Diocesi Brescia
Lettera al clero bresciano del Vescovo Luciano Monari dopo la sentenza di
condanna in appello a don Marco Baresi
16 Giugno 2010
Fonte come da titolazione, rilevato da Ciani Vittorio
x l’Ufficio Documentazione Diocesi Piacenza-Bobbio.
Carissimi sacerdoti,
il reato per cui un tribunale in prima istanza e poi in
appello ha condannato don Marco, un prete del nostro presbiterio, è tra i più
odiosi. Anzitutto perché riguarda abusi su minori, e conosciamo bene quello che
il Vangelo dice su chi scandalizza i piccoli. In secondo luogo perché l’abuso
sarebbe stato commesso da un educatore al quale il minore è affidato perché gli
trasmetta il meglio del patrimonio che l’umanità ha saputo raccogliere
attraverso i secoli; saremmo quindi di fronte a un tradimento grave della
fiducia. Infine perché sarebbe stato commesso da un prete che, per missione, deve
essere segno della presenza e strumento dell’azione del Signore Gesù che è
passato facendo del bene, che non ha usato inganno e violenza con nessuno. Per
tutti questi motivi è difficile pensare a qualcosa di più grave.
Per quanto mi riguarda personalmente, avevo espresso fiducia
in don Marco e avevo speranze grandi in una sua assoluzione. Mi affidavo anche
al diritto biblico che dice: «Un solo testimone non avrà valore contro
alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno
abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre
testimoni.» (Dt 19,15). Naturalmente il diritto moderno usa altri
parametri; il testo del Deuteronomio non invalida la diversa valutazione dei
giudici, ma mi spinge a custodire una cautela grande. Non ho perso ancora la
fiducia serena nella dimostrazione di innocenza di don Marco: continuano a
motivarmi le tante testimonianze di affetto e di riconoscenza da parte di
coloro che lo hanno conosciuto e frequentato a lungo.
E tuttavia ho a che fare con una precisa sentenza di
condanna che inevitabilmente ricade su di me e su tutto il nostro presbiterio e
ci chiede una risposta. Quale? Soffriamo inevitabilmente la vergogna per un
fatto grave che ci viene imputato e la vergogna è uno dei sentimenti più
difficili da sopportare. Abbiamo il timore che la gente possa farsi di tutti
noi un’opinione negativa, che ci condanni impietosamente e questo ci brucia.
Sento dolorosamente questa vergogna attaccata alla pelle. Ma, paradossalmente, sono
convinto che mi possa fare bene; mi libera da qualche linea di vanità o di
orgoglio; mi costringe a eliminare le mie illusioni, a confessare il mio niente
e questo non mi fa solo male. Anzi può diventare un percorso prezioso di
purificazione e di libertà. “Perdere la faccia” è una delle sofferenze più
umilianti; ma, se lo accettiamo davvero (il che non è facile!), rende liberi.
Non abbiamo nulla da perdere; possiamo essere poveri cristiani senza pretesa e
quindi senza timore alcuno.
E tuttavia nel fatto non è coinvolta solo la mia persona; è
coinvolta l’immagine della Chiesa; e questo mi fa ancora più male. Sono al
servizio della Chiesa; per la Chiesa ho messo in gioco tutta la mia vita; le
mie speranze più profonde sono legate a ciò che la Chiesa annuncia e promette.
Psicologicamente farei fatica a sopravvivere a un’immagine totalmente negativa
della Chiesa. Non che non sappia i miei limiti, i limiti di vescovi e papi, di
tanti credenti … Conosco la storia della Chiesa abbastanza bene per riconoscere
con umiltà la debolezza degli uomini di Chiesa. Giovanni Paolo II ha confessato
più volte i peccati della Chiesa nella storia; e io mi sono sentito coinvolto
in questa richiesta umile di perdono, anche se riferita a fatti antichi per i
quali non ho evidentemente responsabilità personali. Nello stesso modo è giusto
che io chieda perdono per tutti gli abusi dei quali membri della Chiesa si sono
resi responsabili, soprattutto se compiuti nei confronti di persone deboli, di
bambini.
Ma come posso sopportare un giudizio globale negativo? Leggo
nella lettera agli Efesini che Gesù «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per
lei, per renderla santa, purificandola … per presentare a se stesso la Chiesa
tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e
immacolata.» (Ef 5,25-27. Ho letto tante volte queste parole e vi ho sempre
trovato motivo di fiducia: Gesù ha amato la Chiesa e l’ha purificata con il suo
sangue, col dono della sua vita. Nonostante tutto, la Chiesa è santa; non perché
noi, poveri preti, siamo senza peccato; ma perché nella Chiesa c’è la presenza
viva di Cristo e questa presenza è sorgente di purificazione perenne. Debbo
riconoscere di non essere un buon cristiano; ma posso proclamare che l’appartenenza
alla Chiesa non mi ha reso falso o ambiguo, ma mi ha sempre aiutato a diventare
più sincero e più autentico. Posso attribuire a me dei peccati; ma debbo
riconoscere alla Chiesa il dono santo di Cristo e del vangelo.
Per questo continuerò a essere nella Chiesa e a servire la
Chiesa con gioia. Questa Chiesa di Brescia, dove il Vangelo ha prodotto nei
secoli, anche attraverso il servizio di tanti suoi santi preti, autentici
frutti di bene. Mi vergognerò di me e dei miei peccati; ma non avrò mai da
vergognarmi del Vangelo e del suo insegnamento. Mi vergognerò per le incoerenze
delle nostre comunità cristiane; ma non dovrò mai vergognarmi per lo Spirito
che ci è stato dato e che fa di noi dei figli veri di Dio.
Fratelli carissimi, ho voluto condividere con voi sentimenti,
timori, desideri che vivo in questi giorni; mi sento rinfrancato anche solo a
parlare con voi. Il Signore vi benedica, conforti il vostro cuore, vi dia “una
speranza viva, un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce.”
† Mons. Luciano Monari,
Vescovo Brescia
|