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Monastero di Bose
(Magnano – Belluno)

Esercizi per Presbiteri

Il Libro del profeta Osea

III Meditazione
12 giugno 2001

Invocazione

“Maestro e Signore, io non merito che tu ti introduca sotto il tetto della mia anima, ma dato che vuoi, come amico degli uomini, prendere dimora in me, io ti accosto con audacia. Tu ordini che io apra quelle porte che tu solo hai creato, per entrare con il tuo costante amore. Tu entrerai e illuminerai il mio pensiero infangato. Lo credo perché tu non hai mandato via quelli che venivano a te, né hai respinto il pubblicano penitente, ma tutti coloro che si avvicinavano a te nella conversione, li hai annoverati nel numero dei tuoi amici. Tu che sei il solo benedetto, in ogni tempo ora e nei secoli senza fine. Amen”.

Premessa

Nel cammino, che stiamo tentando di percorrere, ci siamo sentiti convocare dal Signore in giudizio e abbiamo ascoltato un’accusa durissima che il Signore ha fatto nei nostri confronti. Un’accusa che, come sempre, ha come scopo non l’annientamento o l’avvilimento dell’ascoltatore, ma in qualche modo il suo risveglio. Le persone alle quali la Parola di Dio è rivolta debbono diventare consapevoli di quale sia realmente la loro condizione davanti a Dio nell’esistenza concreta che stanno vivendo.

Introduzione

Questa consapevolezza è il punto fondamentale, il pre-requisito necessario perché il cammino diventi di conversione e di rinnovamento. È verso questo cammino di conversione che ci avviciniamo con il secondo testo che cerchiamo di meditare:

«8 Suonate il corno in Gàbaa e la tromba in Rama, date l’allarme a Bet-Avèn, all’erta, Beniamino! 9 Efraim sarà devastato nel giorno del castigo: per le tribù d’Israele annunzio una cosa sicura. 10 I capi di Giuda sono diventati come quelli che spostano i confini e su di essi come acqua verserò la mia ira. 11 Efraim è un oppressore, un violatore del diritto, ha cominciato a inseguire le vanità. 12 Ma io sarò come una tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda. 13 Efraim ha visto la sua infermità e Giuda la sua piaga. Efraim è ricorso all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma egli non potrà curarvi, non guarirà la vostra piaga, 14 perché io sarò come un leone per Efraim, come un leoncello per la casa di Giuda. Io farò strage e me ne andrò, porterò via la preda e nessuno me la toglierà. 15 Me ne ritorno alla mia dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia. 1 Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. 2 Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. 3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra. 4 Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5 Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: 6 poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 5, 8; 6, 6).

La situazione storica

Secondo la maggior parte degli autori – seguendo Alt A. – il nostro brano andrebbe collocato storicamente al tempo della guerra Siro-Efraimita, quando il regno di Samaria si è alleato con il regno di Damasco contro il regno di Giuda, e quando il regno di Giuda ha fatto appello all’Assiria per essere liberato da questi due scomodi vicini e nemici. La questione non è chiarissima e non tutti i commentatori sono d’accordo, ma per certi aspetti è secondario; invece rimane importante per il nostro brano il fatto che si colloca in uno di quei periodi di lotta tra i regni divisi. Questo non è stranissimo perché, sono stati quasi sempre in lotta l’uno con l’altro, come fratelli contrapposti.

In questa situazione il profeta giudica il regno d’Israele e il regno di Giuda come entrambi colpevoli, perché valutano e vivono la loro esperienza in una pura considerazione politica e militare senza fare riferimento al vero problema: Dio. Stanno ragionando sui confini spostati, stanno preparandosi e facendo guerra l’uno con l’altro, ricorrono all’Assiria… Insomma, stanno cercando dei rimedi umani ad una situazione che, nel rapporto tra il regno d’Israele e il regno di Giuda e il Signore, ha in realtà una causa di fede.

Esaminiamo il testo.

1. Il peccato d’Israele

1.1. Il peccato radicale di rifiuto di Dio

Il giudizio di Dio è contro:

1.2. Il peccato di vanità, di ricerca di sicurezze mondane

Continua il testo: «11 Efraim è un oppressore, un violatore del diritto, ha cominciato a inseguire le vanità. 12 Ma io sarò come una tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda». Le «vanità», che Efraim ha incominciato a inseguire, sono le potenze mondane, in concreto l’Assiria (ma ora non ci interessano i riferimenti precisi, anche perché non siamo sicurissimi di tutto). È importante ciò che mondanamente si presenta come forte, per esempio una potenza militare o le potenze economiche o gli imperi culturali, perché tutte queste realtà sono diventate seducenti, e Efraim ha incominciato a inseguirle: invece di seguire il Signore insegue il potere. Ma per quanto il potere appaia seducente o capace di impaurire, in realtà è vuoto, è “vanità”, e chi si mette a inseguire il potere diventa anch’egli vanità.

Era il discorso significativo che avrebbe fatto successivamente Geremia, quando nel cap. 2° (un capitolo vicinissimo a quello che stiamo meditando in Osea) dice: «Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità» (Ger 2, 5). Questa affermazione è sorprendente ma bella, perché Geremia suppone che l’uomo assomigli a quello che lui cerca: che pian piano assuma i lineamenti dei suoi dei. “Dei suoi dei” significa: se segui il potere incomincerai ad assomigliargli. Siccome il potere è forte, può darsi che avrai delle forze e diventerai forte dal punto di vista politico o militare; siccome il potere è cinico, diventerai cinico e perderai i valori perché il potere sta al di fuori di una logica dei valori; così se vai dietro alla ricchezza acquisterai i lineamenti della ricchezza e diventerai bello e attraente com’è bella e attraente la ricchezza, ma siccome la ricchezza è senza cuore, anche tu diventerai senza cuore e lo venderai se ti attacchi alla ricchezza. Questo vale per tutte le altre dimensioni: quello che appare come potente e seducente rischia di togliere l’anima dell’uomo, di cancellare la dimensione di libertà e di introdurre l’uomo in meccanismi di schiavitù.

Così Efraim è andato dietro alla vanità, perché non c’è dubbio che il potere è forte dal punto di vista politico, ma il potere è vano dal punto di vista del compimento dell’uomo, non porta certamente alla perfezione della persona o del popolo.

1.3. Il peccato di appoggio sui poteri politi

Di fatto, è inutile che vadano a cercare degli appoggi politici perché, dice il Signore: «12 io sarò come una tignola per Efraim e come un tarlo per la casa di Giuda». Fa un po’ impressione che Dio paragoni se stesso a una «tignola» o a «un tarlo» e qualcuno addirittura traduce: a «una piaga purulenta»; ma i profeti da questo punto di vista non hanno molte remore teologiche nel modo di accostare il Signore, e l’immagine più chiara di così non potrebbe essere.

«13 Efraim ha visto la sua infermità e Giuda la sua piaga. Efraim è ricorso all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma egli non potrà curarvi, non guarirà la vostra piaga». Dunque, «Efraim» e «Giuda» si rendono conto della situazione difficile in cui si trovano, della crisi che stanno affrontando; e hanno cercato, come facilmente avviene, i “rimedi mondani”, che nella fattispecie si chiama «Assiria» («Assiria» o «gran re» sono due modi per indicare la stessa identità). Siccome l’Assiria nella situazione concreta è il potere dominante, allora appare a Efraim e a Giuda come l’unico possibile salvatore.

Questa è una delle critiche fondamentali dei profeti, e la riflessione, in particolare di Isaia, ci tornerà spesso su questo nel dire: “È inutile che Acaz vada a cercare delle alleanze politiche, deve imparare a fidarsi del Signore, perché il Signore ha preso una decisione per Giuda: quello che i nemici hanno pensato non avverrà, ma se non crederete non avrete stabilità; se non riuscite a collocare la vostra fiducia nella roccia solida del Signore, ma la collocate in qualcosa d’altro, il vostro destino non può che diventare di paura, alla quale succede un’altra paura e ancora un’altra fino all’infinito”. Questo discorso, che ci riguarda, Isaia l’ha fatto in modo chiarissimo nei cap. 30° e 31°: i primi versetti dell’uno o dell’altro capitolo sono rivolti contro le ambascerie che sono mandate in Egitto per ottenere l’appoggio di questo Impero. La dinamica che nasce da questo comportamento è espressa in modo chiarissimo nel cap. 30, 15a: «Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». L’“abbandono confidente nel Signore” insieme con la “conversione” e con la “calma” – quindi con una vita orientata concretamente al Signore –, Isaia lo ripete più volte: l’atteggiamento fondamentale della fede è la “tranquillità”, è il non avere paura; ti affidi al Signore e stai saldo di fronte a qualunque avversità.

«Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: No, noi fuggiremo su cavalli» (Is 30, 15b-16a), che è l’atteggiamento che vi dicevo: andare a cercare sicurezze mondane, perché i “cavalli” evidentemente rappresentano la forza militare: «noi fuggiremo su cavalli», vogliamo avere questa sicurezza. «- Ebbene, fuggite! – Cavalcheremo su destrieri veloci. Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina» (Is 30, 16b-17).

Insomma per Isaia, come alla fine per Osea, ci sono solo due alternative: o fare della vita una fuga continua o affidarsi tranquillamente al Signore.

1.4. Il giudizio di Dio cala inevitabile sulla condizione di Israele

Di fatto, questi israeliti ricorrono all’Assiria, ma «non guarirà la vostra piaga», perché la piaga non è l’Assiria che l’ha fatta, ma l’ha inflitta il Signore, è Lui il «tarlo» e la «tignola»; quindi non si risolve il problema su una dimensione politico-militare. «14 perché io sarò come un leone per Efraim, come un leoncello per la casa di Giuda. Io farò strage e me ne andrò, porterò via la preda e nessuno me la toglierà». Quindi, di fronte al giudizio di Dio, qualunque difesa mondana si rivela evidentemente inefficace: “il Signore è un leone e un leoncello, prende la preda e se la trascina nella sua tana, senza che nessuno lo possa disturbare”.

Allora, fino qui è chiarissimo; c’è un peccato:

  • radicale di rifiuto di Dio,
  • di ricerca di sicurezze mondane,
  • di appoggio sui poteri politi;
  • e c’è il giudizio di Dio che cala inevitabile sulla condizione di Israele.

2. La strategia di Dio

2.1. Dio vuole ottenere la conversione d’Israele

Ma poi l’ultimo versetto del capitolo sembra cambiare qualche cosa (non proprio tutto), perché dice: «15 Me ne ritorno alla mia dimora finché non avranno espiato e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia». Ma non aveva annunciato la distruzione? Che avrebbe versato la sua ira? Che avrebbe lacerato come un leone la preda? Adesso invece il Signore si ritira, non vuole annientare Israele secondo le sue colpe. Invece, se lo meriterebbe! Per questo aveva reagito con violenza. Ma a questo punto il Signore si ferma e differisce la punizione: «ritorna alla sua dimora». Quando il Signore “esce dalla sua dimora” vuole dire che viene in soccorso al suo popolo; nei momenti di pericolo “esce dalla dimora” e combatte a favore del suo popolo. Ora si ritira, torna indietro. È una forma di giudizio anche questa perché lascia Israele solo, ma è un giudizio addolcito perché non distrugge Israele, lo lascia nelle difficoltà. Ma il motivo della strategia di Dio è di ottenere la conversione e il riconoscimento del peccato da parte d’Israele: «Me ne ritornerò alla mia dimora finché non avranno espiato». Tradotto vuole dire: “Dovranno fare a meno di me e del mio aiuto fino a quando non si renderanno conto del loro peccato, non avranno patito le conseguenze del loro peccato e fatto un cammino di ritorno e di rinnovamento”.

Insomma, c’è dentro quello che Ezechiele esprimerà con quelle parole: “Io non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Cfr. Ez 18, 23; 18, 32; 33, 11). Il giudizio di Dio è una strategia per ottenere questo: Dio si pone in un atteggiamento di attesa, fa vedere a Israele quanto dipenda da Lui; dovendo fare da solo Israele ritroverà tutta la sua miseria e debolezza, e ne diventerà consapevole. Allora, è la speranza di Dio: «cercheranno il mio volto», torneranno a cercare il Signore, ma questa volta nel modo corretto, non semplicemente con dei gesti cultuali (su questo ci torneremo), ma vitalmente.

«E ricorreranno a me nella loro angoscia», letteralmente dice: «guarderanno a me», guardare al Signore. Il verbo è lo stesso del Salmo 63, 2a: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco». “Cercare all’aurora” in ebraico è scritto solo con un verbo, ed è esattamente il verbo che c’è in Osea: «ricorreranno a me – “guarderanno a me”, “cercheranno me” – nella loro angoscia».

2.2. Israele sperimenta l’amarezza dell’essere senza la presenza di Dio

Di fatto, a questa strategia del Signore, sembra ci sia una risposta. Il popolo, lasciato solo nella peste, risponde anche se in un modo confuso, con delle contraddizioni all’interno: «1 Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. 2 Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. 3 Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra».

Sembra che l’allontanamento di Dio abbia fatto effetto: finalmente Israele si muove, si accorge che la causa della sua crisi, della sua situazione di angoscia, è il Signore e non le questioni politiche o militari, è il Signore che ha straziato e percosso.

Allora, «ritorniamo al Signore». Come Lui «ha straziato» e «percosso», Lui è in grado di produrre la salvezza, di «guarire» e di «fasciare»; tutto dipende da Lui. Questo, non c’è dubbio, è un riconoscimento grande e positivo da parte d’Israele: è il ritrovare il giusto rapporto e la giusta dimensione della situazione che sta vivendo.

2.3. Il desiderio di conversione non è percepito in profondità

Però, c’è qualche cosa che non è completo. È un desiderio di conversione, ma sembra che la condizione di tragicità, in cui Israele si trova, non sia percepita in tutta la sua profondità. Perché quel discorso, «2 Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza», sembra immaginare una guarigione velocissima: “Non c’è da fare una lunga cura di guarigione (no, è solo una piccola influenza che passa con qualche antibiotico), basta che il Signore rientri un po’ nel nostro orizzonte e finalmente potremo ritrovare la situazione di vita, di gioia”.

Ma, dicevo, qualcosa manca:

  1. Manca il riconoscimento della colpa: né Israele né Giuda riconoscono di avere peccato con la loro idolatria: “di avere voltato le spalle al Signore” (Cfr. Ger 15, 6). Riconoscono che la situazione di miseria dipende dal Signore, ma non riconoscono la propria responsabilità.
  2. Non rinunciano alle potenze mondane che avevano cercato. Avevamo visto che Israele e Giuda erano andati in cerca di alleanze militari e politiche, innanzitutto con l’Assiria e poi con Damasco; in ogni modo sono andati alla ricerca di questo e non dicono di avere una grande voglia di cambiare, di rinunciarci. Dice un commentatore: “La loro conversione sembra la volontà di sopravvivere, ma senza cambiare”; vogliono addomesticare il Signore, farselo buono perché non sia più quel “leone che lacera”. Nella loro vita tutto sembra poter continuare come prima.

2.4. Israele e Giuda paragonano l’intervento di Dio ad un fatto naturale meccanico

Di fatto, l’intervento che Israele e Giuda si attendono sembra essere un intervento naturale e quindi per certi aspetti meccanico. “Naturale” per dire: “A che cosa lo paragoniamo? Innanzitutto all’«aurora»; l’aurora viene tutti i giorni dopo la notte, entra in un ciclo regolare. Poi lo paragoniamo alla «pioggia di autunno» e «alla pioggia di primavera». È vero che può capitare il momento di siccità in cui la pioggia di autunno e di primavera non vengono, ma il ciclo annuale riporta regolarmente questi appuntamenti con la pioggia e quindi con la fecondità della vita”.

Sembra che il Signore sia cercato come una “realtà naturale” che bisogna favorire, ma “meccanicamente”. Così come con “il culto dei Baal 1 e “i culti della fecondità”: si provoca magicamente il dono della pioggia e quindi la «fecondità della terra». Così pensano che, con l’atto di culto del ritorno e della conversione, il Signore sia placato e quindi continui a fare la sua funzione regolare di datore di vita.

2.5. Fidarsi di Dio: pensare il culto come un rapporto di libertà con il Signore

Siamo di fronte alla lotta più significativa dei profeti, in particolare dei primi, a proposito dell’immagine di Dio: la lotta per la libertà di Dio, per la personalità di Dio (dire “personalità di Dio” è un modo umano di parlare). Ma l’essenziale del messaggio dei profeti è che Dio non è una cosa, né una potenza; Dio è un soggetto libero di rapporto, di conoscenza e di amore. Il “rapporto” con Lui si gioca nell’ambito della libertà, della parola, del chiedere, del rendere grazie, dell’attendere e dello sperare; quindi del fidarsi e non del produrre. Io non posso produrre le azioni di Dio, non ci sono dei riti così ben fatti che producano la benedizione divina. La benedizione di Dio è gratuita e rimane libera: io la posso invocare, mi posso disporre a riceverla, posso essere nell’atteggiamento corretto dello stupore e del ringraziamento; ma la libertà di Dio rimane e devo accoglierla con sincerità e autenticità.

Cioè l’idea è ancora del riuscire a pensare il culto come un rapporto di libertà con il Signore e non come un meccanismo per produrre degli effetti.

2.6. L’esperienza di un incontro personale con Dio

Già il profeta Amos aveva affrontato questo problema quando cercava di spingere Israele a fare l’esperienza di un incontro personale con Dio. Al cap. 4, 12, Amos conclude un oracolo (abbastanza lungo) in cui sono ricordate una serie di azioni divine di giudizi nei confronti d’Israele, alle quali Israele non è stato capace di rispondere. Perché quello che il Signore chiedeva, con queste azioni di giudizio, era una cosa sola: la conversione, cioè il cambiamento del cuore; non voleva dei riti, dei comportamenti esterni corretti secondo una qualsiasi regola, ma voleva una dedizione personale dell’uomo; e non l’ha avuta.

L’oracolo inizia così: «4 Andate pure a Betel e peccate! A Gàlgala e peccate ancor di più! Offrite ogni mattina i vostri sacrifici e ogni tre giorni le vostre decime. 5 Offrite anche sacrifici di grazie con lievito e proclamate ad alta voce le offerte spontanee perché così vi piace di fare, o Israeliti, dice il Signore». Vuole dire: “Moltiplicate pure i riti, i sacrifici… se vi piace farlo, fatelo, ma non è questo che voglio».

Che cos’è che vuole?: «6 Eppure, vi ho lasciato a denti asciutti in tutte le vostre città e con mancanza di pane in tutti i vostri villaggi: e non siete ritornati a me, dice il Signore». È questo che vuole: che «ritorniate a me», ma con il cuore, cioè con la vostra libertà, con l’impegno della vostra esistenza.

«7 Vi ho pure rifiutato la pioggia tre mesi prima della mietitura; facevo piovere sopra una città e non sopra l’altra; un campo era bagnato di pioggia, mentre l’altro, su cui non pioveva, seccava… e non siete ritornati a me, dice il Signore». E va avanti con questo ritornello: le punizioni di Dio… «e non siete ritornati a me», perché era questo che voleva ottenere.

Conclusione: «12 Perciò ti tratterò così, Israele! Perché questo devo fare di te, preparati all’incontro con il tuo Dio, o Israele!». È questo l’essenziale: «l’incontro»; un incontro personale di un soggetto libero di amore che è Dio, e di un altro soggetto libero di amore che è Israele.

È questo che Israele fa fatica a capire, a entrare in questa logica. Sono disposti a “portare schiere di montoni al tempio per offrirli al Signore” (Cfr. Mi 6, 6-7), ma fanno fatica a lasciare che il Signore sia coinvolto nella loro esperienza di vita, nei loro pensieri, decisioni e comportamenti.

2.7. L’incapacità d’Israele di liberarsi da una visione del benessere

In realtà non è la buona volontà che manca, Israele non sta mentendo quando si dice: «1 Venite, ritorniamo al Signore». No, il desiderio, la buona volontà, c’è; ma c’è l’incapacità di liberarsi da una visione dove l’essenziale è il benessere, dove Dio è pensato come uno strumento per ottenere il benessere, come un meccanismo da controllare come si fa con gli altri: “Per ottenere il benessere io faccio i miei progetti, le mie strategie, vendo, compro, realizzo, ecc.; e dentro a questi progetti ci sta anche il Signore e la religione; per raggiungere il mio benessere, tra le tante cose che faccio, ci metto anche il sacrificio, anche questo fa parte degli strumenti per ottenere il benessere”. Ma questo è puro paganesimo, è baalismo: “Baal è strumento per ottenere la pioggia, quindi per ottenere il benessere devo avere i meccanismi perché questo strumento sia usato e sia efficacemente realizzato nella mia vita”.

Insomma, YHWH appare ancora agli israeliti come una divinità pienamente inserita nella natura, che si muove secondo una legge naturale, che riguarda il Signore ma è ancora una legge naturale: la salvezza di Dio può essere procurata con sicurezza, basta usare gli strumenti e i riti corretti.

3. L’ordine di giustizia di Dio

Risposta del Signore: «4 Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5 Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: 6 poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti». Questo è uno di quei testi tipici di Osea, del Signore che sembra quasi arrendersi di fronte ad un ostacolo insuperabile: avrebbe dovuto distruggere ma non vuole, vorrebbe salvare ma non può di fronte ad un atteggiamento di questo genere, del popolo che reagisce. E Dio si trova in qualche modo disarmato. Quella strategia, – che aveva pensato dell’allontanarsi da Israele perché si rendesse conto di che cosa vuol dire fare senza Dio –, qualche cosa ha ottenuto: la consapevolezza di aver bisogno di Dio; ma solo “qualche cosa” perché non è riuscito ad ottenere la conversione d’Israele, che è effimera e quindi superficiale e apparente.

Il Signore è costretto a riprendere una via di giudizio: «4 Che dovrò fare per te… Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce». Questo l’abbiamo già spiegato nella prima meditazione. Il senso è evidente in sé, e si capirebbe bene se si prova stare qualche giorno in Galilea durante l’estate, perché tutte le mattine quando ci si alza sembra sia nuvolo, in realtà non lo è affatto e basta che si alzi il sole che picchi forte sulla testa. È la «nube del mattino», che scompare immediatamente.

Dicevo: “rimane solo la punizione”. Notate (pur se piccola) come le parole di Dio incominciano alla seconda persona singolare: «4 Che dovrò fare per te, Efraim»; poi passa alla seconda plurale: «Il vostro amore è come una nube del mattino»; poi passa alla terza: «5 Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti». Sembra esprimere, nell’uso dei pronomi personali, l’allontanamento di Dio. Israele, che era l’interlocutore e lo chiamava per nome “tu”, diventa un po’ più lontano “voi”, poi diventa “loro”. La comunicazione non si è stabilita, la distanza appare dolorosamente agli occhi del Signore e deve essere purtroppo percepita dolorosamente da parte d’Israele.

3.1. La parola dura dei profeti che «uccide»

Deve essere percepita con la parola dei profeti: «5 li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca». Evidentemente dietro ci sta la consapevolezza che la Parola di Dio è efficace, che distrugge come «una spada a doppio taglio» (Cfr. Eb 4, 12). Anche quando il Signore chiama Geremia gli «mette la parola sulla bocca», perché il profeta possa costruire, «edificare» e «distruggere» (Cfr. Ger 1, 9-10). Sempre nel profeta Geremia, la Parola di Dio è paragonata “a un fuoco e a un martello che spacca la roccia” (Cfr. Ger 23, 29). La Parola è forte, non è semplicemente un pensiero comunicato, ma è un’energia buttata addosso agli uomini, immessa nella storia per darvi una direzione nuova.

Il senso è evidente: Israele non è più capace di tornare da solo, e allora viene la parola dura dei profeti che «uccide», ma in realtà è una parola che fa sorgere il giudizio di Dio. Ora, questo “giudizio” intendetelo non come il giudizio che distrugge, ma come un ordine di salvezza che viene costruito ed edificato.

Ripensate ai Giudici del tempo degli inizi d’Israele: i Giudici sono dei capi ma sono dei salvatori, operano un giudizio. Il “giudizio” è un ordine di salvezza, quello che Dio deve costruire è una situazione nuova. Israele non riesce a convertirsi, allora questo “ordine” lo fa il Signore e lo produce con la sua Parola attraverso i profeti, ma lo produce inevitabilmente tagliando, lacerando e distruggendo; però quello che viene fuori è un ordine.

È la stessa parola che trovate nel Libro del profeta Isaia, quando del “servo di YHWH” si dice: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto (– “diritto” e “giudizio” è la stessa parola in ebraico, è il mišpãt –) con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole» (Is 42, 2-4). Il “servo di YHWH” deve esattamente stabilire sulla terra l’ordine di giustizia che viene da Dio.

3.2. L’«amore» e la «conoscenza di Dio»

Qual è questo “ordine di giustizia”, in che cosa consiste? Dice Osea: «6 perché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti»; questo è l’ordine di giustizia di Dio; è il diritto, il giudizio, che i profeti sono chiamati a instaurare. Che cosa voglia dire l’abbiamo già ricordato nella prima meditazione, perché sia il termine «amore», che è hesed, sia la «conoscenza di Dio» si trovano nel cap. 4° (e nel testo di Osea le incontreremo ancora qualche altra volta).

Ma è evidente che il nostro versetto scava un abisso tra due modi di raggiungere Dio:

  • “il sacrificio e gli olocausti”;
  • “l’amore e la conoscenza di Dio”.

Vuole dire: uno è la tecnica religiosa e l’altro è la dedizione personale. Forse la contrapposizione è un po’ semplificata, ma va in quella linea. Evidentemente non sono proibiti i sacrifici o gli olocausti; ma se questi vengono percepiti, pensati e vissuti come strumenti per manipolare la libertà di Dio, e quindi per fare di Dio uno strumento al servizio del proprio benessere, evidentemente siamo davanti ad una deformazione della religione; quindi non è questo l’ordine di giustizia.

L’“ordine di giustizia” non vuole dire che Dio diventi il servo dell’uomo, ma che l’uomo diventi il servo di Dio; non che Dio diventi uno strumento perché l’uomo possa fare i suoi progetti, ma che l’uomo diventi strumento di Dio nel compimento del Suo – di Dio – progetto; e questo avviene esattamente attraverso l’«amore» e «la conoscenza di Dio».

Credo che il discorso lo possiate ritrovare in Osea al cap. 8, 11-13, dice: «11 Efraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato». È paradossale: “gli atti religiosi sono diventati per Efraim un’occasione di peccato”. Evidentemente: gli atti religiosi, perché l’immagine di Dio è stata deformata in una prospettiva magica, in cui con certi gesti si riescono a controllare le potenze sovrumane. Se la religione viene intesa così, evidentemente è deformante. «12 Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come una cosa straniera. 13 Essi offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; si ricorderà della loro iniquità e punirà i loro peccati: dovranno tornare in Egitto».

Ancora, questo discorso lo potete ritrovare nel Salmo 50°; è molto significativo, e lo abbiamo già ricordato nella prima meditazione a motivo della convocazione in giudizio con cui il Salmo inizia. Dice: «7 Ascolta, popolo mio, voglio parlare, testimonierò contro di te, Israele». E dice nel Salmo che il Signore non accusa Israele di essere poco religioso: i sacrifici sono abbondanti, ne fanno fin troppi; quindi non è questo il motivo per cui il Signore è risentito contro Israele. Il motivo è un altro, dice: «14 Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; 15 invocami nel giorno della sventura: ti salverò e tu mi darai gloria». Il Signore promette il suo intervento, ma viene nel momento in cui l’uomo è capace di collocarsi davanti a Dio in un rapporto dialogico, “io – tu”; in un rapporto di comunicazione, di amicizia, di fiducia e di libertà, dove l’uomo viene coinvolto nella sua libertà, ma a Dio si lascia la sua libertà. Solo a questo punto il Signore garantisce la sua risposta come una risposta di salvezza.

Capite che questo discorso: «6 voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti», esprime una visione globale della vita religiosa, quindi non è solo un modo di pensare il sacrificio, ma è un modo di pensare la vita dell’uomo di fede.

Potete trovare nel Vangelo il richiamo a questo testo, che è amato da Matteo. Lo trovate al cap. 9, 13, dove si parla dell’accoglienza dei peccatori, e il modo con cui Gesù li accoglie è spiegato proprio con questo versetto: «Il Signore vuole l’amore e non il sacrificio». Anche al cap. 12, 7, dove si spiega e si difende l’atteggiamento dei discepoli che hanno mangiato il grano delle spighe in giorno di sabato, quindi viene difeso un atteggiamento che nasce da una povertà e da una debolezza a proposito dell’interpretazione della legge del sabato.

Riassunto conclusivo

In questo modo il nostro brano ci ha fatto fare un itinerario; abbiamo visto:

  1. La tentazione di Israele e di Giuda di cercare sostegni politici.
  2. La reazione del Signore a questo e l’annuncio di giudizio al quale l’uomo non è in grado di sottrarsi.
  3. La decisione di giudizio e di annientamento è stata frenata da Dio: Dio si è bloccato e invece di arrivare a distruggere si “è ritirato nella sua dimora”, perché Israele sperimentasse l’amarezza dell’essere senza la presenza di Dio.

    Questa esperienza ha portato Israele a un primo movimento di conversione sincero, ma effimero; positivo, ma radicalmente incompleto. “Incompleto” perché non parte o non contiene un riconoscimento del proprio peccato, e non prevede un autentico cambiamento dei propri comportamenti.

  4. Di fronte a questa situazione il Signore, che vorrebbe salvare, è in qualche modo disarmato, ed è costretto a percorre l’altra strada della parola del profeta: “parola dura che uccide”, ma attraverso cui pian piano sorge nella storia del mondo il giudizio di Dio, cioè la giustizia, “l’ordine di giustizia di Dio”.
  5. Quale sia questo ordine, lo abbiamo detto: “l’amore e non il sacrificio”, “la conoscenza di Dio più che gli olocausti”. Dove amore e conoscenza di Dio evidentemente s’intrecciano per esprimere l’atteggiamento di fiducia, di riconoscimento di Dio, di sottomissione concreta e obbediente al Signore.

* Documento rilevato dalla registrazione, adattato al linguaggio scritto, non rivisto dall’autore.



1 Il nome baal, padrone, era il nome proprio di un dio di Canaan (Introduzione al Libro di Osea, pag. 1081 della Bibbia della Tob)