Monastero di Bose
(Magnano – Belluno)
Esercizi per Presbiteri
Il Libro del profeta Osea
III Meditazione
12 giugno 2001
Invocazione
“Maestro e Signore, io non merito che tu ti introduca sotto
il tetto della mia anima, ma dato che vuoi, come amico degli uomini, prendere
dimora in me, io ti accosto con audacia. Tu ordini che io apra quelle porte che
tu solo hai creato, per entrare con il tuo costante amore. Tu entrerai e
illuminerai il mio pensiero infangato. Lo credo perché tu non hai mandato via
quelli che venivano a te, né hai respinto il pubblicano penitente, ma tutti
coloro che si avvicinavano a te nella conversione, li hai annoverati nel numero
dei tuoi amici. Tu che sei il solo benedetto, in ogni tempo ora e nei secoli
senza fine. Amen”.
Premessa
Nel cammino, che stiamo tentando di percorrere, ci siamo
sentiti convocare dal Signore in giudizio e abbiamo ascoltato un’accusa
durissima che il Signore ha fatto nei nostri confronti. Un’accusa che, come
sempre, ha come scopo non l’annientamento o l’avvilimento dell’ascoltatore, ma
in qualche modo il suo risveglio. Le persone alle quali la Parola di Dio è
rivolta debbono diventare consapevoli di quale sia realmente la loro condizione
davanti a Dio nell’esistenza concreta che stanno vivendo.
Introduzione
Questa consapevolezza è il punto fondamentale, il
pre-requisito necessario perché il cammino diventi di conversione e di
rinnovamento. È verso questo cammino di conversione che ci avviciniamo
con il secondo testo che cerchiamo di meditare:
«8 Suonate il corno in Gàbaa e la tromba in Rama,
date l’allarme a Bet-Avèn, all’erta, Beniamino! 9 Efraim sarà
devastato nel giorno del castigo: per le tribù d’Israele annunzio una cosa
sicura. 10 I capi di Giuda sono diventati come quelli che spostano i
confini e su di essi come acqua verserò la mia ira. 11 Efraim è un
oppressore, un violatore del diritto, ha cominciato a inseguire le vanità. 12
Ma io sarò come una tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda. 13
Efraim ha visto la sua infermità e Giuda la sua piaga. Efraim è ricorso
all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma egli non potrà curarvi, non
guarirà la vostra piaga, 14 perché io sarò come un leone per Efraim,
come un leoncello per la casa di Giuda. Io farò strage e me ne andrò, porterò
via la preda e nessuno me la toglierà. 15 Me ne ritorno alla mia
dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a
me nella loro angoscia. 1 Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha
straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. 2
Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo
alla sua presenza. 3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua
venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la
pioggia di primavera, che feconda la terra. 4 Che dovrò fare per te,
Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del
mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5 Per questo li ho
colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il
mio giudizio sorge come la luce: 6 poiché voglio l’amore e non il
sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 5, 8; 6, 6).
La situazione storica
Secondo la maggior parte degli autori – seguendo Alt A. – il
nostro brano andrebbe collocato storicamente al tempo della guerra
Siro-Efraimita, quando il regno di Samaria si è alleato con il regno di Damasco
contro il regno di Giuda, e quando il regno di Giuda ha fatto appello
all’Assiria per essere liberato da questi due scomodi vicini e nemici. La
questione non è chiarissima e non tutti i commentatori sono d’accordo, ma per
certi aspetti è secondario; invece rimane importante per il nostro brano il
fatto che si colloca in uno di quei periodi di lotta tra i regni divisi. Questo
non è stranissimo perché, sono stati quasi sempre in lotta l’uno con l’altro,
come fratelli contrapposti.
In questa situazione il profeta giudica il regno d’Israele e
il regno di Giuda come entrambi colpevoli, perché valutano e vivono la loro
esperienza in una pura considerazione politica e militare senza fare
riferimento al vero problema: Dio. Stanno ragionando sui confini spostati,
stanno preparandosi e facendo guerra l’uno con l’altro, ricorrono all’Assiria…
Insomma, stanno cercando dei rimedi umani ad una situazione che, nel rapporto
tra il regno d’Israele e il regno di Giuda e il Signore, ha in realtà una causa
di fede.
Esaminiamo il testo.
1. Il peccato d’Israele
1.1. Il peccato radicale di rifiuto di Dio
Il giudizio di Dio è contro:
- Efraim,
cioè il regno del Nord (Efraim o Samaria o Israele sono praticamente
equivalenti): «8 Suonate il corno in Gàbaa e la tromba in Rama, date
l’allarme a Bet-Avèn, all’erta, Beniamino! 9 Efraim sarà devastato
nel giorno del castigo: per le tribù d’Israele annunzio una cosa sicura». Il
Signore annuncia per le tribù d’Israele il castigo e la devastazione.
- Il
regno di Giuda. Allora va bene per Giuda, che è il regno fratello
contrapposto? Nemmeno, perché: «10 I capi di Giuda sono diventati
come quelli che spostano i confini e su di essi come acqua verserò la mia ira».
I confini sono sacri, perché la terra appartiene a Dio, e la divisione
della terra è questione che compete a Dio. Spostare i confini, cercare
l’invasione di territori che non appartengono a un Regno, è un delitto contro
il Signore oltre che contro la giustizia. Quindi anche Giuda cade sotto il
giudizio di Dio.
1.2. Il peccato di vanità, di ricerca di sicurezze mondane
Continua il testo: «11 Efraim è un oppressore,
un violatore del diritto, ha cominciato a inseguire le vanità. 12 Ma
io sarò come una tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda».
Le «vanità», che Efraim ha incominciato a inseguire, sono le potenze mondane,
in concreto l’Assiria (ma ora non ci interessano i riferimenti precisi, anche
perché non siamo sicurissimi di tutto). È importante ciò che mondanamente si
presenta come forte, per esempio una potenza militare o le potenze economiche o
gli imperi culturali, perché tutte queste realtà sono diventate seducenti, e
Efraim ha incominciato a inseguirle: invece di seguire il Signore insegue il
potere. Ma per quanto il potere appaia seducente o capace di impaurire, in
realtà è vuoto, è “vanità”, e chi si mette a inseguire il potere diventa
anch’egli vanità.
Era il discorso significativo che avrebbe fatto
successivamente Geremia, quando nel cap. 2° (un capitolo vicinissimo a quello
che stiamo meditando in Osea) dice: «Così dice il Signore: Quale ingiustizia
trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che
è vano, diventarono loro stessi vanità» (Ger 2, 5). Questa affermazione è
sorprendente ma bella, perché Geremia suppone che l’uomo assomigli a quello che
lui cerca: che pian piano assuma i lineamenti dei suoi dei. “Dei suoi dei”
significa: se segui il potere incomincerai ad assomigliargli. Siccome il potere
è forte, può darsi che avrai delle forze e diventerai forte dal punto di vista
politico o militare; siccome il potere è cinico, diventerai cinico e perderai i
valori perché il potere sta al di fuori di una logica dei valori; così se vai
dietro alla ricchezza acquisterai i lineamenti della ricchezza e diventerai
bello e attraente com’è bella e attraente la ricchezza, ma siccome la ricchezza
è senza cuore, anche tu diventerai senza cuore e lo venderai se ti attacchi
alla ricchezza. Questo vale per tutte le altre dimensioni: quello che appare
come potente e seducente rischia di togliere l’anima dell’uomo, di cancellare
la dimensione di libertà e di introdurre l’uomo in meccanismi di schiavitù.
Così Efraim è andato dietro alla vanità, perché non
c’è dubbio che il potere è forte dal punto di vista politico, ma il potere è
vano dal punto di vista del compimento dell’uomo, non porta certamente alla
perfezione della persona o del popolo.
1.3. Il peccato di appoggio sui poteri politi
Di fatto, è inutile che vadano a cercare degli appoggi
politici perché, dice il Signore: «12 io sarò come una
tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda». Fa un po’
impressione che Dio paragoni se stesso a una «tignola» o a «un tarlo»
e qualcuno addirittura traduce: a «una piaga purulenta»; ma i profeti da
questo punto di vista non hanno molte remore teologiche nel modo di accostare
il Signore, e l’immagine più chiara di così non potrebbe essere.
«13 Efraim ha visto la sua infermità e Giuda
la sua piaga. Efraim è ricorso all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma
egli non potrà curarvi, non guarirà la vostra piaga». Dunque, «Efraim» e
«Giuda» si rendono conto della situazione difficile in cui si trovano, della
crisi che stanno affrontando; e hanno cercato, come facilmente avviene, i
“rimedi mondani”, che nella fattispecie si chiama «Assiria» («Assiria» o «gran
re» sono due modi per indicare la stessa identità). Siccome l’Assiria nella
situazione concreta è il potere dominante, allora appare a Efraim e a Giuda
come l’unico possibile salvatore.
Questa è una delle critiche fondamentali dei profeti, e la
riflessione, in particolare di Isaia, ci tornerà spesso su questo nel dire: “È
inutile che Acaz vada a cercare delle alleanze politiche, deve imparare a
fidarsi del Signore, perché il Signore ha preso una decisione per Giuda: quello
che i nemici hanno pensato non avverrà, ma se non crederete non avrete
stabilità; se non riuscite a collocare la vostra fiducia nella roccia solida
del Signore, ma la collocate in qualcosa d’altro, il vostro destino non può che
diventare di paura, alla quale succede un’altra paura e ancora un’altra fino
all’infinito”. Questo discorso, che ci riguarda, Isaia l’ha fatto in modo chiarissimo
nei cap. 30° e 31°: i primi versetti dell’uno o dell’altro capitolo sono
rivolti contro le ambascerie che sono mandate in Egitto per ottenere l’appoggio
di questo Impero. La dinamica che nasce da questo comportamento è espressa in
modo chiarissimo nel cap. 30, 15a: «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di
Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono
confidente sta la vostra forza». L’“abbandono confidente nel Signore”
insieme con la “conversione” e con la “calma” – quindi con una vita orientata
concretamente al Signore –, Isaia lo ripete più volte: l’atteggiamento
fondamentale della fede è la “tranquillità”, è il non avere paura; ti affidi al
Signore e stai saldo di fronte a qualunque avversità.
«Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: No, noi
fuggiremo su cavalli» (Is 30, 15b-16a), che è l’atteggiamento che vi
dicevo: andare a cercare sicurezze mondane, perché i “cavalli”
evidentemente rappresentano la forza militare: «noi fuggiremo su cavalli»,
vogliamo avere questa sicurezza. «- Ebbene, fuggite! – Cavalcheremo su
destrieri veloci. Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. Mille si
spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla
fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come
un’asta sopra una collina» (Is 30, 16b-17).
Insomma per Isaia, come alla fine per Osea, ci sono solo due
alternative: o fare della vita una fuga continua o affidarsi tranquillamente al
Signore.
1.4. Il giudizio di Dio cala inevitabile sulla condizione di Israele
Di fatto, questi israeliti ricorrono all’Assiria, ma «non
guarirà la vostra piaga», perché la piaga non è l’Assiria che l’ha fatta,
ma l’ha inflitta il Signore, è Lui il «tarlo» e la «tignola»;
quindi non si risolve il problema su una dimensione politico-militare. «14
perché io sarò come un leone per Efraim, come un leoncello per la casa di
Giuda. Io farò strage e me ne andrò, porterò via la preda e nessuno me la
toglierà». Quindi, di fronte al giudizio di Dio, qualunque difesa mondana
si rivela evidentemente inefficace: “il Signore è un leone e un leoncello,
prende la preda e se la trascina nella sua tana, senza che nessuno
lo possa disturbare”.
Allora, fino qui è chiarissimo; c’è un peccato:
- radicale
di rifiuto di Dio,
- di
ricerca di sicurezze mondane,
- di
appoggio sui poteri politi;
- e
c’è il giudizio di Dio che cala inevitabile sulla condizione di Israele.
2. La strategia di Dio
2.1. Dio vuole ottenere la conversione d’Israele
Ma poi l’ultimo versetto del capitolo sembra cambiare
qualche cosa (non proprio tutto), perché dice: «15 Me ne ritorno
alla mia dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e
ricorreranno a me nella loro angoscia». Ma non aveva annunciato la
distruzione? Che avrebbe versato la sua ira? Che avrebbe lacerato come un leone
la preda? Adesso invece il Signore si ritira, non vuole annientare
Israele secondo le sue colpe. Invece, se lo meriterebbe! Per questo aveva
reagito con violenza. Ma a questo punto il Signore si ferma e differisce la punizione:
«ritorna alla sua dimora». Quando il Signore “esce dalla sua dimora”
vuole dire che viene in soccorso al suo popolo; nei momenti di pericolo “esce
dalla dimora” e combatte a favore del suo popolo. Ora si ritira, torna
indietro. È una forma di giudizio anche questa perché lascia Israele solo, ma è
un giudizio addolcito perché non distrugge Israele, lo lascia nelle difficoltà.
Ma il motivo della strategia di Dio è di ottenere la conversione e il
riconoscimento del peccato da parte d’Israele: «Me ne ritornerò alla mia
dimora finché non avranno espiato». Tradotto vuole dire: “Dovranno fare a
meno di me e del mio aiuto fino a quando non si renderanno conto del loro
peccato, non avranno patito le conseguenze del loro peccato e fatto un cammino
di ritorno e di rinnovamento”.
Insomma, c’è dentro quello che Ezechiele esprimerà con
quelle parole: “Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e
viva” (Cfr. Ez 18, 23; 18, 32; 33, 11). Il giudizio di Dio è una strategia per
ottenere questo: Dio si pone in un atteggiamento di attesa, fa vedere a Israele
quanto dipenda da Lui; dovendo fare da solo Israele ritroverà tutta la sua
miseria e debolezza, e ne diventerà consapevole. Allora, è la speranza di Dio:
«cercheranno il mio volto», torneranno a cercare il Signore, ma questa
volta nel modo corretto, non semplicemente con dei gesti cultuali (su questo ci
torneremo), ma vitalmente.
«E ricorreranno a me nella loro angoscia»,
letteralmente dice: «guarderanno a me», guardare al Signore. Il verbo è
lo stesso del Salmo 63, 2a: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco».
“Cercare all’aurora” in ebraico è scritto solo con un verbo, ed è esattamente
il verbo che c’è in Osea: «ricorreranno a me – “guarderanno a me”,
“cercheranno me” – nella loro angoscia».
2.2. Israele sperimenta l’amarezza dell’essere senza la presenza di Dio
Di fatto, a questa strategia del Signore, sembra ci sia una
risposta. Il popolo, lasciato solo nella peste, risponde anche se in un modo
confuso, con delle contraddizioni all’interno: «1 Venite,
ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha
percosso ed egli ci fascerà. 2 Dopo due giorni ci ridarà la vita e
il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. 3
Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora.
Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che
feconda la terra».
Sembra che l’allontanamento di Dio abbia fatto effetto:
finalmente Israele si muove, si accorge che la causa della sua crisi, della sua
situazione di angoscia, è il Signore e non le questioni politiche o militari, è
il Signore che ha straziato e percosso.
Allora, «ritorniamo al Signore». Come Lui «ha
straziato» e «percosso», Lui è in grado di produrre la salvezza, di
«guarire» e di «fasciare»; tutto dipende da Lui. Questo, non c’è
dubbio, è un riconoscimento grande e positivo da parte d’Israele: è il
ritrovare il giusto rapporto e la giusta dimensione della situazione che sta
vivendo.
2.3. Il desiderio di conversione non è percepito in profondità
Però, c’è qualche cosa che non è completo. È un desiderio
di conversione, ma sembra che la condizione di tragicità, in cui Israele si
trova, non sia percepita in tutta la sua profondità. Perché quel
discorso, «2 Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà
rialzare e noi vivremo alla sua presenza», sembra immaginare una
guarigione velocissima: “Non c’è da fare una lunga cura di guarigione (no, è
solo una piccola influenza che passa con qualche antibiotico), basta che il
Signore rientri un po’ nel nostro orizzonte e finalmente potremo ritrovare la
situazione di vita, di gioia”.
Ma, dicevo, qualcosa manca:
- Manca il riconoscimento della colpa: né Israele né
Giuda riconoscono di avere peccato con la loro idolatria: “di avere voltato le
spalle al Signore” (Cfr. Ger 15, 6). Riconoscono che la situazione di miseria
dipende dal Signore, ma non riconoscono la propria responsabilità.
- Non rinunciano alle potenze mondane che avevano cercato.
Avevamo visto che Israele e Giuda erano andati in cerca di alleanze militari e
politiche, innanzitutto con l’Assiria e poi con Damasco; in ogni modo sono
andati alla ricerca di questo e non dicono di avere una grande voglia di
cambiare, di rinunciarci. Dice un commentatore: “La loro conversione sembra la
volontà di sopravvivere, ma senza cambiare”; vogliono addomesticare il Signore,
farselo buono perché non sia più quel “leone che lacera”. Nella
loro vita tutto sembra poter continuare come prima.
2.4. Israele e Giuda paragonano l’intervento di Dio ad un fatto naturale
meccanico
Di fatto, l’intervento che Israele e Giuda si attendono sembra
essere un intervento naturale e quindi per certi aspetti meccanico.
“Naturale” per dire: “A che cosa lo paragoniamo? Innanzitutto all’«aurora»;
l’aurora viene tutti i giorni dopo la notte, entra in un ciclo regolare. Poi lo
paragoniamo alla «pioggia di autunno» e «alla pioggia di primavera».
È vero che può capitare il momento di siccità in cui la pioggia di autunno e di
primavera non vengono, ma il ciclo annuale riporta regolarmente questi
appuntamenti con la pioggia e quindi con la fecondità della vita”.
Sembra che il Signore sia cercato come una “realtà naturale”
che bisogna favorire, ma “meccanicamente”. Così come con “il culto dei Baal”
1 e
“i culti della fecondità”: si provoca magicamente il dono della pioggia e
quindi la «fecondità della terra». Così pensano che, con l’atto di culto
del ritorno e della conversione, il Signore sia placato e quindi continui a
fare la sua funzione regolare di datore di vita.
2.5. Fidarsi di Dio: pensare il culto come un rapporto di libertà con il
Signore
Siamo di fronte alla lotta più significativa dei profeti, in
particolare dei primi, a proposito dell’immagine di Dio: la lotta per la
libertà di Dio, per la personalità di Dio (dire “personalità di Dio” è un modo
umano di parlare). Ma l’essenziale del messaggio dei profeti è che Dio non è
una cosa, né una potenza; Dio è un soggetto libero di rapporto, di conoscenza e
di amore. Il “rapporto” con Lui si gioca nell’ambito della libertà, della
parola, del chiedere, del rendere grazie, dell’attendere e dello sperare;
quindi del fidarsi e non del produrre. Io non posso produrre le azioni
di Dio, non ci sono dei riti così ben fatti che producano la benedizione
divina. La benedizione di Dio è gratuita e rimane libera: io la posso invocare,
mi posso disporre a riceverla, posso essere nell’atteggiamento corretto dello
stupore e del ringraziamento; ma la libertà di Dio rimane e devo accoglierla
con sincerità e autenticità.
Cioè l’idea è ancora del riuscire a pensare il culto come
un rapporto di libertà con il Signore e non come un meccanismo per produrre
degli effetti.
2.6. L’esperienza di un incontro personale con Dio
Già il profeta Amos aveva affrontato questo problema quando
cercava di spingere Israele a fare l’esperienza di un incontro personale con
Dio. Al cap. 4, 12, Amos conclude un oracolo (abbastanza lungo) in cui sono
ricordate una serie di azioni divine di giudizi nei confronti d’Israele, alle
quali Israele non è stato capace di rispondere. Perché quello che il Signore
chiedeva, con queste azioni di giudizio, era una cosa sola: la
conversione, cioè il cambiamento del cuore; non voleva dei riti, dei
comportamenti esterni corretti secondo una qualsiasi regola, ma voleva una
dedizione personale dell’uomo; e non l’ha avuta.
L’oracolo inizia così: «4 Andate pure a Betel e
peccate! A Gàlgala e peccate ancor di più! Offrite ogni mattina i vostri
sacrifici e ogni tre giorni le vostre decime. 5 Offrite anche
sacrifici di grazie con lievito e proclamate ad alta voce le offerte spontanee
perché così vi piace di fare, o Israeliti, dice il Signore». Vuole dire:
“Moltiplicate pure i riti, i sacrifici… se vi piace farlo, fatelo, ma non è
questo che voglio».
Che cos’è che vuole?: «6 Eppure, vi ho lasciato a
denti asciutti in tutte le vostre città e con mancanza di pane in tutti i
vostri villaggi: e non siete ritornati a me, dice il Signore». È questo che
vuole: che «ritorniate a me», ma con il cuore, cioè con la vostra libertà, con
l’impegno della vostra esistenza.
«7 Vi ho pure rifiutato la pioggia tre mesi prima
della mietitura; facevo piovere sopra una città e non sopra l’altra; un campo
era bagnato di pioggia, mentre l’altro, su cui non pioveva, seccava… e non
siete ritornati a me, dice il Signore». E va avanti con questo ritornello: le
punizioni di Dio… «e non siete ritornati a me», perché era questo che voleva
ottenere.
Conclusione: «12 Perciò ti tratterò così,
Israele! Perché questo devo fare di te, preparati all’incontro con il tuo Dio,
o Israele!». È questo l’essenziale: «l’incontro»; un incontro
personale di un soggetto libero di amore che è Dio, e di un altro soggetto
libero di amore che è Israele.
È questo che Israele fa fatica a capire, a entrare in questa
logica. Sono disposti a “portare schiere di montoni al tempio per offrirli al
Signore” (Cfr. Mi 6, 6-7), ma fanno fatica a lasciare che il Signore sia
coinvolto nella loro esperienza di vita, nei loro pensieri, decisioni e
comportamenti.
2.7. L’incapacità d’Israele di liberarsi da una visione del benessere
In realtà non è la buona volontà che manca, Israele non sta
mentendo quando si dice: «1 Venite, ritorniamo al Signore».
No, il desiderio, la buona volontà, c’è; ma c’è l’incapacità di liberarsi da
una visione dove l’essenziale è il benessere, dove Dio è pensato come uno
strumento per ottenere il benessere, come un meccanismo da controllare come si
fa con gli altri: “Per ottenere il benessere io faccio i miei progetti, le mie
strategie, vendo, compro, realizzo, ecc.; e dentro a questi progetti ci sta
anche il Signore e la religione; per raggiungere il mio benessere, tra le tante
cose che faccio, ci metto anche il sacrificio, anche questo fa parte degli
strumenti per ottenere il benessere”. Ma questo è puro paganesimo, è baalismo:
“Baal è strumento per ottenere la pioggia, quindi per ottenere il
benessere devo avere i meccanismi perché questo strumento sia usato e sia
efficacemente realizzato nella mia vita”.
Insomma, YHWH appare ancora agli israeliti come una
divinità pienamente inserita nella natura, che si muove secondo una legge
naturale, che riguarda il Signore ma è ancora una legge naturale: la salvezza
di Dio può essere procurata con sicurezza, basta usare gli strumenti e i riti
corretti.
3. L’ordine di giustizia di Dio
Risposta del Signore: «4 Che dovrò fare per te,
Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del
mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5 Per questo li ho
colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il
mio giudizio sorge come la luce: 6 poiché voglio l’amore e non il
sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti». Questo è uno di quei
testi tipici di Osea, del Signore che sembra quasi arrendersi di fronte ad un
ostacolo insuperabile: avrebbe dovuto distruggere ma non vuole, vorrebbe
salvare ma non può di fronte ad un atteggiamento di questo genere, del popolo
che reagisce. E Dio si trova in qualche modo disarmato. Quella strategia, – che
aveva pensato dell’allontanarsi da Israele perché si rendesse conto di che cosa
vuol dire fare senza Dio –, qualche cosa ha ottenuto: la consapevolezza di aver
bisogno di Dio; ma solo “qualche cosa” perché non è riuscito ad ottenere la
conversione d’Israele, che è effimera e quindi superficiale e apparente.
Il Signore è costretto a riprendere una via di giudizio:
«4 Che dovrò fare per te… Il vostro amore è come una nube del
mattino, come la rugiada che all’alba svanisce». Questo l’abbiamo già
spiegato nella prima meditazione. Il senso è evidente in sé, e si capirebbe
bene se si prova stare qualche giorno in Galilea durante l’estate, perché tutte
le mattine quando ci si alza sembra sia nuvolo, in realtà non lo è affatto e
basta che si alzi il sole che picchi forte sulla testa. È la «nube del
mattino», che scompare immediatamente.
Dicevo: “rimane solo la punizione”. Notate (pur se piccola)
come le parole di Dio incominciano alla seconda persona singolare: «4 Che
dovrò fare per te, Efraim»; poi passa alla seconda plurale: «Il vostro
amore è come una nube del mattino»; poi passa alla terza: «5 Per
questo li ho colpiti per mezzo dei profeti». Sembra esprimere, nell’uso dei
pronomi personali, l’allontanamento di Dio. Israele, che era l’interlocutore e
lo chiamava per nome “tu”, diventa un po’ più lontano “voi”, poi diventa
“loro”. La comunicazione non si è stabilita, la distanza appare dolorosamente
agli occhi del Signore e deve essere purtroppo percepita dolorosamente da parte
d’Israele.
3.1. La parola dura dei profeti che «uccide»
Deve essere percepita con la parola dei profeti: «5
li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia
bocca». Evidentemente dietro ci sta la consapevolezza che la Parola di Dio
è efficace, che distrugge come «una spada a doppio taglio» (Cfr. Eb 4,
12). Anche quando il Signore chiama Geremia gli «mette la parola sulla bocca»,
perché il profeta possa costruire, «edificare» e «distruggere»
(Cfr. Ger 1, 9-10). Sempre nel profeta Geremia, la Parola di Dio è paragonata
“a un fuoco e a un martello che spacca la roccia” (Cfr. Ger 23,
29). La Parola è forte, non è semplicemente un pensiero comunicato, ma è
un’energia buttata addosso agli uomini, immessa nella storia per darvi una
direzione nuova.
Il senso è evidente: Israele non è più capace di tornare da
solo, e allora viene la parola dura dei profeti che «uccide», ma in
realtà è una parola che fa sorgere il giudizio di Dio. Ora, questo
“giudizio” intendetelo non come il giudizio che distrugge, ma come un ordine di
salvezza che viene costruito ed edificato.
Ripensate ai Giudici del tempo degli inizi d’Israele: i Giudici
sono dei capi ma sono dei salvatori, operano un giudizio. Il “giudizio” è un
ordine di salvezza, quello che Dio deve costruire è una situazione nuova.
Israele non riesce a convertirsi, allora questo “ordine” lo fa il Signore e lo
produce con la sua Parola attraverso i profeti, ma lo produce inevitabilmente
tagliando, lacerando e distruggendo; però quello che viene fuori è un ordine.
È la stessa parola che trovate nel Libro del profeta Isaia,
quando del “servo di YHWH” si dice: «Non griderà né alzerà il tono, non farà
udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno
stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto (– “diritto” e
“giudizio” è la stessa parola in ebraico, è il mišpãt –) con fermezza; non
verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto
sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole» (Is 42, 2-4). Il
“servo di YHWH” deve esattamente stabilire sulla terra l’ordine di giustizia
che viene da Dio.
3.2. L’«amore» e la «conoscenza
di Dio»
Qual è questo “ordine di giustizia”, in che cosa consiste?
Dice Osea: «6 perché voglio l’amore e non il sacrificio, la
conoscenza di Dio più degli olocausti»; questo è l’ordine di giustizia di
Dio; è il diritto, il giudizio, che i profeti sono chiamati a instaurare. Che
cosa voglia dire l’abbiamo già ricordato nella prima meditazione, perché sia il
termine «amore», che è hesed, sia la «conoscenza di Dio»
si trovano nel cap. 4° (e nel testo di Osea le incontreremo ancora qualche
altra volta).
Ma è evidente che il nostro versetto scava un abisso tra due
modi di raggiungere Dio:
- “il
sacrificio e gli olocausti”;
- “l’amore
e la conoscenza di Dio”.
Vuole dire: uno è la tecnica religiosa e l’altro è la
dedizione personale. Forse la contrapposizione è un po’ semplificata, ma va in
quella linea. Evidentemente non sono proibiti i sacrifici o gli olocausti; ma
se questi vengono percepiti, pensati e vissuti come strumenti per manipolare la
libertà di Dio, e quindi per fare di Dio uno strumento al servizio del proprio
benessere, evidentemente siamo davanti ad una deformazione della religione;
quindi non è questo l’ordine di giustizia.
L’“ordine di giustizia” non vuole dire che Dio diventi il
servo dell’uomo, ma che l’uomo diventi il servo di Dio; non che Dio diventi uno
strumento perché l’uomo possa fare i suoi progetti, ma che l’uomo diventi
strumento di Dio nel compimento del Suo – di Dio – progetto; e questo avviene
esattamente attraverso l’«amore»
e «la conoscenza di Dio».
Credo che il discorso lo possiate ritrovare in Osea al cap.
8, 11-13, dice: «11 Efraim ha moltiplicato gli altari, ma gli
altari sono diventati per lui un’occasione di peccato». È paradossale: “gli
atti religiosi sono diventati per Efraim un’occasione di peccato”.
Evidentemente: gli atti religiosi, perché l’immagine di Dio è stata deformata
in una prospettiva magica, in cui con certi gesti si riescono a controllare le
potenze sovrumane. Se la religione viene intesa così, evidentemente è
deformante. «12 Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono
considerate come una cosa straniera. 13 Essi offrono sacrifici e ne
mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; si ricorderà della loro
iniquità e punirà i loro peccati: dovranno tornare in Egitto».
Ancora, questo discorso lo potete ritrovare nel Salmo 50°; è
molto significativo, e lo abbiamo già ricordato nella prima meditazione a
motivo della convocazione in giudizio con cui il Salmo inizia. Dice: «7
Ascolta, popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te, Israele». E
dice nel Salmo che il Signore non accusa Israele di essere poco religioso: i
sacrifici sono abbondanti, ne fanno fin troppi; quindi non è questo il motivo
per cui il Signore è risentito contro Israele. Il motivo è un altro, dice: «14
Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; 15
invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria». Il
Signore promette il suo intervento, ma viene nel momento in cui l’uomo è capace
di collocarsi davanti a Dio in un rapporto dialogico, “io – tu”; in un
rapporto di comunicazione, di amicizia, di fiducia e di libertà, dove l’uomo
viene coinvolto nella sua libertà, ma a Dio si lascia la sua libertà. Solo a
questo punto il Signore garantisce la sua risposta come una risposta di
salvezza.
Capite che questo discorso: «6 voglio l’amore
e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti», esprime una
visione globale della vita religiosa, quindi non è solo un modo di pensare il
sacrificio, ma è un modo di pensare la vita dell’uomo di fede.
Potete trovare nel Vangelo il richiamo a questo testo, che è
amato da Matteo. Lo trovate al cap. 9, 13, dove si parla dell’accoglienza dei
peccatori, e il modo con cui Gesù li accoglie è spiegato proprio con questo
versetto: «Il Signore vuole l’amore e non il sacrificio». Anche al cap.
12, 7, dove si spiega e si difende l’atteggiamento dei discepoli che hanno
mangiato il grano delle spighe in giorno di sabato, quindi viene difeso un
atteggiamento che nasce da una povertà e da una debolezza a proposito
dell’interpretazione della legge del sabato.
Riassunto conclusivo
In questo modo il nostro brano ci ha fatto fare un
itinerario; abbiamo visto:
- La tentazione di Israele e di Giuda di cercare sostegni
politici.
- La reazione del Signore a questo e l’annuncio di giudizio al
quale l’uomo non è in grado di sottrarsi.
La decisione di giudizio e di annientamento è stata
frenata da Dio: Dio si è bloccato e invece di arrivare a distruggere si “è
ritirato nella sua dimora”, perché Israele sperimentasse l’amarezza dell’essere
senza la presenza di Dio.
Questa esperienza ha portato Israele a un primo
movimento di conversione sincero, ma effimero; positivo, ma radicalmente
incompleto. “Incompleto” perché non parte o non contiene un riconoscimento del
proprio peccato, e non prevede un autentico cambiamento dei propri
comportamenti.
- Di fronte a questa situazione il Signore, che vorrebbe
salvare, è in qualche modo disarmato, ed è costretto a percorre l’altra strada
della parola del profeta: “parola dura che uccide”, ma attraverso cui pian piano
sorge nella storia del mondo il giudizio di Dio, cioè la giustizia, “l’ordine
di giustizia di Dio”.
Quale sia questo ordine, lo abbiamo detto: “l’amore e
non il sacrificio”, “la conoscenza di Dio più che gli olocausti”. Dove amore e
conoscenza di Dio evidentemente s’intrecciano per esprimere l’atteggiamento di
fiducia, di riconoscimento di Dio, di sottomissione concreta e obbediente al
Signore.
* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al
linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.
1
Il nome baal, padrone, era il nome proprio di un dio di Canaan
(Introduzione al Libro di Osea, pag. 1081 della Bibbia della Tob)
|