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Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete!

6 settembre 1998

Parola di Dio della Domenica. Documento rilevato dal settimanale diocesano “Il Nuovo Giornale” del 25 luglio 1998.

Letture: Liturgia XVII Domenica t.o. Genesi (18, 20-21.23-32); Colossesi (2, 12-14); Luca (11, 1-13).

Omelia

I discepoli hanno visto Gesù pregare e gli chiedono che insegni anche a loro. Certo, sanno già pregare; la preghiera è pane essenziale del corredo di educazione di ogni ebreo. E tuttavia c’è qualcosa che solo Gesù può insegnare, un modo nuovo di rivolgersi a Dio, una nuova esperienza di preghiera: «Insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc 11, 1).

Gesù vive un rapporto nuovo col Padre, un rapporto intimo ed esclusivo che esprime la sua identità più gelosa; c’è un segreto che unisce Gesù e il Padre: «Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre. né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Lc 10, 22). Il discepolo, dunque, chiede di entrare in questo dialogo misterioso ed esclusivo; chiede di presentarsi davanti a Dio con il volto di Gesù. E Gesù lo concede: «Quando pregate, dite: Padre» (Lc 11, 2). È la parola che egli usa regolarmente; la parola che esprime il mistero del Figlio unigenito. Poterla usare significa essere partecipi dell’esperienza di Cristo e fare con lui una cosa sola. La preghiera non è una semplice attività che l’uomo possa compiere accanto ad altre; nella preghiera l’uomo diventa se stesso nel modo più autentico, si trova senza maschere, esprime il nucleo più intimo della sua persona. E per il cristiano questo nucleo intimo è il suo essere figlio, con un atteggiamento di piena sottomissione e di piena fiducia.

Padre, santifica il tuo nome

«Padre, santifica il tuo nome» (Lc 11, 2). Tutte le altre domande della nostra preghiera (e di ogni altra possibile preghiera) vengono di conseguenza; non possiamo chiedere altro se non che Dio manifesti la sua paternità benefica verso di noi, che il Padre riveli la sua divinità potente. Quindi: Padre, manifesta la santità del tuo nome compiendo con forza il tuo progetto di salvezza; vieni a regnare su di noi e sull’umanità intera; donaci quanto ci è necessario per vivere a cominciare dal perdono dei nostri peccati e proteggi col tuo amore la nostra vita dalla tentazione dell’incredulità e dal male.

Le cinque domande (invece delle sette della redazione di Matteo) chiedono un’unica cosa: che Dio sia davvero Dio nel mondo, che la sua rivelazione non sia offuscata da nulla, che egli sia per noi quello che ha rivelato di essere: Padre.

Questa preghiera, come ogni preghiera filiale, deve essere ripetuta con insistenza e con fiducia: Dio certamente ascolta e risponde, dando cose buone ai suoi figli. Basta una piccola riflessione per convincersene: non è forse vero che all’amico insistente diamo ascolto anche quando non ne avessimo tanta voglia? Leggiamo la parabola dell’amico importuno e siamo costretti a riconoscere che è proprio così. Sarà dunque Dio, il Padre, più insensibile di un semplice amico? Altra immagine: il rapporto tra il figlio bisognoso e il padre si conclude con l’ascolto delle richieste del figlio. Non sarà Dio più buono di un padre umano?

La conclusione e scontata: “Chiedete e Dio vi donerà quanto è necessario; cercate e Dio si farà trovare; bussate e Dio vi aprirà la porta dell’ascolto”. Unica avvertenza necessaria: si tratta di proclamare l’amore effettivo di Dio. Dio liberamente ma infallibilmente ascolterà la tua preghiera. Liberamente”, perché la preghiera non è uno strumento che ha da sé la propria efficacia; non si può costringere Dio a fare quello che noi vogliamo, perché l’amore di Dio per noi non è sottomesso ad alti e bassi, a momenti di eclisse. Siamo più sicuri dell’amore libero di Dio di quanto possiamo esserlo di una legge della fisica.

L’intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra è un brano sorprendente, davanti al quale siamo costretti a riflettere. C’è in Abramo un rispettoso invito della sovranità di Dio; lo dicono quegli interrogativi ripetuti con cui Abramo si colloca giustamente nella parte dell’alunno che deve essere istruito; lo dicono ancora espressamente le parole: «Vedi come ardisco parlare al suo Signore. io che sono polvere e cenere» (Gen 18, 27). Eppure questo rispetto va insieme a una libertà, a una “parresìa” sorprendente; da dove viene? Non certo da una riflessione metafisica sul valore dell’uomo, ma dall’esperienza che Abramo ha fatto dell’amicizia di Dio: cercato da Dio come amico, ammesso a una vera alleanza, Abramo è sollecitato da Dio stesso a comportarsi con piena libertà interiore, a parlare con coraggio, senza censure. In questa preghiera l’uomo scopre tutta la sua dignità proprio nel momento in cui rispetta e onora la dignità trascendente di un Dio libero e personale.

† Luciano Monari
Vescovo di Piacenza-Bobbio