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Cattedrale

Nel decesso di S. E. Mons. Antonio Mazza
Arcivescovo Emerito

Liturgia Funebre
Mercoledì 18 marzo 1998

Liturgia: Giobbe (19, 1.23-27); Salmo (42, 1-6); 2 Corinzi (5, 1.6-10); Giovanni (21, 15-19).

Introduzione

Il Libro dell’Apocalisse si apre con la visione del Figlio dell’uomo, il Cristo risorto, che «ha il potere sulla morte e sugli inferi» (Ap 1, 18b). È a questo figlio dell’uomo risorto che vogliamo affidare la vita del nostro fratello Antonio, Vescovo di questa Chiesa di Piacenza-Bobbio per undici anni, perché il Signore che ha vinto la morte dia a lui la speranza della comunione, della gioia e della pace.

Un saluto con il cuore a tutti voi che siete venuti a pregare insieme in questa Eucaristia, e quindi ad esprimere il mistero della Chiesa piacentino-bobbiese, che è un cuore solo e un’anima sola, coagulata dalla fede e dalla carità di Cristo.

Grazie a S.E. Cardinale Rossi e a tutti i Vescovi dell’Emilia Romagna, che sono presenti e che esprimono la comunione che lega la nostra piccola Chiesa con la Chiesa cattolica e universale. Grazie anche a tutte le autorità, perché insieme possiamo innalzare al Signore la preghiera di suffragio e l’espressione della nostra fede e speranza.

Omelia

Tutta la Chiesa di Piacenza-Bobbio e ciascuno di noi è chiamato a vivere questo momento in spirito di fede. La morte di Mons. Mazza è di un fratello e di un padre. Chiediamo alla Parola del Signore che c’insegni l’intelligenza della fede, ci dia la capacità di trasformare, un lutto triste, in occasione di crescita nella comunione e nell’amore. È la morte di un fratello, anzitutto, di una persona che è stata consacrata a Cristo nel battesimo e che ha vissuto tutta la sua esistenza perseverando in questa fede. Gioie e sofferenze, speranze e delusioni, errori e virtù sono la vita di ogni credente. Ma che cosa significa la morte di un credente?

Quello che proclama S. Paolo nella seconda lettura: «Un corpo che si disfa, pagando il prezzo richiesto dalla debolezza biologica, ma nello stesso tempo un’abitazione eterna costruita dalle mani di Dio e da lui donata». Per questo, dice S. Paolo: «Non perdiamo mai la fiducia e anche di fronte alla morte con tutto il suo peso di irrevocabilità e di angoscia, nonostante tutto, continuiamo a proclamare la nostra fiducia in Dio e nella sua bontà. Anzi la vita qui sulla terra ci appare un’esistenza in esilio, misera, segnata com’è da tante insufficienze, debolezze e ambiguità; una vita spezzata a metà, che il mondo non riesce a ricomporre nella completezza e che poi celebra il suo compimento solo da Dio, dalla sua grazia» (2 Cor 5, 1.6-8).

Per questo la liturgia ci ha messo sulla bocca le parole del Salmo 42: la preghiera di un levita esule, che vive ricordando con nostalgia i giorni in cui abitava nel tempio e desiderando soltanto di tornare là, dove Dio abita e dove ogni momento ha il sapore della festa: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42, 3). Non sempre siamo consapevoli di questo bisogno intenso del nostro cuore. Spesso le distrazioni del mondo ci addormentano e i nostri desideri si riducono a dimensioni meschine. L’urto contro la morte è una sveglia che sgarbatamente interrompe sogni e illusioni e ci costringe a interrogarci sulla nostra vita, su quello che vale o che non vale.

Continua S. Paolo: «Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi» (2 Cor 5, 9). Ecco, forse la lezione più importante della nostra vita rimane solo quello che è stato consegnato a Dio, che abbiamo compiuto cercando di essere graditi a lui. «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno di noi muore per se stesso, se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che si viva, sia che muoia, noi siamo del Signore» (Rm 14, 7-8).

È quello che ci ricorda anche la prima lettura, il grido di Giobbe che vede la sua vita disgregarsi irrimediabilmente e scomparire senza lasciare traccia di sé nel mondo. Dice: «Io lo so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!» (Gb 19, 25). La figura del Redentore appartiene alla tradizione di Israele; è il parente prossimo, che ha il diritto e il dovere di intervenire per riscattare il vicino caduto in servitù. Dice Giobbe: Dio è il suo Redentore, il suo parente prossimo e non permetterà che la vita di Giobbe si dissolva nella polvere. L’ultima parola su Giobbe non è in potere della morte ma di Dio; e se la morte può gridare la fragilità della condizione umana, Dio proclama il legame indissolubile dell’uomo con lui, con il Dio della vita.

Proprio per questo legame che Dio stesso ha costruito, abbiamo speranza sicura per il nostro fratello Antonio: Battezzato, confermato nella Cresima, nutrito dall’Eucaristia, conformato a Cristo Pastore con l’ordine sacro, Unto con l’olio degli infermi; tutta un’esistenza che si muove all’interno dello spazio creato da Cristo con il suo amore. E quindi un’esistenza che si apre allo spazio infinito della vita stessa in Dio: «Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero» (Gb 19, 26-27a).

Ma la morte di Antonio Mazza è per noi, per la nostra Chiesa, anche la morte di un padre. Per undici anni Mons. Mazza ha servito prima la Chiesa piacentina e poi anche quella bobbiese come Vescovo e quindi come segno della presenza di Cristo stesso in mezzo a noi. Attorno a lui doveva crescere l’unità del Presbiterio e attraverso essa l’unità di tutta la Chiesa particolare. La sua fede e la sua comunione con tutto il Collegio dei Vescovi attorno al Papa, era la garanzia della cattolicità della fede di tutti i battezzati piacentini. Perché questo è il primo servizio del Vescovo, il servizio dell’unità, perché le diverse mentalità, esperienze e preferenze trovino un centro di unità e di coesione. Non è forse la Chiesa sacramento di unità del genere umano? Essa deve allora anticipare nella sua esistenza la comunione che Dio vuole per tutti gli uomini. Ebbene, il Vescovo è posto dal Signore come garante di questa unità all’interno della Chiesa locale e, nello stesso tempo, della comunione con la Chiesa universale.

Come dicevo Mons. Mazza ha svolto questo servizio per undici anni e la Chiesa piacentino-bobbiese ha maturato verso di lui un dovere sincero di riconoscenza. Di questo servizio è stato un frutto prezioso il Sinodo con cui la nostra Chiesa ha fatto irrevocabilmente suo il dettato del Concilio e ha cercato di porre tutta la sua attività pastorale nella linea primaria dell’Evangelizzazione. Non intendo ripercorrere tutto il cammino dell’episcopato di Mons. Mazza, non ne sarei nemmeno in grado, ma desidero che la nostra Chiesa viva questo momento in una ottica piena di fede e di riconoscenza a Dio per quanto di autentico ci è stato donato attraverso il suo ministero.

Undici anni, poi è venuto il momento della pensione e del primo distacco. Credo sia stato un distacco doloroso, ma a suo modo un’obbedienza al Signore e alla sua volontà. Sono commoventi le parole del dialogo tra Gesù e Pietro dopo la resurrezione. Gesù affida a Pietro il compito di pascere il suo gregge, la Chiesa. A Pietro! Cioè a quel discepolo che l’aveva rinnegato nel momento più tragico della sua esistenza; proprio a lui Gesù affida il suo gregge e lo fa mettendo avanti un’esigenza sola: «Simone di Giovanni, mi ami?». Di tutte le doti desiderabili per un capo, Gesù ne chiede una sola: l’amore verso di lui. E Pietro risponde prima con sicurezza, poi timido, dolorosamente consapevole della sua fragilità: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21, 17). Basta questo perché Gesù affidi a Pietro la sua Chiesa. In realtà la Chiesa non è che così diventa il gregge di Pietro; è, e rimane il gregge di Gesù. Pietro è solamente un pastore provvisorio. Donerà alla Chiesa il suo servizio con entusiasmo, ma verrà il momento in cui dovrà ritirarsi: «Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: Seguimi» (Gv 21, 18-19). Pietro guiderà il gregge di Gesù, la Chiesa; avrà autorità di aprire e di chiudere, di legare e di sciogliere, ma non per sempre. Verrà un momento in cui farà esperienza del limite e sarà chiamato a percorrere una strada non scelta, ad ubbidire a Dio attraverso l’ubbidienza alla vita.

Vorrei interpretare così gli ultimi anni di Mons. Mazza. È doloroso per un Vescovo lasciare la cura del suo gregge con il rischio di sentirsi ormai inutile e superato. E invece, proprio in questo distacco si realizza una dimensione necessaria della sequela di Gesù quasi il compimento del proprio servizio; perché il Vescovo, come il prete, non è il proprietario del gregge, ma servo, anzi servo inutile, secondo le parole del Vangelo (Lc 17, 10). E la legge di questo servizio è quella che esprimeva Giovanni Battista: «Bisogna che egli cresca e io diminuisco» (Gv 3, 30); fino a che sto sulla scena io, c’è sempre il rischio che il servizio diventi protagonismo, ma quando esco di scena, e accetto di uscire, allora il servizio che ho fatto appare in tutta la sua chiarezza come un servizio a Cristo e non a me stesso.

Mi sono sentito dire da alcuni parrocchiani della Besurica la gioia di avere avuto Mons. Mazza in mezzo a loro in questi ultimi anni. Concelebrava l’Eucaristia con gli altri sacerdoti nei giorni feriali; presiedeva di domenica poi si fermava a parlare con tutti, con semplicità. È una delle più belle immagini che io ho di lui; non l’avevo conosciuto prima di venire qui a Piacenza. Di lui mi rimane perciò un’immagine molto parziale: non quella del Vescovo immerso nella guida pastorale della diocesi, ma quella del Vescovo che, terminato il servizio, si ritira per vivere nel silenzio e nell’umiltà gli anni che il Signore ancora gli dona. Prima il distacco del servizio; ora il distacco definitivo della morte. Anche questo non è senza significato. Finché una persona vive, il senso della sua esistenza rimane aperto, incerto, incompleto; perché la persona può sempre porre delle scelte nuove che diano un senso diverso alla sua storia. La morte, invece, rende irrevocabile ogni scelta e sigilla il senso della vita di un uomo per sempre, affidandolo al giudizio ultimo e unico di Dio. La morte di Mons. Mazza è l’obbedienza suprema al comando del Signore: «Seguimi!».

Durante l’Ultima cena, Pietro aveva promesso di seguire Gesù, ma Gesù ne aveva raffreddato i suoi entusiasmi annunciando piuttosto il rinnegamento (cfr. Mt 26, 33-34). Ma poi è venuto il momento della sequela, in cui Pietro, pur rimanendo fragile, è diventato capace di seguire Gesù con il dono della sua vita. Credo sia quello che possiamo umilmente desiderare e chiedere al Signore. Desideriamo solo di essere suoi discepoli. Sappiamo che non si può essere discepoli senza donare la propria vita, ma siamo anche consapevoli delle paure che bloccano così spesso le nostre scelte, sicché non riusciamo a fare quello che pure vorremmo con tutto il nostro cuore.

Mentre affidiamo al Signore la vita del Vescovo Antonio, nostro fratello e padre, chiediamo al Signore che doni a lui la pace, ma che renda noi discepoli autentici, capaci di donare la vita con umiltà, che metta lui stesso nel nostro cuore la forza di seguirlo con fedeltà e perseveranza fino al giorno della nostra morte.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore, ma dall’Ufficio Pastorale.