levita esiliato».
Dice così:
SALMO 42 (41)
[1] Al maestro del coro. Maskil. Dei figli di Core.
[2] Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia
anela a te, o Dio.
[3] L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando
verrò e vedrò il volto di Dio?
[4] Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi
dicono sempre: «Dov’è il tuo Dio?».
[5] Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso
la folla avanzavo i tra i primi fino alla casa di Dio. in mezzo ai canti di
gioia di una moltitudine in festa.
[6] Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.
[7] In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo
del paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Mizar
[8] Un abisso chiama. l’abisso al fragore delle tue cascate;
tutti I tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati.
[9] Di giorno il Signore mi dona la sua grazia, di notte per
lui innalzo Il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente.
[10] Dirò a Dio, mia difesa: «Perché mi hai dimenticato?
Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?».
[11] Per l’insulto dei miei avversari sono infrante le mie
ossa; essi dicono a me tutto il giorno: «Dov’è il tuo Dio?»
[12] Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto mio Dio.
SALMO 43 (42)
[1] Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro
gente spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace.
[2] Tu sei il Dio della mia difesa; Perché mi respingi,
perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?
[3] Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a
guidarmi, mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore.
[4] Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio
giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.
[5] Perché ti rattristi, anima mia, Perché su di me gemi?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.
Questo è il Salmo, il lamento del levita esiliato.
«Levita» vuol dire un funzionario del culto, uno che viveva
nel tempio di Gerusalemme e che faceva servizio nel tempio.
Per qualche motivo che non conosciamo, questo tizio è stato
cacciato lontano; è in esilio, lontano da Gerusalemme, 250/300 Km a nord verso
le sorgenti del Giordano.
E qui, naturalmente, esprime la sua nostalgia, il desiderio
di ritornare nella sua casa, ma soprattutto di ritornare nella casa del
Signore.
Perché siamo partiti da questo Salmo?
Perché rappresenta la condizione dell’uomo!
L’uomo non è forse lontano da Dio, in qualche modo in
esilio?
Secondo il libro della Genesi quando Dio ha creato l’uomo,
l’ha fatto a sua immagine e somiglianza; lo ha quindi messo vicino a se in un
rapporto di familiarità con lui; è quasi capace di parlare faccia a faccia con
Dio.
Poi c’è stata l’esperienza del peccato, ed il peccato ha
allontanato l’uomo da Dio.
In qualche modo l’uomo è un esiliato: ha desiderio di vita
ma è lontano dalla vita; ha desiderio di bene però conosce la realtà del male,
dell’inganno e della cattiveria. È in qualche modo, appunto, un esiliato che
desidera nel suo cuore il ritorno in patria o, se volete, «il figliol prodigo»
che ha abbandonato la casa di suo padre perché la presenza del papà gli dava
fastidio, gli impediva la libertà che lui cercava.
Ma lontano dalla casa di suo padre ha trovato la fame e
l’umiliazione, e allora dice: «Mi alzerò e tornerò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te».
Il figliol prodigo incomincia quel cammino che è un camino
di ritorno.
Bene, siamo anche noi in questo atteggiamento: la nostra
vita conosce la distanza da Dio, la distanza dal bene, e proprio questa,
suscita il desiderio.
Se avete notato, il Salmo è diviso in tre strofe e lo si
vede perché c’è il ritornello alla fine di ogni strofa, sempre uguale.
La prima è la strofa della nostalgia: questo levita pensa al
passato e alla sua contentezza quando era presente sempre davanti al Signore
nel tempio.
La seconda strofa è quella del presente, dell’angoscia:
adesso si trova in una condizione di miseria, di paura.
La terza è la strofa della speranza: spera di poter andare,
di poter ritornare al Signore.
Naturalmente il Salmista tutto questo Salmo lo vive come
desiderio interiore; non si muove da dove sì trova, però nel suo cuore, nel suo
spirito fa’ un pellegrinaggio, fa un cammino verso il tempio di Gerusalemme,
che vuole dire per lui un cammino verso Dio.
E allora ci richiama a quello da cui siamo partiti: la vita
spirituale vista come un cammino, un pellegrinaggio, una salita (diceva S. Giovanni della Croce: «salita al monte
Carmelo») come un ritorno a casa.
E perché è un ritorno a casa?
Perché Dio non è un estraneo per noi, da raggiungere
attraverso un cammino misterioso e faticoso; Dio è la sorgente della nostra
vita da ritrovare.
Il Signore ci ha fatti per Lui, portiamo dentro al nostro
cuore l’immagine di Dio, l’impronta di Dio.
Si tratta quindi di ritrovare questa impronta, di ritornare
alla profondità, alla nostra origine. Quando S. Teresa d’Avila immagina il
cammino di santificazione, lo immagina come un ritorno dell’anima dentro a se
stessa.
Dice: molte volte l’uomo è lontano da se stesso, non è con
il suo cuore; è disperso, è in mezzo alle cose, ai problemi, alle difficoltà,
alle paure. Vuoi fare un cammino di santificazione? Devi ritrovare dentro al
tuo cuore la presenza divina, devi fare un pellegrinaggio verso Dio che vuole
dire anche verso il centro di te stesso.
Bene, così dice allora il salmista e vediamo come procede.
Riprendiamo la prima strofa.
«Come una cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia
anela a te, o Dio. La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrà e
vedrà il volto di Dio?».
La prima immagine è dura: alle volte noi la rappresentiamo
come una cerva tranquilla e serena che beve ad un torrentello. Ma il Salmo non
vuole dire questo. Vuole dire: la delusione, l’angoscia della cerva che è corsa
al torrente per dissetarsi e l’ha trovato secco e che, quindi, non riesce a
soddisfare il suo bisogno di acqua, di vita; bramisce quindi ai corsi d’acqua
senza potersi dissetare:
«Come una cerva anela ai corsi d’acqua, così la mia anima
anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente…».
E prende l’immagine della sete, l’immagine della fame. Sono
immagini di un bisogno immediato dell’uomo: non c’è bisogno di ragionare tanto;
quando abbiamo fame e sete lo sentiamo, e questo ci condiziona, ci spinge e ci
obbliga a cercare il cibo e la bevanda.
Il bisogno di Dio è più difficile da percepire. Non lo
sentiamo sempre così vivo. Però ci sono momenti della nostra vita in cui non se
ne può fare a meno, in cui il bisogno di Dio diventa prepotente, forte.
Abbiamo bisogno di vita, abbiamo bisogno di consolazione e
di speranza, di cose che solo il Signore è in grado di darci.
E così è stato per il salmista: «La mia anima ha sete di
Dio, del Dio vivente».
Vuole dire: il mio desiderio si apre non solo a delle cose
materiali; anche a quelle (c’è bisogno anche di
quelle per vivere), ma il mio desiderio è aperto alla ricerca di Dio: «quando
verrò e vedrò il volto di Dio?».
Notate allora una prima cosa strana, ma tipica: il paradosso
di questo Salmo. Il salmista è lontano da Dio, quindi per lui Dio è l’assente.
E cosa fa’? Gli parla, si rivolge a lui:
«(…) la mia anima anela a te, o Dio».
Ma se Dio è assente, perché ti rivolgi a Lui?
Proprio per questo motivo mi rivolgo a Lui, perché l’unico
modo di cercare un legame con il Dio che non ho davanti è proprio l’invocazione
e la preghiera. E questo è il paradosso di sempre della preghiera.
Pregare vuol dire costruire il rapporto con colui che è
lontano. Per questo la preghiera è difficile. Se Dio fosse davanti a noi e lo
vedessimo immediatamente, non sarebbe difficile parlare con Lui. E invece Dio è
l’assente.
Per cui alle volte, uno, quando prega, ha l’impressione di
parlare al muro o di parlare al vuoto, che non ci sia nessun orecchio che
l’ascolta o nessuna voce che gli risponde. Per questo la preghiera è difficile.
Ma per questo la preghiera è necessaria, perché non c’è altro modo di poterci
aggrappare a Dio se non l’invocazione. «La mia anima ha sete di te, o Dio», di
quel Dio che non posso farne a meno perché è il Dio vivente. È vero che anch’io
sono vivente, ma io la vita ce l’ho in prestito. Io la vita ce l’ho per qualche
anno e ce l’ho con tanti limiti perché mi viene la febbre, perché perdo la
voce, perché non riesco a fare tutto quello che vorrei e così via. La mia vita
è piena di questi limiti che la condizionano.
Eppure ho sete di una vita che sia integrale e piena, che
sia senza limiti dal punto di vista del tempo, ma soprattutto dal punto di
vista della qualità: che sia una vita bella, ricca di amore e di verità. «La
mia anima ha sete del Dio vivente».
E credo che dietro a questo modo di vedere le cose ci stia
un atteggiamento molto bello: l’atteggiamento della fiducia in Dio e il sapere
che Dio vuole la vita dell’uomo. Questo è importante!
Partite dalla consapevolezza che Dio vive e che Dio vuole la
vostra vita.
Dio è glorificato quando voi vivete, quando nella vostra
vita c’è una esperienza positiva e ricca di esistenza.
Dio non è glorificato quando l’uomo è mortificato, quando
l’uomo muore; Dio è glorificato quando l’uomo vive. «Io sono venuto perché
abbiano la vita – dice Gesù – e perché l’abbiano in abbondanza».
E il progetto di Dio è il progetto nel quale, finalmente,
verrà asciugata ogni lacrima sull’occhio dell’uomo (Ap
21, 3-4):
[3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco
la dimora di Dio con gli uomini! Tra di loro ed essi saranno suo popolo ed Egli
sarà il ‘Dio-con-loro’
[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più
la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono
passate».
Questo sta all’origine della preghiera del salmista: so che
Dio vuole la mia vita e allora mi rivolgo a Lui per poterla ricevere: «quando
verrò e vedrò il volto di Dio?».
Il volto di Dio vuole dire un Dio personale, che non è solo
una cosa o un potere o una forza, ma una persona che si desidera vedere, come
si desidera vedere l’amico.
È il desiderio di Mosè che diceva: «Signore fammi vedere
la tua faccia»; o il desiderio di Filippo che dice a Gesù nell’ultima cena:
«Facci vedere il Padre e ci basta».
Ed è in fondo il contenuto della speranza cristiana, quello
di potere vedere Dio faccia a faccia. Ma proprio questo desiderio di vedere il
Signore (e vedere il Signore vuole dire:
partecipare della sua gioia e della sua vita), ci fa sentire ancora di
più il peso della sua assenza.
E come quando uno sogna, il risveglio gli sembra più amaro;
e il salmista lo dice: «Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi
dicono sempre: Dov’è il tuo Dio?».
Questo «dov’è il tuo Dio» è lo scherno, la provocazione dei
nemici, dei beffardi direbbe la Bibbia.
Vuole dire l’atteggiamento di quelli che ti prendono in giro
per la tua fede e che ti dicono: Ma vale la pena credere? Vale ancora la pena
sperare? Prova a guardare la tua vita; non vedi che è una vita piena di limiti
e dì miserie? Dov’è il tuo Dio? Dov’è quel Dio che ti ha promesso di salvarti?
Dov’è che lo senti, che ne percepisci la presenza?
È la tentazione del cinismo, del dire: Niente vale più la
pena: non vale la pena credere e non vale la pena sperare. L’unica cosa che
conta è vivere sul momento nel modo migliore.
Questo sta dietro a quella espressione ironica, sarcastica:
«mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?”. Illuso! Continui a
sperare in Dio dopo tutte le delusioni che hai provato, dopo tutta la
percezione della sua assenza».
Eppure il Dio della Bibbia ha un nome che ricordate bene.
Il Dio della Bibbia è «Colui che è».
«Colui che è» vuol dire il Dio che è vicino e il Dio che
opera, il Dio che salva. Viene da dire, a volte, quello che hanno detto gli
Ebrei nel deserto, quando hanno sperimentato la fame e, la sete, e si sono
chiesti: «Ma il Signore è davvero con noi, si o no?»; ed era come il
disorientamento del non riuscire a collocare la presenza del Signore dentro la
propria vita: non ce lo vedo, non vedo che agisca, che salvi e che intervenga.
Per il salmista è proprio così: Dio sembra essere piombato
nel silenzio.
Il Dio della Bibbia è un Dio che parla frequentemente
all’uomo. Ci sono però anche i momenti del silenzio di Dio in cui vorremmo
sentire la sua parola di consolazione, e invece c’è il vuoto. A volte la
storia, e in particolare la nostra vita, sembra muoversi indipendentemente da
Dio e sembra che Dio non intervenga.
Sono i momenti di prova nella fede, quando «mi dicono
sempre: Dov’è il tuo Dio?». Ma che fede vuoi avere, in chi vuoi sperare in
quella condizione di miseria in cui ti trovi!
Eppure, stranamente, quando vengono questi dubbi, (e non è la cosa più simpatica e più gradevole),
in qualche modo ritorna sulla scena la presenza di Dio. Voglio dire: anche il
dubbio, che a volte ci accompagna, ci fa sentire il bisogno di Dio, ci fa
sentire il bisogno della sua presenza.
Quando ne sento la lontananza, e mi fa paura e mi da’
angoscia, ebbene, proprio questo aumenta il desiderio e aumenta il rapporto con
Dio.
Noi viviamo la fede quando gioiamo della presenza del
Signore. Ci sono dei momenti in cui lo sentiamo, in cui la vicinanza del
Signore ci consola, ci porta alla serenità, alla fiducia, e questa è certamente
una esperienza di fede.
Ma noi facciamo esperienza di fede anche quando soffriamo
per la lontananza di Dio, quando ci sembra di essere soli e abbandonati, però
ne soffriamo e ci viene il dubbio e il desiderio di Lui.
Anche la lontananza fa parte del dinamismo di un rapporto di
coppia; almeno nel Cantico dei Cantici è così: il desiderio dello sposo e della
sposa cresce proprio perché sono lontani, e allora l’incontro diventa ancor più
ricco, più gioioso. E questa è l’esperienza del nostro Salmista. «Le lacrime
sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono: Dov’è il tuo Dio?».
E qui il salmista ricorda con nostalgia il passato:
«Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la
folla avanzavo, tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia
di una moltitudine in festa».
E questo è simpatico, è nostalgia del passato, e questo è
naturale: quando uno sta male, pensa ai momenti in cui stava bene.
Ma che cosa ricorda il salmista dei momenti in cui stava
bene? (E questo non l’avremmo mai pensato).
Ricorda la Liturgia.
Cioè, quando vuole pensare a momenti belli del passato, a
momenti di gioia e di consolazione, pensa a quando entrava nel tempio, a quelle
processioni e liturgie in mezzo a tutto il popolo, «fra i canti di gioia di
una moltitudine in festa».
E questo ci sorprende e ci fa pensare.
Noi, molte volte, pensiamo alla liturgia come a un debito da
pagare al Signore, come una tassa, e siccome uno le tasse le paga mal
volentieri, va a finire che la liturgia uno la vive, ma non sempre volentieri.
Bisogna pagare le tasse, e va bene; paghiamo per poterne venire fuori; andiamo
alla Messa… per poter venire fuori.
Esagero, ma voglio dire che è importante ritrovare questo
senso della liturgia come momento di gioia, momento festivo da vivere con calma
e senza fretta: con la gioia di stare in mezzo agli altri, di confondere le
voci nel canto assieme a quelli che mi stanno accanto, poter esprimere la lode
e lo stupore davanti alla grandezza di Dio e poter sentire, attraverso la
liturgia, che il Signore ci circonda e protegge la nostra vita.
Questa è la nostalgia del salmista; e questo diventa un
insegnamento per noi.
Allora, «Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me
gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».
Allora mi trovo in una condizione di tristezza e faccio una
specie di preghiera, di autosuggestione. Mi rivolgo a me stesso e mi dico: Su,
fatti coraggio, continua a sperare: «Perché ti rattristi, anima mia, perché
su di me gemi? Spera in Dio».
È una preghiera che dovrebbe produrre la serenità e la calma
in un momento di tensione. Ma non sembra che la preghiera faccia effetto, o
perlomeno non fa effetto subito, perché continua il salmista:
«In me si abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo dal
paese del Giordano e dell’Ermon, dal monte Mizar. Un abisso chiama l’abisso al
fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono
passati».
Vuole dire: ho tentato di farmi coraggio, ma in realtà, in
me si abbatte l’anima mia, sento che ricado in me stesso, nella tristezza di
prima, che ricado nell’angoscia e nel senso di abbandono di prima; allora di te
mi ricordo, del Giordano, dell’Ermon.
Notate, perché questo è significativo; dice: «In me si
abbatte l’anima mia; perciò di te mi ricordo». Che vuole dire spostare
l’attenzione dalla mia tristezza alla grandezza di Dio.
Capita quando siamo tristi, a me e a qualcuno di voi, che la
tristezza diventa il mondo intero e non vediamo niente altro: abbiamo avuto una
delusione, e questa sembra cancellare ogni cosa bella.
Non c’è più il sole, non più gli amici; non ci sono più i
fiori e niente di bello; tutto è diventato grigio perché la nostra tristezza
tinge di scuro tutte le cose.
Allora bisogna spostare l’attenzione: non stare a fissare la
tua tristezza, non è mica l’unica cosa al mondo! Prova a guardarti intorno e
prova a guardare verso il Signore. La mia anima si abbatte dentro di me, e
allora mi ricordo di te; sposto, cioè, l’attenzione: il Signore rimane grande e
bello; il Signore rimane nella gioia.
Charles de Foucauld ha una strana preghiera in cui dice:
Anche quando sono triste, mi basta che tu sia nella gioia, mi basta che tu, sia
contento; allora la tua gioia diventa anche la mia gioia. Sono contento per te.
Sono contento di te anche quando non mi piaccio, anche quando la mia vita mi
appare pesante. «Perciò di te mi ricordo dal paese del Giordano e
dell’Ermon, dal monte Mizar».
E qui c’è un elemento geografico che dobbiamo richiamare.
Vuole dire: il nostro salmista era in esilio alle sorgenti
del Giordano, più o meno nelle alture del Golan, quindi parte nord orientale
della Palestina, verso Damasco. Siamo ai piedi del monte Ermon, che è la punta
meridionale della catena dello Anti-Libano: monte alto, sempre innevato, un
punto di riferimento per la bellezza e dal punto di vista turistico. È
certamente una delle zone più belle di tutta la Palestina, tanto che ci si va
per turismo e in vacanza.
Bene, per il nostro salmista non c’è niente di questo; il
paese del Giordano e dell’Ermon non lo sfiora neanche dal punto di vista
turistico e paesaggistico. Per lui è solo la lontananza da Dio. Quindi per lui
è solo negatività.
Vuole dire: quello che dal punto di vista esterno sarebbe
bellissimo, diventa vuoto nel momento in cui manca la presenza di Dio.
Provate ad applicare questo alla nostra vita, a tutte quelle
esperienze a cui noi ci attacchiamo o di apparenza o di bellezza o di vestito o
di motociclette e simili, cioè a tutte quelle cose che possono, in qualche
modo, fare da anestetico, che ci possono togliere la fatica o l’angoscia o la
paura di vivere.
Bene, tutte queste cose il salmista, non le vede.
Anzi, siccome il paese del Giordano e dell’Ermon è un paese
ricco di acqua, ricco di torrenti, di sorgenti (ci
sono appunto i quattro torrentelli che danno origine al fiume Giordano), tutte
queste acque che di per se sono belle da vedere, cascatelle che si godono dal
punto di vista del paesaggio, per il nostro autore diventano abissi, diventano
acque di morte.
«Un abisso chiama l’abisso al fragore delle tue cascate;
tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati».
Ricordate che l’acqua, nella Bibbia, ha un valore simbolico
duplice. L’acqua di sorgente normalmente è acqua di vita, acqua che disseta,
che permette all’uomo di continuare a vivere.
Poi c’è l’acqua di mare che invece ha una valenza negativa:
è l’acqua della morte, degli abissi, dove abitano i mostri marini, dove c’è
quindi una situazione di ostilità all’uomo.
L’acqua può indicare l’uno e l’altro.
Bene, nel nostro caso si tratta di acqua di sorgente, eppure
il salmista la vede come acqua di morte: la sente passare sopra la sua testa e
si sente annegare, sommergere dentro a queste acque caotiche e oscure.
E vuole dire: dove manca la presenza del Signore, ogni cosa
perde il suo splendore e la sua bellezza; ogni cosa assume dei lineamenti di
morte e di angoscia.
«Di giorno il Signore mi dona la sua grazia, di notte per
lui innalzo il mio canto: la mia preghiera al Dio vivente».
E vuole dire che mi sento come in una notte nella quale mi
rivolgo al Signore nell’attesa che al mattino mi dia grazia.
La vita dell’uomo è così: momenti notturni e diurni, momenti
di tenebra e di luce.
Adesso sono in un momento di tenebra, mi rivolgo al Signore
e gli chiedo che giunga finalmente la sua grazia.
«Dirò a Dio, mia difesa: “Perché mi hai dimenticato? Perché
triste me ne vado oppresso dal nemico?”… Per l’insulto dei miei avversari sono
infrante. le mie ossa; essi dicono a me tutto il giorno: “Dov’è il tuo Dio?”».
Quindi riprendono quelle esperienze di tristezza, di oppressione e di scherno:
è insultato, schernito, tanto che sente infrante le sue ossa.
«Infrante le mie ossa», vuole dire che la sua vita sta per
perdere la solidità e l’armonia si sta ripiegando e rinchiudendo. «Essi
dicono a me tutto il giorno: “Dov’è il tuo Dio?”».
«Perché ti rattristi, anima mia. perché su di me gemi? Spera
in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».
La prima volta questa preghiera di incantamento, di
autosuggestione non aveva avuto efficacia, allora la ripete. E questa volta,
pian piano, un po’ di speranza e un po’ di luce sembra esprimersi e
manifestarsi nella sua vita.
E viene quel Salmo 43 che e l’ultima strofa ed è chiaramente
un Salmo di speranza. Con questo Salmo incominciava la Messa.
Prima della riforma del Concilio la Messa incominciava così:
«Salirò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo.»,
che era l’antifona e poi, dopo, si recitava il Salmo:
«Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente
spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace. Tu sei il Dio della mia difesa;
perché mi respingi, perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?
Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi, mi
portino al tuo monte santo e alle tue dimore.
Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia e del mio
giubilo. A te canterò con la cetra, Dio, Dio mio.»
Allora chiedo a Dio finalmente di intervenire.
Adesso sono in una condizione di angoscia a causa di nemici
e di oppressioni, allora «fammi giustizia contro gente spietata», gente
senza pietà, noi diremmo, senza religione, che non ha più dei principi morali
di riferimento.
«Liberami dall’uomo iniquo e fallace», liberami dalla
calunnia e dall’ingiustizia, perché «tu sei il Dio della mia difesa».
Aveva detto poco prima a Dio: «la mia roccia», e voleva dire
quella base su cui posso fondare con sicurezza la mia vita. Se anche sono in
mezzo all’oceano, c’è uno scoglio al quale mi posso aggrappare e le acque
dell’oceano non possono sommergermi; non possono annientarmi fino a che c’è
questo scoglio e questa roccia, questo spezzone forte e robusto a cui posso
aggrapparmi: «Tu sei la mia roccia, il Dio della mia difesa».
Allora, «perché mi respingi? Perché triste me ne vado,
oppresso dal nemico?».
E vuole dire: perché Dio non si comporta da Dio? Se sei
davvero il mio salvatore, e lo sei perché cosa ti sei presentato, così ti sei
rivelato, allora perché mi respingi? Se sei davvero la mia roccia di salvezza,
allora perché sono costretto a subire l’oppressione dei nemici?
E questo applicatelo alle nostre situazioni, a tutte quelle
situazioni di miseria nelle quali la presenza di Dio non è sentita, e che per
questo possono diventare situazioni di invocazione.
Voglio dire: Noi viviamo la fede non solo quando sentiamo la
presenza di Dio, ma anche quando la invochiamo, quando sentiamo l’assenza, e
l’assenza diventa desiderio e invocazione, supplica e preghiera.
«Manda la tua verità e la tua luce; siano esse a guidarmi,
mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore».
Verità e Luce sono da scrivere con la lettera maiuscola.
Dovete immaginare che, siccome Dio è un Re, ha una corte e tutta una serie di
servitori che eseguono i suoi ordini.
Quando Dio governa il mondo e decide una cosa, ha dei
servitori che realizzano e mettono in atto le decisioni che prende. Bene, di
questi servitori, uno si chiama Verità e l’altro si chiama Luce.
La Verità esprime la credibilità di Dio: il fatto che di Dio
ci si può fidare perché Dio è fedeltà incrollabile. Quando Dio ha pronunciato
una parola, quella parola non cade. Quando Dio ha fatto una promessa, quella
promessa si realizza.
Questa è la veridicità di Dio, la fedeltà di Dio.
Quando Paolo dice: «So a chi ho creduto», vuole dire
questo: non ho messo la fiducia in cose che periscono, in cose false o incerte,
la fiducia l’ho messa su qualcosa di solido, su una roccia, su Dio che è verità
e fedeltà incrollabile.
Il secondo è la Luce. Dio è Luce e la luce indica la potenza
protettrice di Dio, quella che illumina, che dirige e guida il giusto.
Allora sono in una condizione dalla quale non riesco ad
uscire; ho desiderio di trovare la vita, ma non so attraverso quale percorso
raggiungerla.
E allora, «Manda la tua Verità e la tua Luce, siano esse a
guidarmi».
E vuole dire: Diventa Tu la luce e la guida della mia vita,
prendimi per mano e conducimi al tuo monte santo, verso il tuo altare, verso la
comunione con Te. E sarà un caso, ma nel Nuovo Testamento, Verità è Gesù
Cristo, Luce è Gesù Cristo.
Nel Vangelo secondo Giovanni è detto al cap. 14: «(…) Io
sono la Verità e la Vita», e nel cap. 8 c’è scritto: «Io sono la luce del
mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
E allora: «Manda la tua Verità e la tua Luce». E
credo che sia bello per un cristiano leggere questo versetto, ricordandosi che
l’ha proprio mandata la sua Verità e la sua Luce.
Quindi il cammino per andare verso Dio adesso lo conosciamo
e c’è uno che ci ha preso per mano e che ha percorso tutta la strada che
conduce l’uomo fino alla comunione con Dio.
Allora, «siano esse a guidarmi», cioè Gesù Cristo
come la Verità e la Luce di Dio;
«… mi portino al tuo monte santo e alle tue dimore. Verrò
all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo. A te canterò sulla
cetra, Dio, Dio mio».
E mettete insieme tutte queste espressioni belle del Salmo:
di Dio è stato detto che è la mia roccia, adesso si dice che è la mia gioia, il
mio giubilo, e un pochino prima, la mia vita. Questo dovrebbe aiutarci a
ritrovare la visione corretta di Dio, di un Dio che è gioia, la nostra gioia.
Il cammino della fede, della religione, dell’obbedienza non
è un cammino di tristezza; al contrario, è il cammino che ci toglie dalla
tristezza per condurci verso la gioia.
Questo non vuole dire che sia un cammino facile: il cammino
è e rimane faticoso, perché per l’uomo è faticoso vivere; è la vita che è
faticosa e non c’è modo di semplificarla se non artificialmente, facendo dei
pasticci. La fatica rimane. Ma il cammino è un cammino di gioia, di speranza: è
il cammino verso Dio che diventa il mio Dio, non un estraneo.
Ciò non vuol dire che devi adattarti ad una realtà che ti è
estranea, e quindi devi in qualche modo rinnegare te stesso. Rinneghi te stesso
solo nella dimensione dell’amore e della comunione con quello che è il Dio
della tua vita.
È giusto non rinnegare noi stessi, nell’ottica del Vangelo,
ma in questo senso: non nel senso di non considerare negativa la nostra vita,
ma nel senso di aprirla alla comunione, al dialogo e al rapporto con il
Signore.
Allora a questo punto il ritornello può essere ripetuto in
un modo diverso:
«Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera
in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».
Ecco, l’accento diventa questo: «salvezza del mio volto e
mio Dio».
E si può dire che il cammino del Salmo dovrebbe essere
questo: un cammino che parte dalla tristezza e che termina nella speranza e
nella gioia della comunione con il Signore. È in fondo il senso degli esercizi.
* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al
linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.
|