Il Diaconato permanenteLettera del Vescovo Mons. Luciano Monari a tutti i sacerdotiCarissimi fratelli, L’attuale momento storico segnato da radicali e complessi mutamenti, pone per la nostra Chiesa diocesana problemi nuovi a cui insieme dobbiamo cercare di dare adeguate risposte. Allo scopo bisogna raccogliere e valorizzare al meglio tutte le risorse umane e spirituali disponibili, e fare di tutto per incrementarle. Un aiuto provvidenziale può venirci dal diaconato permanente, che è nato con la Chiesa, e che, dopo una quiescenza durata oltre un millennio, il Vaticano II, interpretando i segni dei tempi, ha voluto restaurare, come si legge nella Costituzione LG al n. 29. In attuazione delle disposizioni conciliari i Vescovi italiani, nell’Assemblea generale del novembre 1970 approvarono la restaurazione del Diaconato Permanente in Italia. Vari e sempre più puntuali sono stati in questi venticinque anni gli interventi dei nostri vescovi sull’argomento, fino alla promulgazione del documento I diaconi permanenti nella chiesa in Italia – Orientamenti e Norme –, dell’estate 1993. Pur nella essenzialità della trattazione, in esso si trovano insegnamenti e disposizioni che a nessun presbitero è lecito ignorare. Eccone alcuni passaggi: «Il diaconato, quale grado proprio e permanente della gerarchia e non solo come passaggio verso il sacerdozio, riproposto dal concilio Vaticano II per la chiesa latina, risponde all’attuale situazione storica e ormai da oltre vent’anni è diventato una realtà nella chiesa in Italia. La chiesa, sin dall’età apostolica, ha tenuto in grande venerazione l’ordine sacro del diaconato. Ne fa fede l’apostolo Paolo nelle sue lettere (Fil 1, 1-2; 1 Tm 3, 8-10. 12-13). Una consolidata tradizione, che si esprime anche in testi antichi e recenti della liturgia di ordinazione, ha visto l’inizio del diaconato nell’episodio dell’istituzione dei «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza» (At 6, 3) ai quali gli apostoli affidano l’incarico del servizio quotidiano della carità. La tradizione espressa da numerosi padri della chiesa attesta la diffusione del diaconato in numerose chiese, ne illustra il significato teologico e ne propone la figura spirituale. Il concilio Vaticano II dopo aver insegnato che nei vescovi «permane l’ufficio degli apostoli di pascere la chiesa, da esercitarsi ininterrottamente» (LG 21), così presenta i loro collaboratori: «il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi» (LG 28). «In un grado inferiore della gerarchia – insegna – stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio ma per il servizio”» (LG 29). Con questa antica formula che distingue i diaconi dai presbiteri, il concilio invita a comprendere la specificità del ministero dei diaconi. Benché essi non siano chiamati alla presidenza dell’eucaristia, sono segnati dal “carattere” e sostenuti dalla “grazia sacramentale” dell’ordine ricevuto, e chiamati «al servizio del popolo di Dio, in comunione col vescovo e il suo presbiterio», nella «diaconia della liturgia, della parola e della carità». Credo siano sufficienti questi essenziali richiami alla parola di Dio ed al magistero della chiesa, per farci esclamare, parafrasando l’apostolo Pietro: «Se dunque Dio ha dato loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi siamo noi per porre impedimento a Dio?» (At 11, 17). Ed io credo che in qualche modo porremmo impedimento a Dio se insieme non ci impegnassimo a conoscere, ad accogliere e a far conoscere, presso i nostri fedeli laici, questo dono che lo Spirito ha riservato alla chiesa di oggi. Ed ecco in concreto il compito del presbitero in seno alla comunità: occorre prima di tutto creare un contesto idoneo alle vocazioni in generale ed a quella del diaconato in particolare. Come? Quanto più una Chiesa sarà “chiesa”, convocazione del Signore attraverso la sua parola, tanto più essa diventerà il contesto ideale nel quale le diverse vocazioni prendono corpo e ricevono la loro struttura fondamentale. Viene richiesto così «un adeguato cammino di catechesi e di sensibilizzazione» da parte della comunità diocesana e di quella parrocchiale. Si tratta, naturalmente, di una catechesi che faccia comprendere le caratteristiche essenziali del diaconato, quindi l’importanza della dimensione ministeriale della chiesa, quindi la chiesa come popolo di Dio, «sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). L’importanza di questa catechesi è enorme. Sarebbe impossibile inserire correttamente dei ministeri in una comunità che non abbia il senso della sua missione nel mondo, che non si percepisca come partecipazione misteriosa ma reale alla comunione trinitaria, che non abbia il senso della corresponsabilità. Ma c’è di più: la sensibilizzazione che il documento dei vescovi chiede non va intesa solo come arricchimento intellettuale e teologico, ma come crescita di autentica esperienza di chiesa. Farà parte della preparazione ai ministeri, perciò, anche un cammino intenso di preghiera della comunità. Si pensi al modello proposto da At 1, 14-24. La scelta di designare qualcuno al ministero non potrà venire da una pura considerazione funzionale, ma da una riflessione di fede. Non è il caso di insistere troppo sulla difficile e preoccupante situazione che si viene determinando, specialmente in alcune zone della nostra diocesi, a causa della crescente diminuzione del numero di sacerdoti. Essa è sotto gli occhi, e nel cuore di tutti noi. Stando così le cose, non è pensabile una realistica programmazione pastorale che non preveda l’organico inserimento di diaconi buoni e preparati. Dobbiamo perciò far crescere il corpo diaconale sia in numero che in qualità. E ricordiamoci che quest’ultima dipenderà in gran parte anche dal “materiale” di partenza. Occorre perciò individuare in seno alle comunità quei laici che presentino i segni di una possibile chiamata e segnalarli a me, o al delegato, per avviare insieme un’opera di discernimento vocazionale e di formazione. A tale riguardo comunico che l’intero corpo diaconale, col delegato vescovile, si è attivato per organizzare con tutte quelle parrocchie o zone che lo reputino opportuno, momenti d’incontro per far conoscere e sensibilizzare le comunità al ministero diaconale. Piacenza 1997† Luciano Monari Vescovo «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore ed il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri, vi ho dato infatti l’esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv. 13, 13-15). Origine del diaconatoIl diaconato ha inizio nella primitiva chiesa di Gerusalemme quando gli apostoli di fronte alle richieste di servizio che sorgevano dalla comunità, riunirono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense.Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola.Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro Nicàmore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (Atti, 6, 2-6 ). Uno scritto dei primi decenni del sec.III descrive la costituzione della Chiesa: «Il diacono sia l’orecchio del Vescovo, la sua bocca, il suo cuore e la sua anima, perché voi (Vescovo e diacono) siete due in una sola volontà e nella vostra unanimità la Chiesa troverà la pace» (XI 44). L’identità del DiaconoNella Chiesa antica il diaconato veniva conferito sia a coloro che sarebbero rimasti diaconi (diaconi permanenti) sia a quanti erano destinati a diventare presbiteri (diaconato transeunte). A partire dal Medioevo il diaconato viene inteso solo come una tappa sulla via verso il sacerdozio presbiterale ed episcopale. Chi lo riceveva era destinato a diventare sacerdote. Ci sono state poche eccezioni di diaconi permanenti tra cui san Francesco d’Assisi. Il suo ripristino non va attribuito alla carenza di vocazioni presbiterali, ma alla teologia del Concilio Vaticano II che ha permesso il recupero di una dimensione teologica e pastorale della Chiesa, rendendo possibile la rinascita del diaconato. (Vedi inoltre i documenti del Concilio Vaticano II: Lumen Gentium 29; Ad Gentes 16; Orientalium Ecclesiarum 17). Il Diacono dono di grazia per la ChiesaIl Concilio Vaticano II ha chiesto che l’ufficio diaconale, sommamente necessario alla vita della Chiesa, venga restituito come grado proprio e permanente della gerarchia. I vescovi italiani nel 1970 votarono l’introduzione anche in Italia del Diaconato come grado permanente del ministero ordinato nella Chiesa e ne davano questa motivazione: Con la restaurazione del Diaconato permanente lo Spirito Santo offre il dono del ripristino di una struttura sacramentale della Chiesa che, secondo sant’Ignazio d’Antiochia, è costituita da Vescovi, presbiteri e diaconi e quindi di una nuova abbondante ricchezza di grazie sacramentali per una maggiore efficacia della sua missione di salvezza. Il ministero diaconale sottolinea il valore del servizio espresso dalla carità, che è specifico della Gerarchia. Il diacono infatti è segno sacramentale e quindi rappresentante e animatore della vocazione al servizio proprio di Cristo, servo del Signore, «venuto non per essere servito ma per servire e dare la Sua vita in redenzione per molti» (Mt 20, 28). In conclusione: «…poiché i munera che competono ai diaconi sono necessari alla vita della Chiesa, è conveniente ed utile che, soprattutto nei territori di missione, gli uomini che nella Chiesa sono chiamati ad un ministero veramente diagonale… siano fortificati per mezzo dell’imposizione della mani, trasmessa dal tempo degli apostoli…» (Direttorio per il ministero e la vita di diaconi permanenti – Congregazione per il clero -22 febbraio 1998). In una Chiesa rinnovata dalla forza dello spirito nella varietà dei doni e dei ministeriI diaconi «…chiamati a collaborare fraternamente con il presbiterio al servizio del popolo di Dio, dipenderanno anch’essi direttamente dal vescovo, primo responsabile della vita cristiana e della comunità diocesana». A servizio del Vangelo nella dimensione missionaria:
A servizio della carità:Nei modi ordinari e soprattutto:
A servizio della liturgia e della pastorale:
Oltre i servizi pastorali citati a servizio della missionarietà il diacono svolge anche:
Con la recita giornaliera di “lodi, vespri e compieta” il diacono si inserisce nella preghiera “ufficiale” della Chiesa. VerificaPremesso che il Diaconato è una vocazione all’Ordine Sacro, ne deriva la necessità di una VERIFICA su almeno tre punti:
FormazioneLa FORMAZIONE spirituale e culturale comprende di massima:
Anche dopo l’ordinazione il diacono continua ad approfondire la sua formazione spirituale, dottrinale e pastorale, per adempiere sempre meglio il suo mandato di collaboratore con il Vescovo e con i presbiteri ad evangelizzare, santificare e governare il popolo di Dio. Particolare attenzione viene dedicata, in modo continuativo, alle mogli dei diaconi, seguendone ed incoraggiandone la formazione spirituale, quale elemento indispensabile per una collaborazione di entrambi alla “diaconia”. Altri requisitiPer essere ordinati diaconi permanenti è richiesta l’età minima di 25 anni per i celibi (che tali rimarranno per tutta la vita), e di 35 anni per gli sposati. I diaconi rimasti vedovi non possono risposarsi. Ordinariamente non si accede al diaconato oltre i 60 anni. Per iniziare il cammino si richiede di norma un titolo di scuola media superiore (o una cultura equivalente). La presentazione dell’aspirante al cammino diaconale sarà fatta dalla comunità ecclesiale di appartenenza (parrocchia, associazione, movimento) nella persona del parroco e del presbitero responsabile. Consultare il Documento sui Diaconi Permanenti delle Congregazioni per l’Educazione Cattolica e per il Clero – Formazione e Ministero – EDB 1998. |