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Istituto Casa madre Scalabriniani – Piacenza

Parrocchia S. Giuseppe Operaio
Ritiro spirituale parrocchiale

Tu sei mio Padre, mio Dio, e roccia della mia salvezza (Sal 89, 27)

Domenica 6 Marzo 2005

Don Giancarlo Conte, parroco

Il titolo l’ho cercato tra tutti i Salmi, è un po’ una parola che leggesse in modo positivo i drammi che abbiamo vissuto dal giorno di Natale 2004 in poi, quello che è successo nell’Asia.

E abbiamo chiesto al Vescovo, dopo che ho presentato al Consiglio Pastorale Parrocchiale questa possibilità, di dirci una parola di fede e di incoraggiamento e anche di illuminazione sul “grande tema del dolore”, sulle sciagure che a volte fanno perdere la fede a quelli che sono deboli… e qualche volta siamo deboli anche noi.

Mons. Luciano Monari, Vescovo

I.
Premessa introduttiva

1. Un inizio di riflessione per la ricerca del tipo di presenza di Dio che possiamo riconoscere nella natura, nella storia, e nella nostra vita?

Prendete le parole che dico come un inizio di riflessione, perché avrei avuto bisogno molto più tempo per pensare, pregarci sopra, e confrontarmi. Però può essere un inizio del nostro cammino. E lo provo ad impostare così.

Che tipo di presenza di Dio possiamo riconoscere nella natura, nella storia, nella nostra vita?

Quando andavo a “catechismo” una delle prime domande era: “Dov’è Dio?”. E la risposta è: “Dio è in cielo e in terra e in ogni luogo, perché Egli è l’Immenso”. E non c’è dubbio, questa è una affermazione fondamentale, però vuole articolata.

“È dappertutto”; ma non dappertutto nello stesso modo:

  • Nella carne di Gesù la presenza di Dio ha una intensità unica.
  • Nei Santi è certamente molto più presente che in me.
  • Nell’uomo è più presente certamente che nella natura.

Quanto più la realtà, a cui facciamo riferimento, è ricca e santa, tanto più la presenza di Dio c’è in quella realtà, e si manifesta.

Allora la domanda la porrei proprio in questi termini: che tipo di presenza di Dio possiamo riconoscere dentro la natura e la storia? Che cosa ci possiamo aspettare o desiderare? Che cosa potremo trovare?

2. Il problema non è scontato, ed è antico.

E che il problema non sia scontato si può dire abbastanza facilmente.

Nel II secolo dopo Cristo, quindi proprio agli inizi del cristianesimo, è venuto fuori un teologo importante e famoso, che poi sarà eretico, che si chiamava Marcione. Veniva dall’Asia Minore ed è andato a Roma, ha Roma ha annunciato la sua teologia, che era per certi aspetti bellissima, centrata sulla misericordia di Dio: “Il Dio di Gesù Cristo è il Dio della Misericordia, dell’amore gratuito, creativo e generoso”. Ma per potere affermare questo, Marcione è stato costretto a dire: “L’Antico Testamento no, il dio dell’A.T. è un’altra cosa, perché è un dio che si adira e piuttosto frequentemente. Quindi non ha niente a che fare con la misericordia di dio. Anzi, il dio stesso della creazione è un’altra cosa: Ma guardate il mondo, potete voi pensare che questo mondo – terremoti e tutto quello che ci può venire dietro (è inutile che lo diciamo) – nasca dalla misericordia di dio? No, non è questo dio che ha creato il mondo”.

È quello che già la filosofia platonica chiamava un “demiurgo”, un dio di seconda categoria, che non è molto bravo, perché il mondo non gli è venuto fuori proprio bene. Era un modo per dire la propria difficoltà di fronte la natura. La realtà concreta non sembra sempre manifestarmi la bellezza e la santità di Dio. In certi momenti sì, davanti allo spettacolo della natura, rimaniamo in contemplazione, e la natura diventa un segno straordinariamente efficace per portare il nostro cuore alla riconoscenza, allo stupore. Ma in certi momenti no, in certi momenti la natura si presenta come insensibile all’uomo e non manifesta certamente la misericordia di Dio.

Quanto nel 1755 venne quel famoso terremoto che distrusse Lisbona, fu l’occasione per una discussione tra i filosofi. Perché c’erano filosofi, come Leibniz Gottfried Wilhelm, che dicevano che “il mondo attuale è il migliore dei mondi possibili”.

Possibile che sia il migliore dei mondi possibili, se ci sono terremoti disastrosi come quello? E ricordate che Voltaire risponde con il “Candido”, e quindi con la storia di uno che le patisce tutte e che deve continuare a dire: “Ma no, questo mondo qui va bene lo stesso, è il migliore di tutti i mondi possibili, c’è la saggezza, c’è la sapienza… c’è tutto.

Quindi il problema è antico.

II.
La Bibbia

1. Dal punto di vista biblico questo problema nasce dal fatto che, nella concezione della Rivelazione cristiana ed ebraica, il mondo viene da Dio attraverso un atto di creazione. Il mondo viene dalla parola originaria di Dio.

Dal punto di vista biblico questo problema nasce dal fatto che, nella concezione della Rivelazione cristiana ed ebraica, il mondo viene da Dio attraverso un atto di creazione. Questo che cosa vuole dire?

Si potrebbe risolvere il problema abbastanza facilmente usando lo schema del “dualismo”:

  • All’origine della realtà ci stanno due principi: uno buono e uno cattivo, che si combattono da sempre; a volte prevale un po’ l’uno e a volte si manifesta di più l’altro.
  • Il fatto che ci sia un principio buono spiega tante cose, belle e buone e sante e gioiose, della natura e del mondo.
  • Il fatto che ci sia anche un principio cattivo, negativo e malvagio, spiega l’esistenza del male e l’esistenza di tutte le cose che vanno storte.

In questo modo si risolverebbe bene il problema.

Ma la Bibbia non ragiona così. Nella visione della Bibbia il mondo è creato da Dio, e da Dio solo, non c’è nessun altro con Lui. E Dio non ha nemmeno da combattere contro delle “forze negative”, dei “mostri originari”, per ridurli a servitù, a obbedienza.

Il mondo viene dalla parola originaria di Dio:

«[1]In principio Dio creò il cielo e la terra…» (Gen 1, 1).

E ricordate tutta la serie delle opere:

«[3]Dio disse: Sia la luce! E la luce fu. [4]Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre [5]e chiamò la luce giorno e le tenebre notte…» (Gen 1, 3-5).

2. Dio è soddisfatto del mondo che ha creato. Dio ha dato all’uomo un potere di governare il mondo. È Dio il Creatore del mondo, ma dà all’uomo la possibilità di operare dentro al mondo trasformandolo.

E potete andare avanti a leggere tutto questo racconto e vi accorgerete che, dopo ogni opera creativa, il Libro delle Genesi ricorda:

«E Dio vide che era cosa buona» (Gen 1, 4.10.12.18.21.25).

Insomma… Dio è soddisfatto del mondo che ha creato.

Allora: perché la sofferenza? Perché le tragedie? Perché le catastrofi?

Andiamo all’ultimo giorno della creazione: la creazione dell’uomo. Il Libro della Genesi la racconta così:

«[26]E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. [27]Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. [28]Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra. [29]Poi Dio disse: Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. [30]A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde. E così avvenne. [31]Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» (Gen 1, 26-31).

È la conclusione dell’opera creativa. È la “conclusione” perché finalmente Dio, tra le sue opere, crea uno che è fatto a “sua immagine e somiglianza”. “A sua immagine e somiglianza”, non vuole dire evidentemente dal punto di vista dell’aspetto esterno, e non vuole dire nemmeno direttamente; ma indirettamente sì: l’uomo ha l’anima e quindi a motivo del principio spirituale assomiglia a Dio, quindi vuole dire anche questo ma non direttamente.

“Direttamente”, quello che il testo della Genesi vuole dire, e si capisce benissimo nel contesto, è che a quell’uomo, a quella creatura, Dio ha dato un potere di governare il mondo, perché dice così: «[26] (…) domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E vuole dire che in qualche modo Dio consegna all’uomo il suo potere. È Lui – Dio – il Creatore del mondo, ma dà all’uomo la possibilità di operare dentro al mondo trasformandolo.

Quindi non solo vivendoci dentro, come fanno gli animali, ma trasformandolo, cioè usando le cose, le realtà create, in modo da costruire un ambiente nuovo, diverso, più adatto per l’uomo, più adatto per la vita, più adatto per la manifestazione anche dell’amore e della solidarietà e della fraternità.

3. Il mondo sta davanti all’uomo come una realtà ordinata e regolare. Perché se non ci fosse regola nel mondo, l’uomo non lo potrebbe conoscere.

Dunque, l’uomo ha questa possibilità; e come ce l’ha? Evidentemente ce l’ha con la conoscenza e con la capacità di lavorare. L’uomo è capace di conoscere il mondo: è capace di distinguere gli animali l’uno dall’altro, di distinguere le cose; è capace di progettare e di trasformare il mondo con la sua intelligenza e con la sua attività.

Non c’è dubbio, il mondo sta davanti all’uomo come una realtà ordinata e regolare. Perché se non ci fosse regola nel mondo, l’uomo non lo potrebbe conoscere.

Per esempio, se non ci fosse la regola per cui i porcini sono mangiabili e non sono velenosi. Ma se i porcini qualche giorno fossero velenosi e qualche giorno fossero invece mangiabili, evidentemente sarebbe impossibile conoscere che cosa sono i porcini, e quale tipo di atteggiamento si può avere nei loro confronti.

Quindi,

  • Perché l’uomo possa conoscere il mondo, il mondo deve essere intelligibile.
  • E la intelligibilità si lega alla regolarità.
  • “Regolarità” non vuole dire una “regolarità rigida”, ma è quella che gli scienziati chiamano una “regolarità statistica”.
  • Ma la regolarità lo è, altrimenti l’uomo non capisce, e non capendo non può evidentemente trasformare il mondo: non sa come fare a immaginare un mondo cambiato, rinnovato, completato.

III.
La Natura

1. La natura si presenta di fronte all’uomo rigida, e per certi aspetti fredda e dura.

Da questo punto di vista la natura si presenta di fronte all’uomo rigida, e per certi aspetti fredda e dura. E si presenta così per un motivo alla fine semplicissimo, e cioè che la natura non ha libertà, non ha cuore, non ha sensibilità, non ha misericordia. Le leggi della fisica e della chimica si muovono secondo relazioni stabili, e non cambiano perché c’è un sentimento di misericordia in più o in meno. La legge di gravità funziona sia che la cosa che cade sia un sasso e sia che sia un uomo che si sfracella al suolo. La legge di gravità non cambia niente, da questo punto di vista è anonima.

Diceva giustamente un teologo ebreo americano che molte volte noi facciamo nei confronti della natura un errore di valutazione, di atteggiamento, perché dice:

“È l’errore che facciamo frequentemente nei confronti di una donna bella; vediamo una donna bella e ci viene spontaneo pensare che debba avere un cuore buono, che la bellezza esterna corrisponda a un valore interiore. Ma non è sempre vero, il rapporto non è stretto. E nei confronti della natura noi facciamo lo stesso errore: la guardiamo nella sua bellezza – la natura bella lo è – e pensiamo che abbia un cuore buono. E quindi ci sbagliamo, perché la natura il cuore non ce l’ha. La fisica e la chimica, che descrivono la natura, la descrivono non introducendo la variabile cuore e sentimento; questo non c’è nella legge di gravità e nelle altre leggi che governano l’infinitamente piccolo o l’infinitamente grande”.

Quindi la natura ha questa dimensione.

2. La natura per la sua realtà è nei confronti dell’uomo insensibile: non gli vuole male, ma nemmeno gli vuole bene.

Questo è il motivo per cui Leopardi, in quel “Dialogo tra la natura e un islandese” – che descrive nelle “Operette morali” –, ci presenta esattamente questa dimensione.

“Racconta di un islandese che non vede una natura così gradevole. Sarà bella una natura in Islanda… ma c’è un famoso vulcano che distrugge e che annienta, ci sono terremoti, c’è un freddo terribile, e non si riesce a vivere decentemente. Quindi l’Islanda è una natura inospitale. Allora, un islandese cerca di andarsene via, lascia il suo paese, ma vuole andare lontano dalla “natura”, perché si è reso conto che la natura a lui non gli vuole bene, non lo ha in nota. Allora gira e ti rigira, fino quando arriva vicino all’Equatore, e arriva in un luogo inospitale in cui non c’è anima viva, e pensa in qualche modo di avere finalmente trovato un luogo più adatto a lui: non vede nessuno, non sente nessuno, non deve dire niente a nessuno. Quindi può vivere finalmente in pace senza tutte le tribolazioni che la vita in mezzo agli altri inevitabilmente comporta. E in questa località in cui si è mosso, vede una donna grandissima appoggiata per la schiena a una montagna. E avvicinandosi viene interpellato da questa donna che gli dice: Chi sei? E come mai vieni a girare da queste parti? E lui dice che è un islandese, e che è venuto lì perché sta scappando via dalla “natura”, perché si è reso conto che la natura è cattiva, che gli vuole male. E questa donna lo piglia in giro perché dice: Bravo! Hai proprio fatto bene, la natura sono io, mi sei venuto in bocca! Ma ti sbagli se tu pensi che la natura ti voglia male, non è vero: semplicemente io non ti ho in nota. Qualche volta agli uomini faccio del bene, ma non perché gli voglio bene. E qualche volta gli faccio del male, ma non perché gli voglia male. Semplicemente io vado secondo criteri che non hanno niente a che fare con il bene dell’uomo. Perché chi credete di essere voi uomini? Io potrei tranquillamente cancellarvi dalla faccia della terra e non me ne accorgerei nemmeno”.

E il discorso va in quella direzione: della natura che per la sua realtà è nei confronti dell’uomo insensibile. Torno a dire: non gli vuole male, ma nemmeno gli vuole bene. Può capitare che a volte lo favorisca, può capitare che a volte lo uccida, ma senza né buona né cattiva volontà.

3. Tocca all’uomo potere ritrovare, dentro all’incompletezza della natura – fa parte della legge della natura che tutto quello che nasce prima o poi muore – il segno dell’amore del Donatore.

Così la vede Leopardi, e da un certo punto di vista è così. Dico da “un cero punto di vista”, perché bisognerebbe metterci anche l’altro aspetto.

  • È vero che la natura è senza cuore.
  • Però è altrettanto vero che la natura è creatura di Dio.
  • E dietro la realtà della natura, anche fredda, si può ritrovare il segno dell’amore di Dio, della sua benevolenza nei confronti dell’uomo.
  • Potete confrontare quello che ho detto, il “dialogo tra la natura e un islandese”, con il “Cantico delle creature” di San Francesco.

Quando San Francesco ha intonato quel Cantico stava molto male: dal punto di vista fisico stava male, male di stomaco, male di occhi; anche dal punto di vista spirituale, perché in qualche modo con i suoi frati non era accolto o non si sentiva a suo agio del tutto…

Però in quella condizione intona il “Cantico delle Creature”: la bellezza della natura. Ma nemmeno la “bellezza della natura”: è la bontà di Dio che dona il cielo, la luna, le stelle, il fuoco, l’acqua… San Francesco sa che questa esperienza della natura non è sempre così gradevole, perché alla fine parla della morte: “per sora nostra morte corporale, dalla quale nullo omo vivente può scappare”. Quindi lo sa che “la natura prima o poi mi ammazzerà”; fa parte della legge della natura che tutto quello che nasce, prima o poi, muore.

Si potrà allungare la vita, speriamo anche. Ce l’hanno allungata, anche se adesso abbiamo più malattie di una volta per questo, perché nel corso della vita evidentemente ne passiamo di più. Certamente è meglio rispetto a quando l’età media della vita era sui 35 anni, e non bisogna andare indietro di molto per trovare quell’epoca. Però, la struttura della natura, della vita biologica, è quella.

Dicevo, quindi San Francesco lo sa che la logica della natura è una logica di vita effimera, che conduce inevitabilmente alla morte. E però è capace di intonare un canto di lode al Signore. “Canto di lode al Signore”, vuole dire: vivo, e se vivo vuole dire che inevitabilmente la natura mi ha fatto del bene, mi avrà anche messo dei “bastoni tra le ruote”, ma fondamentalmente mi ha fatto del bene; mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha dato dove muovermi, mi ha dato sicurezza, mi ha dato possibilità di crescere e di maturare, di entrare in relazione con gli altri… Cioè tutte queste cose mi sono offerte da un mondo che non ho fatto io. Quindi ho ricevuto dalla natura delle esperienze positive, delle possibilità.

Ebbene, riconosco in queste il dono dell’amore di Dio, la provvidenza di Dio. È come se, appunto, la natura entrasse dentro al dono. E dico di sì con la mia preghiera, con il mio ringraziamento, a Dio e alla sua bontà, attraverso la natura e le cose.

Oppure, detto in altri termini. Dona la natura? “Dono”, vuole dire che la natura il cuore non ce l’ha (lo ricordavo prima), ma il Donatore sì! Chiaramente il dono non può mai esprimere del tutto il Donatore, e per quello che dicevo prima. La natura non ha cuore, quindi non può dire l’amore e la misericordia di Dio in modo completo. La natura non ha libertà, e quindi non mi può parlare della benevolenza di Dio in modo pieno. Quindi devo accettare che la natura si presenti con tutta una serie di limiti e di insufficienze rispetto a quel Dio che mi rivela. La natura mi rivela Dio, ma me ne rivela semplicemente alcune dimensioni parziali e insufficienti e incomplete.

Tocca a me potere ritrovare, dentro all’incompletezza della natura, il segno dell’amore del Donatore.

Voglio dire, se uno mi regala una bicicletta, la bicicletta è il segno del suo amore. Ma non è che la bicicletta abbia misericordia nei miei confronti, o che la bicicletta sia benevola nei miei confronti, o che io possa contare sulla sua consolazione quando sono in crisi; la bicicletta no. Però non c’è dubbio, la bicicletta mi viene dall’amore del mio amico; quindi è sull’amico che posso contare, è sulla sua fedeltà, è sulla sua consolazione. La bicicletta mi ricorda che c’è l’amico, che ha pensato a me, che sono qualcuno davanti a lui.

4. La manifestazione della natura non è essenzialmente libera, ma è fondamentalmente regolare, secondo leggi e realtà costanti, e proprio per questo conoscibili e usabili.

Allora, devo entrare poco alla volta in questa dimensione nei confronti della natura.

E proprio la “rigidità della natura” per certi aspetti ci è utile, perché ci permette di conoscerla, e ci permette di muoverci dentro la natura in modo creativo, in modo umano, usandola, servendocene… Speriamo nel modo giusto, perché ci possiamo servire della natura nel modo giusto e nel modo sbagliato.

Dice il cap. 2 di Isaia: “Con i metalli possiamo fare armi o possiamo fare strumenti di lavoro” (cfr. Is 54, 16).

Quindi la scelta, la responsabilità, è roba nostra; però la possibilità ci è donata nella natura, nelle cose della natura, e nella possibilità di conoscerle, di capirla. La natura è intelligibile. E questo non datelo per scontato, questo è un miracolo grande: che l’uomo possa capire la natura, il mondo, possa quindi trovare il modo di mettere la natura al servizio dei suoi progetti e dei suoi desideri, questo è tutt’altro che scontato; questo dovrebbe essere motivo di stupore e di riconoscenza.

Allora il discorso della “natura” diventa fondamentalmente questo. Che cosa mi posso aspettare dalla natura?

  • Certamente un sostegno che mi doni vita, che tenga viva la mia realtà biologica, che mi sostenga.
  • Però certamente non in modo assoluto, perché dentro al ciclo della natura ci sta la vita e inevitabilmente la morte.
  • Posso aspettarmi quello di cui ho bisogno per vivere, però non posso pretendere dalla natura la misericordia, il perdono; queste sono dimensioni che nascono solo dove c’è libertà.
  • La manifestazione della natura non è essenzialmente libera, ma è fondamentalmente regolare, secondo leggi e realtà costanti, e proprio per questo conoscibili e usabili.

5. Di fronte la natura l’atteggiamento saggio che sono chiamato a tenere è innanzitutto il capirla e poi umanizzarla.

Ma allora di fronte a questa natura qual è l’atteggiamento saggio che sono chiamato a tenere?

Innanzitutto è il capirla, conoscerla; secondo è umanizzarla.

“Umanizzarla”, vuole dire: mettere dentro la relazione con la natura (con il mondo) la mia libertà e la mia capacità di amore.

  • La natura può diventare strumento di amore, ma ce lo devo mettere io.
  • Può diventare strumento di solidarietà e di comunione, ma tocca a me trasformare la natura e darle un cuore.

Tornate allo “tsunami”. Se si fosse dato l’allarme del maremoto che seguiva inevitabilmente quel terremoto intensissimo, dal punto di vista della forza, si sarebbero risparmiate tantissime vite umane. Ebbene, questo vuole dire che è responsabilità mia e vostra di operare in modo che conoscendo la natura possiamo proteggere l’uomo. Non lo proteggeremo mai del tutto, perché la morte sta dentro la struttura biologica dell’uomo, però possiamo proteggerlo parzialmente. E quando riusciamo a fare questo, allora vuole dire che dentro ai cicli regolari della natura ci mettiamo l’amore umano, ci mettiamo il rispetto per la persona, ci mettiamo la spesa di energie, e anche di cose, per fare vivere l’uomo. Costa un “sistema di allarme mondiale”, ebbene tocca a noi toccare quel prezzo che è necessario perché il rapporto dell’uomo con la natura diventi sempre più favorevole all’uomo, sempre più positivo.

6. Le realtà di sofferenza e di limite sono il punto di partenza della solidarietà e della compassione. Siamo chiamati ad una corresponsabilità, dobbiamo dare un’anima alla natura che non ce l’ha.

Da questo punto di vista, paradossalmente (portate pazienza, può darsi che quello che dica non sia accettabile del tutto) queste realtà, che sono realtà di sofferenza e di limite, sono il punto di partenza della solidarietà e della compassione.

È stato pubblicato dai figli di Giuseppe Lodigiani, un piacentino impresario edile, un librettino sulla sua fede, su quello che lui credeva (non lo conoscevo, ma ho letto il libretto che mi hanno mandato). Ebbene, in questo libro ad un certo punto fa un ragionamento di questo genere:

“L’uomo ha incominciato a frequentare l’esperienza della solidarietà quando ha sperimentato il dolore; ha sperimentato la fragilità dell’uomo, si è reso conto che siamo tutti sulla stessa barca, e che siamo tutti in una condizione di debolezza di fronte al mondo e alla vita, che sono evidentemente molto più grandi di noi” – il mondo non l’abbiamo fatto noi, quindi in tutti i casi non lo controlliamo del tutto – “E il senso di solidarietà, il senso della comunione umana, viene proprio dal percepire la nostra debolezza”.

Quindi, se riusciamo a trasformare l’esperienza della debolezza in compassione nel senso più vero – “compassione”, nel senso del condividere la sofferenza dell’altro, sentirla come mia – e quindi anche in solidarietà, abbiamo trasformato un aspetto di limite (che è legato alla natura in quanto tale) in valore umano, in valenza positiva di conoscenza, di amore, di amicizia, di sostegno reciproco, di responsabilità nei confronti degli altri.

Bisogna quindi che di fronte la natura troviamo quell’atteggiamento giusto, che è quello della conoscenza, della trasformazione, del trovare le vie che mettono le forze della natura a servizio della vita dell’uomo, e non contro l’uomo.

Siamo chiamati ad una corresponsabilità, dobbiamo dare un’anima alla natura che non ce l’ha.

Per esempio, questa sala in cui stiamo è fatta di natura, di pietra, di calce, di colori… È fatta di queste cose, però è fatta di umanità. Quando vedete un’opera d’arte, vedete delle cose, ma vedete un’anima, c’è un’anima dentro, c’è una intelligenza, c’è un progetto, c’è un desiderio… E noi siamo chiamati essenzialmente a questo.

IV.
La Storia

1. La storia, cioè l’esperienza del rapporto con tutti gli altri, è evidentemente più ricca della natura, perché lì il cuore dell’uomo c’è, lì la libertà c’è, e lì c’è la sensibilità, lì c’è la benevolenza, quindi la storia parla meglio di Dio.

Il problema si sposta e diventa per certi aspetti più problematico ancora, quando dalla natura passiamo alla storia.

La storia, cioè l’esperienza del rapporto con tutti gli altri, è evidentemente più ricca della natura, perché lì il cuore dell’uomo c’è, lì la libertà c’è, e lì c’è la sensibilità, lì c’è la benevolenza, quindi la storia parla meglio di Dio.

Alla fine la mia conoscenza di Dio o la mia fiducia in Dio dipende in grandissima parte dall’amore che mi hanno dato i miei genitori, dalla accoglienza che mi hanno regalato da bambino. Quindi da quel senso di essere a mio agio nel mondo, perché il mondo non mi ha rifiutato ma mi ha accolto, e mi ha accolto con un sorriso, con benevolenza; anche con capacità di perdono, sopportando i miei pianti noiosi da bambino, o i miei desideri insopportabili. Il mondo li ha sopportati, attraverso s’intende la pazienza di mia madre, attraverso il lavoro e il sostegno di mio padre.

La storia comprende tutte queste cose, e queste non c’è dubbio parlano di Dio molto di più della natura. Perché, nell’esperienza della mamma, il perdono altrochè se c’è, e grandissimo! E questo discorso allargatelo, alla fine, credo (non ci giuro ma mi sembra che sia così), che la fiducia in Dio nasce lì: nasce da questa fiducia nei confronti dei genitori e dalla loro benevolenza nei nostri confronti.

2. Solo che la storia è ambigua ancora più che la natura, perché produce molto bene. Però non c’è dubbio che nella storia ci sono state anche forze di odio, di violenza, e di violenza ingiustificata.

Solo che la storia è ambigua ancora più che la natura, perché produce molto bene. Credo che se uno ripercorre il cammino della storia umana deve dire che è stato un cammino di crescita, di civiltà, di conoscenza, di pensiero, di solidarietà, di sostegno reciproco… cioè ci sono tutte queste cose.

Però non c’è dubbio che nella storia ci sono state anche forze di odio, di violenza, e di violenza ingiustificata… Se la natura può distruggere l’uomo senza rendersene conto, invece l’uomo può distruggere l’uomo volendolo annientare. Il “genocidio” è una possibilità di cui purtroppo abbiamo avuto anche esperienze nella nostra non lunga vita; non è tanto che siamo in questo mondo, però di genocidi ne abbiamo visti, e purtroppo ne vediamo ancora; e l’uomo è capace di fare questo.

3. Quando Dio ha creato l’uomo, lo ha creato a sua immagine e somiglianza. Ma per fare questo Dio ha fatto l’uomo libero. Per Dio è stato un gioco rischioso: creare un essere libero è rischioso.

E viene fuori quell’interrogativo inevitabile: E Dio che cosa fa? E Dio perché non interviene? Ricordate certamente la riflessione di un filosofo ebreo, Han Jonas, “sull’impatto che l’evento Auschwitz ha sulla fede in Dio”. Cioè la sua tesi è che “dopo Auschwitz non è più possibile credere in Dio come ci si credeva prima”. Chi crede in Dio, non cancella l’esistenza di Dio, ma dice: “Dobbiamo pensarlo diversamente rispetto a prima, perché un Dio che permette fatti di questo genere è un Dio per molti aspetti sorprendente”.

E la sua via di soluzione segue una concezione ebraica più antica, della “Cabala”, secondo la quale:

“Quando Dio ha creato il mondo ha ritirato un po’ della sua onnipotenza, ci ha rinunciato. Perché il mondo potesse esistere – dice questa tradizione teologica – bisognava che Dio non fosse onnipotente del tutto. Onnipotente lo è e lo rimane, però liberamente Dio ha messo un limite alla sua onnipotenza proprio per lasciare spazio alle creature, alla loro esistenza, alle loro decisioni, alle loro responsabilità. Per cui non si può pretendere da Dio che intervenga del tutto e sempre, perché Dio si è posto lui stesso dei limiti, nell’atto creativo. La creazione è un ritrarsi di Dio. Prima Dio è dappertutto e tutto ovunque. Dopo s’intende Dio è tutto. Ma ci sono degli spazi in cui Dio non è presente del tutto, non è presente con la sua onnipotenza”.

E a parte il modo di esprimerlo credo che ci siano delle cose positive e giuste in questo modo di vedere le cose.

E provo a dirlo così. “Quando Dio ha creato l’uomo, lo ha creato a sua immagine e somiglianza”. Questo “a sua immagine e somiglianza”, vuole dire: gli ha dato un compito, e il compito era quello di governare il mondo in nome di Dio, al posto di Dio; di trasformare il mondo completando l’opera della creazione. Dio ha creato ma non ha rifinito il mondo, tocca all’uomo prenderlo in mano, e con il suo lavoro trasformarlo, e rendere questo mondo sempre più capace di esprimere fondamentalmente l’amore, la bellezza, la gioia, la comunione… queste cose toccano all’uomo (cfr. (Gen 1, 26-31).

Ma per fare questo Dio ha fatto l’uomo libero. “Libero”, vuole dire: creativo, capace di pensare e di decidere, e di decidere con responsabilità, a partire dalla sua visione del mondo, dai suoi desideri, dalle possibilità concrete che si trova davanti.

Per Dio è stato un gioco rischioso: creare un essere libero è rischioso.

Come sanno tutti i genitori, che mettono al mondo un figlio, siccome lo mettono al mondo come libero, e pian piano diventerà libero, qualche volta darà delle soddisfazioni, ma qualche volta darà anche qualche croce, non corrisponderà esattamente ai sogni che i genitori avevano quando lo hanno messo al mondo; e questo è naturale altrimenti non sarebbe libero. Se l’avessero fatto esattamente come l’avevano voluto, se il bambino percorresse esattamente quelle strade che i suoi genitori hanno sognato per lui, probabilmente sarebbe un autonoma e non un figlio. C’è quindi un aspetto di rischio in questo.

4. Dio ha la capacità di ricuperare tutto dentro ad un disegno di vita, e quindi ad un disegno di amore; anche le cattiverie del mondo e le violenze inconcepibili dell’uomo.

E evidentemente non si può pensare che Dio giochi il gioco della libertà dell’uomo e poi ad un certo punto dica: “No, a questo punto non ci sto più, il gioco va troppo avanti, non ci sto, non gioco più…”; e quindi togliesse all’uomo la sua libertà.

Quello che possiamo pensare, e che dobbiamo pensare, è che Dio, proprio perché è Dio, abbia la capacità di ricuperare tutto dentro ad un disegno di vita, e quindi ad un disegno di amore; anche le cattiverie del mondo, anche le violenze inconcepibili dell’uomo (cfr. Gv 16, 33).

Dio lascia l’uomo libero, ma dobbiamo sperare che la libertà dell’uomo non riesca a distruggere l’amore di Dio, e quindi quella benevolenza e misericordia che in radice sono inscritti dentro l’esistenza dell’uomo. Questo lo si potrebbe riprendere in tante espressioni.

Pensate al confronto tra Dio e il faraone al momento dell’Esodo, e quindi lo scontro con la libertà di faraone che si oppone costantemente all’azione di Dio, e la possibilità che anche l’azione del faraone sia inserita in un’opera di salvezza.

Ma evidentemente la cosa che ci dovrebbe fare riflettere di più è il mistero della Pasqua. Perché il mistero della Pasqua contiene da una parte la rivelazione del peccato dell’uomo: la cattiveria, l’odio, l’ingiustizia, l’ipocrisia… queste realtà; e sono realtà distruttive, distruggono davvero. Gesù Cristo in croce è morto davvero, non è una morte apparente, come qualcuno a volte ha tentato di dire, perché l’idea di un Figlio di Dio che muore sulla croce è difficilmente accettabile, è difficilmente sopportabile da parte dell’uomo.

Non è un caso che nel Corano quello che muore sulla croce non sia il Figlio di Dio, non sia Gesù Cristo; è un altro… non è possibile!

Il discorso fondamentale però per noi è proprio quello:

  • In Gesù Cristo si scatena e si rivela il peccato del mondo, l’odio; mettendo dentro all’odio tutto quello che volete.
  • Ma si manifesta la potenza di Dio, che non è una potenza che esonera dalla morte, che sospende il potere dell’uomo, per cui il “Venerdì Santo” cancella tutte quelle forze o tutti quei poteri mondani che sono negativi.
  • Come se il potere di Pilato, del sinedrio, di Tiberio… tutte queste cose li cancella perché non possono fare l’ingiustizia… No! L’ingiustizia la fanno, e la fanno fino in fondo. Ma la potenza di Dio si manifesta il terzo giorno come capacità di dare vita e di rendere ragione del valore della verità, del valore dell’amore, attraverso la risurrezione di Gesù dai morti.

Torno a dire, non viene cancellata la morte. Il modo in cui noi avremmo voluto l’intervento di Dio sarebbe stato: impedire la morte di Gesù in croce, in qualche modo, con un qualche miracolo, con una qualche trasformazione straordinaria… Ma non è questo, Dio non ha percorso quella strada.

Ma Dio ha percorso l’altra strada, che è quella della Risurrezione.

5. Se l’uomo esprime un atteggiamento di verità e di amore, fa crescere e progredire la storia. Ma quando dominano i comportamenti di egoismo o di falsità, l’uomo fa regredire la storia.

Credo voglia dire – se capisco bene, però non ci giuro sopra, perché don Giancarlo Conte mi ha fatto parlare di questa roba… ma io avrei parlato più facilmente di altre cose… – che non siamo sicuri al cento per cento che il cammino della storia umana sia e diventi sempre di più un cammino di progresso.

Nella storia umana ci sono forze di bene e non c’è dubbio forze di male. Non siamo “dualisti”, perché non mettiamo il bene e il male sullo stesso piano. Il bene è originario, e il male è secondario – il male viene dopo come rovina, come deformazione, della realtà originaria –, quindi non sono sullo stesso piano. Però non c’è dubbio, ci sono tutte e due nella storia, e si confrontano nella storia.

Io non ho la garanzia assoluta che il cammino dell’uomo andrà sempre verso il meglio: “le magnifiche sorti e progressive” dell’illuminismo; questa convinzione non ce l’ho in modo assoluto. E nemmeno la fede nella Provvidenza mi obbliga a pensare così – almeno credo, mettetela pure sotto condizione –, perché tutto dipende dalla autenticità dell’uomo.

Se l’uomo – non dico tutti i sette miliardi di uomini, ma nella sua globalità – esprime un atteggiamento di verità e di amore, fa crescere e progredire la storia. Ma quando dominano i comportamenti di egoismo o di falsità, l’uomo fa regredire la storia.

6. La fede nella Risurrezione mi permette di mantenere la speranza anche di fronte ai fallimenti storici, anche di fronte alle vittorie della cattiveria o dell’odio.

E torno a dire, non sono sicuro che il cammino alla fine sarà di progresso. Però sono sicuro che tutto quel complesso di bene e di amore e di verità che l’uomo ha prodotto nella storia – e questo ne ha prodotto e ne produrrà –, tutto questo non viene buttato via, non viene cancellato dalla presenza del male; ma è custodito dalla potenza di Dio per la Risurrezione, per la vita.

Ecco, questa fede nella Risurrezione mi permette di mantenere la speranza anche di fronte ai fallimenti storici, anche di fronte alle vittorie della cattiveria o dell’odio.

Per fortuna non sono ancora state storicamente delle vittorie definitive. La storia c’è ancora, per fortuna, e dentro la storia c’è tanto di bontà e di amore. Però non ho la sicurezza assoluta per il futuro.

Ho però la speranza salda che tutta la fatica, che alcuni uomini hanno fatto per produrre verità e amore, non sarà vana.

La Risurrezione è il sì di Dio detto all’amore umano, detto all’impegno di verità e di responsabilità dell’uomo. E mi basta questa Speranza per camminare e lottare, per fare in modo che la mia presenza nel mondo e nella storia cerchi di diventare una presenza positiva.

V.

Riassunto conclusivo

1. Gesù diventa anche il criterio per riconoscere tutte le altre manifestazioni di Dio: il criterio, il metro, è la rivelazione di Gesù Cristo come rivelazione di amore e di misericordia.

Se si vuole riassumere tutto quello che io ho detto, si potrebbe dire così.

  • La domanda era: dove Dio è presente e come? Risposta: è presente nella natura, come Creatore, come sorgente di quella natura che mi è affidata in dono, e di cui ho la responsabilità.
  • Non posso pretendere dalla natura l’intelligenza e la libertà, non posso pretendere che la natura mi manifesti la misericordia di Dio e il suo amore.
  • Posso ritrovare invece nella natura quello che biologicamente o culturalmente mi sostiene, dietro a cui riconosco l’amore creativo di Dio.
  • Posso trovare di più. La presenza di Dio nella storia, ma posso trovare ancora di più nella storia quello che offende Dio e che lo oscura, perché la storia è luogo di manifestazione del bene e del male, dell’amore e dell’odio. Quindi molto di più che la natura, perché c’è un amore che la natura non riesce ad esprimere del tutto. Ma molto peggio perché c’è un odio che la natura non ha. Allora di fronte la storia, di fronte le esperienze, mi trovo di fronte a qualche cosa di più grande, di più significativo, sia nel bene e sia nel male.
  • Ma, ultima cosa, all’interno della storia ci sono dei punti di riferimento fondamentali in cui la manifestazione di Dio ha una luminosità grande. Per esempio i Santi, e in ultima analisi Gesù Cristo.
  • Gesù Cristo sta nella storia come quel punto centrale in cui la distinzione – tra quello che è secondo Dio, e quello che è contro Dio – appare chiarissimo. In cui la verità dell’amore e la falsità dell’odio sono annunciate e proclamate. Si vede la capacità distruttiva dell’odio, si vede però la potenza di Dio a favore dell’amore: l’amore diventa più forte della morte. E in questo senso la presenza piena di Dio dentro la storia è in Gesù.
  • E si potrebbe dire che Gesù diventa anche il criterio per riconoscere tutte le altre manifestazioni di Dio. Partendo da quello che ho conosciuto di Dio attraverso Gesù di Nazaret posso dire: questi elementi della natura e della storia mi rivelano Dio; questi elementi della natura non sono capaci di manifestarmelo; questi elementi della storia sono contro la rivelazione di Dio. Ma il criterio, il metro, è Gesù Cristo: è la rivelazione di Gesù Cristo come rivelazione di amore e di misericordia.

* Cv. Documento rilevato come amanuense dal registratore, scritto in uno stile didattico e con riferimenti biblici, ma non rivisto dall’autore.