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Pianazze, Villa Regina Mundi

Esercizi spirituali intercongregazionali
(22-27 Agosto 2004)

I concetti biblici fondamentali per interpretare la vita cristiana. 9

27 Agosto 2004

Nona Meditazione

La Fede

1. Una comunità ha bisogno di essere rigenerata nella speranza e nella forza.

Ormai diventa una tradizione terminare il cammino degli esercizi con il cap. 11 della Lettera agli Ebrei. E mi interessa questo capitolo per riprendere uno dei temi, che ci ha accompagnato nel cammino di questi giorni, che è il tema della “Fede”.

Abbiamo detto che:

  • L’azione di salvezza è azione creativa e gratuita di Dio.
  • A cui l’uomo risponde con la “accoglienza e la disponibilità”, che sono esattamente la Fede.

Il cap. 11 della Lettera agli Ebrei è come una grande galleria di immagini, prese dall’Antico Testamento, attraverso le quali l’autore di questa Lettera vuole insegnare la fede o esortare alla fede, e il motivo è molto chiaro e comprensibile.

La comunità, a cui questa Lettera è stata indirizzata, è stanca e scoraggiata; le difficoltà incontrate hanno in qualche modo abbattuto l’entusiasmo: dopo la gioia e l’entusiasmo e il fervore dei primi tempi, si è lasciata prendere un tantino dall’abitudine, dalla fatica dell’andare avanti, e le persecuzioni che ha dovuto incontrare anche queste hanno tolto un tantino di coraggio.

Quindi è una comunità che ha bisogno di essere rigenerata nella speranza e nella forza, e la Lettera agli Ebrei vuole ottenere esattamente questo, e idem il cap. 11 all’interno di questa Lettera. Potremmo forse dire così.

I.
La “parabola del seminatore”

1. La “parabola del seminatore”; oa si potrebbe dire che gli esercizi entrano in questo cammino: gli esercizi sono “Parola di Dio gettata”.

Ricordate la “parabola del seminatore”: il “seme” che viene gettato in diversi tipi di “terreno”, e che in tre quarti dei tipi di terreno fa “fallimento” (cfr. Mt 13, 3-9. 18-23).

La parabola

«Il primo seme viene gettato lungo la strada: vengono gli uccelli del cielo e lo beccano» (cfr. Mt 13, 4). La spiegazione della parabola (che poi sia originaria o no questo adesso non ci interessa) è che questo tipo di terreno rappresenta l’esperienza di chi non riesce nemmeno a interiorizzare la Parola di Dio, ad ascoltarla, perché prima ancora che questa Parola sia entrata nel cuore il satana gliela ruba via, quindi la Parola non viene ascoltata (cfr. Mt 13, 18-19).

C’è un secondo tipo di terreno, che invece è “il terreno sassoso”, e lì il seme riesce ad attecchire, anzi, attecchisce immediatamente, perché non deve andare in profondità e immediatamente germoglia; ma mancano le radici, e quando sorge il sole con un tantino di calore quel germoglio fragile è immediatamente bruciato (cfr. Mt 13, 5-6). Ebbene, dice la spiegazione della parabola: è l’esperienza di coloro che ascoltano con entusiasmo la Parola di Dio, e reagiscono subito e bene e con gioia. Ma questa Parola deve inevitabilmente scontrarsi con la fatica del quotidiano, con gli ostacoli e la opacità della vita. La vita quotidiana non è immediatamente disponibile a lasciarsi trasformare dalla Parola, anzi è resistente, è dura, è ostinata, fa fatica a cambiare. Allora accade che quando la fede, la Parola ascoltata, non riesce immediatamente a tradursi in conversione e cambiamento, la persona ci rinuncia. È quell’atteggiamento che chiamiamo incostante, instabilità; entusiasmi forti ma effimeri, che durano per qualche attimo e scompaiono immediatamente. E questo è il secondo ostacolo (cfr. Mt 13, 20-21).

Il terzo tipo di terreno è “il terreno ingombro di spine” (cfr. Mt 13, 7), che vuole dire: in questo terreno c’è l’humus e anche l’umidità, quindi il seme che viene gettato entra nella terra, va abbastanza in profondità, incomincia a germogliare, cresce… Ma per potere vivere, il germoglio ha bisogno di luce, ha bisogno di contatto con il sole; e le spine lo soffocano, e impediscono a questo germoglio di ricevere quella sorgente di forza di vita di cui ha bisogno; allora anche questo seme diventa sterile (cfr. Mt 13, 22).

Solo quel seme che ha evitato o superato tutti questi ostacoli riesce ad arrivare a maturazione (cfr. Mt 13, 8). Anche se, arrivato a maturazione, secondo la parabola, ricompensa il seminatore di tutto il seme perduto, perché produce il trenta, il sessanta, e il cento per uno, quindi una produttività addirittura miracolosa, inconcepibile (cfr. Mt 13, 23).

Gli esercizi

Ora si potrebbe dire che gli esercizi entrano in questo cammino. Gli esercizi sono “Parola di Dio gettata”.

Possiamo tirare via il primo ostacolo, perché la Parola è arrivata, non avete tappato gli orecchi o l’intelligenza o il cuore. Quindi il primo ostacolo è superato; ma chiaramente ci sono gli altri due.

C’è l’ostacolo della incostanza. Siccome oggi torniamo alla vita di tutti i giorni, è quello che ci viene immediatamente incontro. Si farà fatica a mettere in pratica la Parola di Dio, e non sarà un risultato immediato, di colpo. Bisognerà avere la perseveranza, quindi la capacità di continuare nonostante gli insuccessi e i fallimenti e nonostante anche i nostri peccati.

Bisognerà avere la capacità di ricuperare. E bisognerà riuscire a dare a questa Parola, che è arrivata nel nostro cuore, sufficiente aria e luce, non soffocarla. “Non soffocarla”, vuole dire: siccome ci sono cinquanta cose da fare a casa, nella vita, se le cinquanta cose riempiono tutta la giornata evidentemente non rimane più niente di attenzione e di tempo e di energia per la Parola che è stata ascoltata.

Allora bisogna superare questi due ostacoli.

II.
Il cap. 11 della lettera agli Ebrei

Il richiamo della Lettera agli Ebrei al cap. 11 è un invito ad avere una fede costante, che sa riconoscere l’invisibile e sa aderire a Dio anche quando non ci sono dei risultati immediati, e quindi delle consolazioni dirette.

E credo che il richiamo della Lettera agli Ebrei al cap. 11, vada molto in questa direzione. In particolare è un invito ad avere una fede costante, che sa riconoscere l’invisibile e sa aderire a Dio, anche quando non ci sono dei risultati immediati, e quindi delle consolazioni dirette.

Dice il cap. 11 della lettera agli Ebrei:

«[1]La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. [2]Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. [3]Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. [4]Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora. [5]Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio. [6]Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano. [7]Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede. [8]Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. [9]Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. [10]Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. [11]Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. [12]Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare. [13]Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. [14]Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. [15]Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; [16]ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città. [17]Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, [18]del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. [19]Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo. [20]Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future. [21]Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone. [22]Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa. [23]Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re. [24]Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, [25]preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. [26]Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa. [27]Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile. [28]Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. [29]Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti. [30]Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni. [31]Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori. [32]E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, [33]i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, [34]spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. [35]Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. [36]Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. [37]Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – [38]di loro il mondo non era degno! –, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra. [39]Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: [40]Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi. [1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. [3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 11, 1-38; 12, 1-3).

Questo è il lungo testo che potete poi meditare con calma, pian piano, un pochino alla volta.

1. C’è la necessità per una vita di fede della fiducia e della pazienza.

Provo a sottolineare le cose più importanti a partire da quella specie di definizione che c’è all’inizio: «[1]La fede è fondamento delle cose che si sperano e – dimostrazione – prova di quelle che non si vedono»; e vuole dire: la fede si proietta verso il futuro, verso la promessa di Dio e si attacca all’Invisibile, si aggrappa a quello che i nostri sensi non riescono a controllare e a prendere; si attacca essenzialmente a Dio evidentemente invisibile, ai doni di Dio anche questi invisibili. Si può dire che nella fede le cose invisibili sono più importanti ancora di quelli che noi riusciamo ad afferrare, a prendere.

Di qui la necessità, per una vita di fede, della fiducia e della pazienza.

  • Della “fiducia” nella Parola di Dio considerata come vera più di quanto siano vere le cose che tocchiamo con le mani.
  • E “speranza”, pazienza, perché si tratta di camminare verso un futuro che non possediamo, e che non possiamo pretendere di raggiungere subito.

2. La fede è essenzialmente quell’orientamento che dirige la vita dell’uomo come di un pellegrino, verso un traguardo che va al di là del mondo, quindi siamo essenzialmente dei pellegrini.

Per cui, come dice la lettera agli Ebrei: siamo alla ricerca di «[10] (…) una città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso; e vuole dire: tutte le città del mondo non ci bastano, non è lì la nostra consolazione, o il contenuto della nostra speranza; siamo essenzialmente dei pellegrini.

“Pellegrino” è una definizione credo molto bella dell’esistenza cristiana, perché vuole dire che l’esistenza di ogni uomo è un cammino. Il “cammino” è un simbolo universale della vita – perché “vivere” vuole dire camminare. Ma il problema è: quale tipo di cammino? E si possono contrapporre due atteggiamenti di fondo: c’è il cammino del vagabondo, e c’è il cammino del pellegrino; camminano tutte e due.

Ma il “vagabondo” non ha meta e si muove da un luogo all’altro secondo il desiderio immediato; gli viene voglia di andare a vedere una mostra e va a vedere una mostra; poi gli viene voglia di andare al mare e va al mare; poi va a comprare il caffé da un’altra parte… Insomma, il “vagabondo” per definizione è quello che momento per momento ha davanti qualche cosa che lo attira e lo va a cercare; ma non c’è meta, non c’è orientamento. Per cui è possibile che il vagabondo alla fine di tutti i suoi cammini sia al punto di partenza, ritorni al punto di partenza.

Per il “pellegrino” la prospettiva è diversa. Il pellegrino la meta ce l’ha, e a motivo della meta ha anche un orientamento, sa distinguere tra quello che lo conduce alla meta o quello che dalla meta lo allontana. E può capitare anche al pellegrino di prendere delle strade sbagliate, ma proprio perché ha la percezione della meta, quando prende la strada sbagliata e quindi si allontana dal traguardo, è capace di rendersene conto, e può in qualche modo ri-orientare la sua marcia, il suo cammino.

Ebbene, la fede è essenzialmente questo: è quell’orientamento che dirige la vita dell’uomo come di un pellegrino, verso un traguardo che va al di là del mondo, perché si identifica «con la città dalle salde fondamenta, di cui è architetto e costruttore Dio stesso».

3. Il “pellegrinaggio” è quel cammino di santità e di amore che porta ad andare incontro all’altro amandolo come un fratello, con quell’amore con cui siamo stati amati dal Signore.

Questo “cammino” che viene chiesto all’uomo è un cammino di perseveranza, ed è un cammino di fiducia che gli permetta di non soggiacere alla paura: cioè di non avere così tanta paura del mondo, delle cose, degli altri o di se stesso, da abbandonare la marcia, da abbandonare il cammino, da chiudersi in un atteggiamento di autodifesa; mentre il cammino che gli viene chiesto è proprio il superamento dell’autodifesa.

Quindi, “andare verso la Gerusalemme celeste” (cfr. Eb 12, 22), vuole dire non muoversi dal punto di vista fisico, quindi andare a Roma o a San Michele al Gargano o a Santiago di Compostela – che vanno molto bene, sono molto belle queste mete, ci vado volentieri. Ma il pellegrinaggio cristiano non è quello; quello è il simbolo del pellegrinaggio.

Il “pellegrinaggio” è quel cammino di santità, quel cammino d’amore, che porta ad andare incontro all’altro amandolo come un fratello, amandolo con quell’amore con cui siamo stati amati dal Signore; il pellegrinaggio vero è quello, ed è, appunto, un pellegrinaggio infinito.

A Santiago si farà un po’ fatica, ma ci si arriva, anche a piedi. Alla Carità, non ci si arriva mai del tutto, ci si arriva sempre come un cammino, una marcia di avvicinamento, ma mai di compimento pieno; questo è lasciato alla bontà e alla grazia del Signore.

4. L’invisibile, che viene da Dio, possiede in sé una energia di vita così grande, che ha prodotto il mondo. Ed è proprio verso questo “Invisibile” che siamo chiamati a indirizzare la nostra esistenza, come hanno fatto i grandi della fede.

Allora con questa prospettiva bisogna riuscire a mantenere l’orientamento della vita al di là di quello che riusciamo a vedere e a controllare.

Per questo la lettera agli Ebrei insiste molto sull’“invisibile”.

Quando dice che, «[3]Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede», probabilmente queste “cose non visibili” sono la Parola stessa di Dio, è quello che Dio ha compiuto. Vuole dire: l’invisibile, che viene da Dio, possiede in sé una energia di vita così grande, che è capace di produrre il mondo, che ha prodotto il mondo.

Ed è proprio verso questo “Invisibile” che siamo chiamati a indirizzare la nostra esistenza, come hanno fatto i grandi della fede.

Abele

A cominciare da “Abele che ha compiuto un sacrificio gradito a Dio” (cfr. Eb 11, 4; Gen 4, 4). Che cosa vuole dire questo?

Innanzitutto, che è stato generoso, che non ha misurato il dono, che non ha fatto un ragionamento di questo genere: “Do a Dio tutto e solo quello che alla fine mi serve per ottenere il favore di Dio perché ho bisogno di quel favore, quindi gli do il minimo indispensabile; questo avviene quando voglio comprare qualche cosa e cerco di comprarlo al minor prezzo, il più favorevole per me.

Ebbene, Abele non ha ragionato così: ha cercato invece di dare a Dio il massimo, e ha cercato di dare a Dio la disposizione del suo cuore. “Cercare di dare a Dio il massimo”, vuole dire che uno non è dentro la logica del guadagno, del profitto; ma è dentro alla logica dell’amore, del dono, della gratuità. Vuole dire alla fine affidare a Dio la propria vita senza pretendere di controllarla. È questa la fede di Abele: il dare tutto, dare tutto quello che è possibile, senza stare a vedere se in questo modo c’è una ricompensa sufficiente o no; o se invece il prezzo da pagare più favorevole non sia un prezzo un tantino inferiore, prezzo di mercato.

Enoch

Idem di Enoch (cfr. Eb 11, 5-6) – Enoch è il papà di Matusalemme (cfr. Lc 3, 37) –, che è stato sottratto alla sorte comune dei mortali, dice il libro della Genesi, che camminò con Dio e poi il Signore lo rapì, lo portò via. Enoch è vissuto 365 anni soltanto; “soltanto”, perché gli altri sono sui 700/800/900 Matusalemme, quindi Enoch è vissuto poco. Enoch dal punto di vista mondano non ha avuto un grande successo, ma ha camminato con Dio, e per questo è stato preservato dalla morte comune, Dio lo ha preso con sé; ha camminato di fronte all’Invisibile per tutta la vita e l’Invisibile lo ha assunto e preso con sé liberandolo dalla morte, per cui la morte è stata per lui il passaggio a Dio.

Noè

Poi c’è Noè (cfr. Eb 11, 7;Gen 6, 13-22;7, 1)), il quale Noè anche lui è l’uomo dell’Invisibile, perché si mette a costruire un’arca quando non si vede proprio niente del diluvio; quindi fa qualche cosa che, dal punto di vista mondano e di quelli che lo guardano, è assolutamente ingiustificato, è stupido! In realtà, in questo modo, Noè ha espresso la sua fiducia in Dio, la sua obbedienza a Dio. E ha “condannato il mondo”, non nel senso che si è messo a giudicare o a criticare; non ha proprio giudicato nessuno, è un uomo saggio, integro, ecc. Ma il suo comportamento è diverso, in modo che il comportamento dell’incredulità viene svelato in tutto il suo errore proprio nel confronto con Noè. Noè è l’uomo che ha fiducia nella Parola di Dio e vede l’Invisibile: vede in anticipo quello che ancora non si vede, perché il Signore glielo ha rivelato con la sua Parola.

Abramo

Poi c’è Abramo, e a lui viene data la maggior parte di questo capitolo (cfr. Eb 11, 8-19), e non c’è nemmeno bisogno che ci fermiamo tantissimo perché molte cose le abbiamo già viste. Che “Abramo sia partito per un luogo che doveva ricevere in eredità senza sapere dove andava”, questo l’abbiamo detto. Che “Abramo abbia soggiornato nella Terra Promessa”… è terra per lui nella promessa di Dio, ma non ne è padrone. Di quella Terra Promessa, dirà Santo Stefano, Abramo non riuscirà a possedere nulla (cfr. At 7, 4-5). Ma si potrebbe dire: “tolto un piccolo pezzo di terra”; al cap. 23 della Genesi, quando muore Sara, Abramo si rivolge agli Ittiti e dice a loro – cioè a quelli che sono padroni del territorio intorno a Ebron:

«[4]Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e seppellirla» (Gen 23, 4).

E Abramo acquisterà, comprerà, il sepolcro per sua moglie, l’unico pezzo di terra della Terra Promessa, di cui lui possa diventare padrone (cfr. Gen 23, 16-18). Per cui vive nella Terra Promessa, ma ci vive come uno straniero. Ma giustamente, perché questo, come abbiamo ricordato, è lo statuto del credente. Il “credente” sulla terra ci sta come un pellegrino e uno straniero alla ricerca di qualcos’altro: di quella Gerusalemme celeste che abbiamo riletto nei cap. 21 e 22 dell’Apocalisse.

Sara

Poi con Abramo ci sta anche Sara (cfr. Eb 11, 11), che “fuori dall’età ha ricevuto la possibilità di diventare madre” (cfr. Gen 17, 19; 21, 2). La fede di Abramo ha trasformato anche la condizione di sua moglie: «[12]Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare».

Mi interessa che sottolineiate questa “dimensione di morte e di vita”. Abramo in realtà è già morto, dal punto di vista della generazione, eppure da un uomo morto, che non ha quindi più energia vitale e non è più capace di dare vita, “da lui viene una discendenza innumerevole”; perché? Per la fede. E perché la fede fa questo? Perché la fede trasforma l’uomo in strumento di Dio, lo opera, lo introduce dentro la volontà di Dio. Allora, quando la fede è autentica (s’intende quando non è semplicemente immaginata), la potenza di Dio passa attraverso l’uomo e trasmette amore e gioia e pazienza e umiltà e vitalità: cioè tutto quello che costituisce lo stile di Dio, la ricchezza di vita di Dio.

Ancora, «[13]Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi»; questo l’abbiamo visto. “Li salutano da lontano, perché sono alla ricerca di una patria che non è la loro patria di origine”, Ur dei Caldei, ma è invece quella che il Signore ha preparato.

Isacco. Nel “sacrificio di Isacco” c’è la prova della fede portata al limite estremo che si possa immaginare.

E qui viene l’altro aspetto, prezioso per noi: «[17]Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, [18]del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. [19]Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo» (Eb 11, 17-19). Chiaramente è il riferimento è al cap. 22 del Libro della Genesi, “il sacrificio di Isacco”, che ricordate bene (che adesso potremmo anche andare a leggere, ma diventerebbe un pochino lungo).

Ma m’interessa che ricordiate qual è il vero problema. Perché nel “sacrificio di Isacco” c’è la prova della fede portata al limite estremo che si possa immaginare. Ed è “portata al limite estremo”, non solo perché Abramo è il papà di Isacco, e quindi il sacrificio di un figlio è sempre evidentemente, dal punto di vista emotivo e affettivo, qualche cosa di tremendo per un padre. Lo si vede anche chiaramente perché quando il Signore chiede Abramo – e noi che leggiamo siamo fortunati, perché sappiamo fin dall’inizio che questa è una prova, Dio mise alla prova Abramo, però Abramo non lo sa:

«[1]Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo, Abramo! Rispose: Eccomi! [2]Riprese: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto» (Gen 22, 1-2).

Se ci fate caso, ci sono quattro espressioni per designare quel figlio lì: – «tuo figlio», – «il tuo unico» – quello «che ami» – «Isacco». Queste quattro designazioni vogliono dire evidentemente il peso emotivo e affettivo che c’è di legame tra Abramo e questo figlio. In realtà Abramo di figli ne ha degli altri, non ha solo Isacco, ma è l’unico che conta in realtà. Ma c’è qualche cosa di più, perché Isacco non è solo un figlio, per quanto amato, o il figlio della moglie Sara. Isacco è il figlio della promessa, e la promessa riguarda Isacco. Quindi Abramo non può nemmeno pensare: “Ebbene, mi toglie via Isacco, mi darà un altro figlio!”. Perché il figlio della promessa è quello lì, Isacco, quindi non è un altro: chiunque altro possa essere.

Allora il problema della fede è che Dio è in contraddizione con se stesso:

  • Ha promesso una discendenza innumerevole da Isacco.
  • E chiede il sacrificio di Isacco.
  • Dopo di che il compimento della promessa non è più possibile.

Il pasticcio è quando nel cammino di fede succedono situazioni di questo genere:

  • in cui da una parte Dio si presenta come il salvatore.
  • E dall’altra la situazione impedisce la salvezza.
  • Dio promette la vicinanza e dall’altra parte sperimento invece la solitudine.

Cioè ci sono nella vita dell’uomo, non dico così esasperate come per Abramo, ma quelle esperienze in cui non si riesce a capire perché Dio permetta o faccia o usi un comportamento come quello. La fede è messa alla prova proprio in quei momenti lì: nei momenti in cui non solo Dio ci dà dei pesi, ma sembra che Dio sia in contraddizione con se stesso, si rimangia la parola, non si ricorda delle promesse, ci abbandona a noi stessi; dopo “avere promesso che è il nostro Dio”, che “il suo cammino è con noi”, che “noi camminiamo alla sua presenza”.

È per questo che la Lettera agli Ebrei dice:

  • “Abramo accettando di sacrificare Isacco ha manifestato la sua fede nella potenza della risurrezione di Dio”, perché è l’unico modo in cui si possono mettere insieme le due cose:
  • Abramo sacrificherà Isacco perché il Signore glielo ha chiesto,
  • ma il Signore dovrà risuscitare Isacco perché è da Isacco che deve venire la discendenza.
  • Quindi è solo la fede nella risurrezione, secondo la lettera agli Ebrei, che può spiegare il comportamento di Abramo e può spiegare la richiesta di Dio.

Per questo dice: «proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, [18]del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. [19]Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo».

“Lo riebbe”, vuole dire che quando Abramo scende dalla montagna, dal monte Moria con Isacco, dopo che il Signore gli ha fermato la mano – «[12]L’angelo disse: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!» (Gen 22, 12ss) (ricordate la storia, lo andate poi a leggere) –, quell’Isacco che scende dal monte non è più l’Isacco di prima, ma è un Isacco nuovo donato da Dio in modo assoluto. Perché Abramo aveva già deciso, era già disponibile a perdere il suo figlio, e lo ritrova, gli viene ridato, perché Abramo si renda conto ancora di più che quel figlio che è nato da lui, anziano e sterile, gli è dato da Dio come un dono assoluto. Quindi diventa un “simbolo”, cioè annuncio di quella potenza di Dio di vita che si manifesta nella risurrezione, che si manifesta al di là di tutte le contraddizioni della vita, al di là addirittura della contraddizione della morte. Questo voleva dire la lettera agli Ebrei.

Giacobbe – Giuseppe e i suoi figli

Poi c’è Isacco che benedice il figlio per il futuro (cfr. Eb 11, 20). Poi c’è Giacobbe anche lui che benedice i figli di Giuseppe sempre per il futuro (cfr. Eb 11, 21). Poi c’è Giuseppe che annuncia anche lui il futuro (cfr. Eb 11, 22). Cioè tutte queste persone vivono aprendo la loro speranza all’Invisibile che sta al di là di loro.

Mosè

Poi c’è Mosè, anche lì c’è la fede dei genitori che obbediscono a Dio invece che al faraone, al Dio invisibile invece che al faraone visibile; quindi la minaccia visibile di faraone non li condiziona del tutto, c’è una speranza che va oltre (cfr. Eb 11, 23).

Poi c’è Mosè che preferisce appartenere al popolo di Dio piuttosto che essere figlio della figlia del faraone. Con questa differenza, evidentemente: che figlio della figlia del faraone vuole dire ricchezza e potere; ma vuol dire peccato, idolatria, incredulità. L’appartenenza al popolo del Signore vuole dire fedeltà a Dio, ma vuole dire obbrobrio, vergogna, condizione di miseria. (Cfr. Eb 11, 24-26).

Ebbene, scegliere tra la fedeltà obbrobriosa a Dio o l’infedeltà gloriosa del mondo, è questione di fede. Dal punto di vista visibile è molto più attraente la gloria e il potere mondano, che non l’”obbrobrio”. Dal punto di vista della fede l’”obbrobrio”, quando diventa obbrobrio di Cristo, diventa addirittura desiderabile.

Verso la fine della lettera agli Ebrei si legge:

«[13]Usciamo dunque anche noi dall’accampamento e andiamo verso di lui, portando il suo obbrobrio» – L’“obbrobrio” è la vergogna, è l’umiliazione; quindi “portando la sua croce obbrobriosa” – «[14]perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Eb 13, 13-14).

E Mosè è un segno di questa scelta dominata e guidata dalla fede.

E ancora “la fede nel lasciare l’Egitto”, la “Pasqua”, e l’“attraversamento del mare” (cfr. Eb 11, 27-29); ma questo l’abbiamo visto nella ottava meditazione, e non ci ritorniamo più sopra.

Le mura di Gerico

Poi ci sono le mura di Gerico che crollano (cfr. Eb 11, 30), dopo che l’esercito di Israele non ha usato le armi ma le trombe della liturgia. Sembra che la “liturgia” sia più forte delle mura di Gerico (cfr. Gs 6, 20); che evidentemente è una visione di fede, perché dal punto di vista edilizio non succede molto spesso che la liturgia faccia crollare delle mura. Però il senso è preciso, si tratta di riconoscere che c’è una potenza di Dio in questi gesti umanamente e mondanamente fragili senza potere, ma in realtà capaci di distruggere potenze immense nella logica e nella forza di Dio.

Raab

Poi c’è Raab, la prostituta di Gerico, che aveva fatto una bellissima professione di fede (cfr. Eb 11, 31).

I Giudici fino al tempo dei Maccabei

Poi c’è quella miriade di testimoni della fede a partire dai Giudici fino al tempo dei Maccabei (cfr. Eb 11, 32-40). Le ultime espressioni sono il tempo dei Maccabei: pensate alle testimonianze che sono ricordate nel primo e nel secondo Libro; quindi gli ultimi secoli prima di Gesù Cristo.

III.
L’impegno che ci sta davanti al termine degli esercizi

1. Questo è l’impegno che ci sta davanti al termine degli esercizi: «Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni (…) corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti».

La conclusione qual è? Ed è quello che mi interessava: «[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, [2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12, 1-2).

L’immagine è molto semplice. Si potrebbe dire che siamo in uno stadio e stiamo correndo, stiamo correndo per arrivare al traguardo della nostra vita. Attorno a noi sugli spalti ci sono tutti questi grandi personaggi che hanno corso prima di noi e sono arrivati al traguardo della Gerusalemme celeste, al termine della loro vita. Adesso stanno sugli spalti e fanno il tifo, perché corriamo e arriviamo anche noi. E il loro tifo è motivo di coraggio, ci dà energia, ci ricorda che la meta è raggiungibile, anche se è faticosa, anche se è lontana, anche se non si vede chiarissimamente, perché la intravediamo solo attraverso la promessa di Dio.

Ebbene, «[1]Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni (…) corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti». Questo era l’impegno che ci sta davanti al termine degli esercizi.

Per fare questa corsa, dice la lettera agli Ebrei, bisogna “deporre tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia”. Evidentemente, se uno vuole correre la maratona generalmente non si mette 150 Kg sulle spalle nello zaino, perché questo non fa che rendere il cammino più faticoso e lo fa schiantare dopo un po’. Quindi “bisogna deporre tutto ciò che è di peso”, e vuole dire: nella nostra vita bisogna riuscire a individuare quali sono quelle realtà, che non sono negative in sé, ma che sono di peso nella corsa. In sé possono anche avere delle giustificazioni buone. Quello di cui stiamo parlando adesso non è il peccato, dopo viene anche il peccato, ma qui non si parla del peccato, ma qui si parla di quella serie di realtà e preoccupazioni della vita, che pur non negative in sé rendono il cammino più faticoso, per cui si va più adagio, si perdono energie, forze. Ebbene, quando si individuano queste cose, bisogna avere la saggezza di deporle.

Così come bisogna avere la saggezza di evitare «il peccato che ci assedia», , perché questo non solo rende il cammino più faticoso, ma lo blocca del tutto. Allora c’è da fare una fatica più grande per ripartire. Bisogna evitare l’uno e l’altro, «correndo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti».

E aggiunge: «[2]tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede». Vuole dire: il capolavoro nel cammino della fede è la vita di Gesù. In Lui, un uomo, Gesù di Nazaret, ha percorso tutto l’itinerario senza penalità, senza errori, con una determinazione unica. Ebbene, Bisogna “[2] tenere lo sguardo fisso su di lui, è l’autore e il perfezionatore della fede”, quindi quello che ha delineato il cammino più giusto e che lo ha portato a perfezione.

«[2] (…) Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio». Cioè Gesù Cristo ha percorso un cammino strano per arrivare al traguardo, che è il cammino della croce. Apparentemente strano e paradossale, ma è il cammino migliore, è il cammino che conduce davvero alla meta, al traguardo.

Allora bisogna guardare a lui che «in cambio della gioia che gli era posta innanzi»; su questo ci sono interpretazioni diverse. Immaginate la gloria come quella della risurrezione, la promessa del Padre: il Padre come traguardo della sua vita. Per questa «gioia che gli era posta innanzi, si è sottoposto alla croce disprezzando l’ignominia». Anche la vergogna della croce non gli ha fatto paura, anche la sofferenza della croce non gli ha impedito l’obbedienza. Ha saputo custodire, nella fiducia nel Padre, la scelta di obbedienza fino alla ignominia. In questo modo «si è assiso alla destra del trono di Dio». In questo modo il suo cammino, che dal punto di vista mondano è cammino di fallimento perché finisce nella croce, dal punto di vista della fede è invece cammino di gloria perché finisce alla destra di Dio, nella gloria.

«[3]Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo». Se tenete davanti agli “occhi del cuore” la figura di Gesù, la corsa che Gesù ha fatto, allora questo diventa per voi una sorgente inesauribile di energia spirituale, che vi permette di riprendere la marcia, anche dopo tutte le fatiche, anche dopo tutte le cadute, anche dopo tutti i fallimenti.

In tutti i modi questo cap. 11 degli Ebrei ci aiuta a fare in modo che quell’ascolto della parola di Dio che abbiamo fatto in questi giorni, rimanga un ascolto costante, “non sia bruciato immediatamente dal calore del Sole”, cioè da tutte quelle fatiche o da tutte quelle stanchezze che inevitabilmente verranno da questa sera in poi.

* Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile didattico e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.