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I Cistercensi

Fratelli conversi

L’istituzione dei fratelli conversi come categoria di religiosi sotto la stretta disciplina del monastero, incaricati degli affari economici delle fondazioni cistercensi, costituisce certamente, nel suo pieno sviluppo, un aspetto caratteristico dell’Ordine, anche se non priva di antecedenti di rilievo.

Nell’epoca di san Benedetto, la maggior parte dei monaci era costituita da laici; solo occasionalmente, i sacerdoti venivano ordinati o ammessi, nella misura in cui lo richiedevano le necessità spirituali e liturgiche delle abbazie. Tutti i monaci prendevano parte in egual misura all’indispensabile lavoro manuale e se, al tempo della messe, il lavoro era superiore alle loro possibilità, venivano impiegati degli operai. Tuttavia, a partire dal nono secolo, le proprietà dei monasteri aumentavano in dismisura, mentre i monaci, che all’epoca erano in gran parte sacerdoti, impegnati in varie attività missionarie e culturali, non erano in grado di rispondere pienamente alle esigenze di lavoro manuale richiesto dai loro possedimenti. I primi monasteri medioevali, compreso Cluny, accettarono, come soluzione, i sistemi feudali e assegnavano il lavoro agricolo alle popolazioni rurali, rendendo così liberi i monaci di impiegare il loro tempo e le loro energie esclusivamente per le crescenti attività liturgiche, pastorali, letterarie o educative.

Tale soluzione, tuttavia, coinvolgeva profondamente i monasteri negli affari mondani e puramente politici; di conseguenza, i movimenti di riforma del secolo XI, per quanto fossero incapaci di modificare i principi fondamentali del sistema economico e della configurazione sociale, pieni di zelo per la solitudine e il rigoroso ascetismo, tentarono almeno di far entrare in una certa disciplina monastica i loro aiutanti laici. Dopo il 1012, san Romualdo a Camaldoli organizzò servi laici; seguito poi da san Pier Damiani a Fonte Avellana, alla metà dello stesso secolo; san Giovanni Gualberto, fondatore di Vallombrosa, chiamò i suoi aiutanti laici conversi, nome dato dai Cistercensi ai fratelli laici. Indipendentemente da questi movimenti italiani, la riforma della congregazione di Hirsau, in Germania, diede anch’essa ai propri servi laici una precisa configurazione religiosa e diffuse l’idea con tale successo che tutti gli altri ordini o congregazioni riformate, fondate subito prima o dopo i Cistercensi, adattarono tale istituzione in una o nell’altra forma.

I fratelli conversi cistercensi non rappresentavano dunque una innovazione del tutto rivoluzionaria, anche se nessun altro Ordine impiegava i fratelli conversi su scala così grande e con tanta efficacia.

I documenti primitivi di Cîteaux non rivelano nulla sulle influenze esterne che possono aver portato all’istituzione dei fratelli conversi, né è possibile precisare la data del primo apparire di questa istituzione. Se si parte dal fatto che durante i primi anni del governo di Stefano Harding i possedimenti di Cîteaux cominciarono a moltiplicarsi, è possibile dedurre che i primi fratelli conversi vennero ammessi nella seconda decade del XII secolo. La familiarità di Stefano Harding con Vallombrosa porta ad un’altra ipotesi plausibile: l’ammissione dei fratelli conversi può essere stata ispirata dal successo della utilizzazione dei conversi in quella abbazia italiana.

È certo, tuttavia, che una soluzione di questo genere divenne urgente non appena Cîteaux cominciò a svilupparsi. Coltivare direttamente le loro terre era l’unica possibilità di scelta offerta ai fondatori del “Nuovo Monastero”, i quali rifiutavano risolutamente lo sfruttamento tradizionale del feudalesimo nelle proprietà monastiche e desideravano intensamente vivere nella solitudine. L’estensione delle loro campagne richiedeva comunque la presenza di personale adeguato e proporzionato al lavoro agricolo. Di fatto l’elemento innovatore dell’economia agricola dei cistercensi non fu l’adozione dei fratelli conversi, perché ricorrere ad essi costituiva soltanto una conseguenza di una decisione molto più rivoluzionaria: i monaci, seguendo la Regola di san Benedetto, si sentivano obbligati a vivere del frutto del proprio lavoro manuale, col sudore della propria fronte, delle proprie terre.

Il lavoro manuale, se è possibile dare credito alla versione dei fatti data da Orderico Vitale, costituiva uno dei punti più gravi di disaccordo nel dibattito tra le due fazioni dei monaci di Molesme. Gli oppositori dell’abate Roberto sostenevano che “la fatica e lo zelo nella lode di Dio” sostituiva validamente quel lavoro fisico the era stato abbandonato. In Francia, si era ormai radicata la tradizione secondo la quale “i contadini badano, come loro s’addice, ai lavori agricoli, e i servi si occupano dappertutto dei lavori servili. Invece i monaci, che, abbandonate le vanità del mondo, spontaneamente combattono per il Re dei re, rimangano in pace, come le figlie del Re, entro le mura dei chiostri; scrutano nelle Sacre Scritture i segreti della legge divina”. Infine, essi speravano di troncare ogni discussione sull’argomento, affermando: “Dio non voglia che i contadini impigriscano nell’ozio … quando la loro sorte è di essere impegnati in un lavoro incessante! o che i nobili cavalieri, gli acuti filosofi e gli studiosi esperti… si vedano costretti a occuparsi di compiti o fatiche servili e insignificanti, come se fossero dei miseri servi che devono procurarsi il loro sostentamento”.

I fondatori di Cîteaux non considerarono il pensiero dei loro oppositori, anche se dopo alcuni anni di privazioni straordinarie furono costretti ad ammettere che c’era del vero nelle argomentazioni sostenute dai monaci di Molesme. Cîteaux non volle, ancora una volta, far ricorso all’aiuto di servi o di contadini, ma il reclutamento di fratelli laici divenne inevitabile. Così si esprimeva al riguardo l’autore dell’Exordium Parvum: “Perché senza l’aiuto di questi non riuscivano ad immaginare come avrebbero potuto osservare pienamente, di giorno e di notte, i precetti della Regola, stabilirono di ricevere, col permesso dei loro vescovi, dei laici con la barba cioè i conversi e di trattarli in vita e in morte come se stessi, tranne che per quanto riguardava i diritti dei monaci coristi”.

Tale compromesso sembrava salvaguardare i principi di Cîteaux e nello stesso tempo assicurava le forze lavorative necessarie per la sopravvivenza dei monaci. Come indicano chiaramente i termini stessi della citazione, la decisione venne presa come una soluzione pratica di fronte a un problema concreto, senza fare riferimento alla teoria su ciò che doveva costituire il campo specifico dell’attività dei monaci. Questi ultimi non si esimevano dal lavoro manuale, né i conversi sarebbero stati sfruttati soltanto come manovali; erano trattati come religiosi, membri di una comunità monastica, e si differenziavano dai monaci di coro soltanto quando si trattava di funzioni liturgiche e di alcuni aspetti legali dello stato canonico dei monaci, nelle elezioni degli abati e nell’adempimento di altri incarichi importanti.

Il regolamento dell’orario quotidiano di lavoro e di preghiera per i fratelli era compito del Capitolo generale. Tuttavia, non esistono più documenti delle sue prime sessioni. Il primo documento tuttora esistente a riguardo dei conversi consiste nei Capitula del 1119, seguito poi da alcuni paragrafi negli Instituta Generalis Capituli, e, in modo più sistematico, negli Usus Conversorum, parte del “libro degli Usi”, nel quale furono raggruppate norme di varie epoche nella prima metà del XII secolo.

Secondo tali documenti, coloro che volevano diventare fratelli conversi erano accettati per il noviziato di un anno come i monaci di coro. Durante questo periodo, studiavano i loro futuri compiti e venivano formati alla disciplina monastica, imparavano a memoria alcune preghiere, il Pater, il Credo, il Miserere, ed alcuni brevi responsori. Si escludeva l’uso dei libri e di qualsiasi studio specifico. Dopo l’anno di prova pronunciavano i voti, facendo promessa all’abate di obbedienza “fino alla morte”. Diventavano con questa professione religiosi, a pieno diritto, pur non avendo voce né passiva né attiva nelle votazioni per gli ufficiali del monastero, né avrebbero mai potuto diventare monaci di coro o sacerdoti. Anche il loro abito era diverso da quello dei monaci di coro, essendo fatto di stoffa color grigio scuro o marrone. Talvolta lavoravano perfino, come punizione, in abito secolare.

La vita semplice dei fratelli conversi in monastero trascorreva in diversi ambiti di lavoro o in servizi domestici; ma la maggior parte di loro era destinata a lavorare nelle grange come contadini o mandriani. Quanti restavano al monastero disponevano di locali simili a quelli dei monaci di coro, ma erano separati da loro: avevano i propri capitoli settimanali, per la loro direzione spirituale e la loro istruzione religiosa. Non partecipavano all’Ufficio Divino, tranne le domeniche e i giorni festivi; ma sotto la direzione del più anziano del gruppo, recitavano in comune, al m’omento delle Ore Canoniche là dove capitava loro di lavorare, un certo numero di Pater Noster. Quanti vivevano in grange lontane, facevano ritorno al monastero soltanto la Domenica e i giorni di grande festa, per partecipare alle fuzioni solenni; negli altri giorni, durante la settimana, stavano sempre soli, perché i monaci di coro, in genere, non erano autorizzati a restare fuori dal monastero. Era obbligatorio ricevere la Santa Comunione solo sette volte all’anno; più tardi, venne concesso dodici volte. Il loro superiore diretto era il cellerario, o il suo assistente, chiamato grangiarius, che abitualmente era anch’egli un converso. Mentre lavoravano, osservavano un rigoroso silenzio, ma i loro digiuni erano meno severi e il loro riposo più lungo di quello dei monaci di coro.

Oltre agli impegni previsti dall’orario quotidiano, uno dei lavori di maggiore importanza affidato ai fratelli conversi era quello di costruire e di riparare gli edifici. Si recavano al mercato per vendere i prodotti che eccedevano il consumo interno e per effettuare gli acquisti necessari; ci si serviva di loro come di messaggeri e accompagnavano gli abati nelle loro visite ufficiali. In alcune circostanze, i fratelli conversi cistercensi erano responsabili, come questuanti, delle organizzazioni di carità presso le corti regali, come succedeva alla fine del secolo XII in Inghilterra. L’incarico più alto mai ricoperto dai conversi, fu quello di bullator papale ad Avignone. Sembra che tale ufficio fosse privilegio dei Cistercensi lungo il XIV secolo. La Curia li impiegava, supponendo che essi avrebbero mantenuto il segreto nello scrivere e maneggiare i documenti papali, dal fatto che non erano in grado di comprenderne il contenuto.

Il significato storico dell’istituzione dei fratelli conversi cistercensi, comunque, consiste nel fatto che, grazie all’organizzazione della mano d’opera costituita da un numero senza precedenti di conversi, l’Ordine, almeno per un secolo, ebbe un ruolo di primo piano nell’espansione agricola e favorì quel moltiplicarsi senza confronti delle fondazioni cistercensi in tutta l’Europa. Anche se bisogna ritenere le cifre dell’epoca esagerate, resta vero che durante i secoli XII e XIII molte abbazie misero a frutto le vaste terre che possedevano con l’aiuto di diverse centinaia di fratelli conversi. In molti di questi casi il numero dei conversi superava quello dei coristi secondo una proporzione da 2 a 1, o perfino da 3 a 1. Probabilmente, il numero più grande di fratelli conversi venne impiegato dall’Abbazia di Les Dunes nelle Fiandre, dove, verso il 1300, oltre a 180 monaci di coro, c’erano 350 fratelli conversi, una forza lavorativa che oltrepassava facilmente, nelle sue possibilità economiche, qualsiasi stato feudale, amministrato secondo i metodi tradizionali, sia laico che ecclesiastico. Verso lo stesso periodo, Adwert, in Olanda, contava circa 200 conversi; nei primi anni del secolo XIII Clairvaux e l’abbazia di Himmerod, nella regione del Reno, avevano ciascuna circa 200 fratelli; nel 1280 Walkenried, nella regione di Brunswick, contava 180 conversi; ancora nel 1323, Salem, nella Svevia, aveva 160 conversi. Nel 1187, la comunità dell’abbazia di Waverley, in Inghilterra, contava 120 fratelli conversi, mentre decine e decine di abbazie fiorenti coltivavano le loro terre con l’aiuto di circa 100 fratelli. Secondo i calcoli di Knowles e Hadcock, una istituzione cistercense media, in Inghilterra, a pochi anni dalla fondazione, era formata da trentasei monaci e cinquanta fratelli; gli stessi autori ritengono che il numero totale di fratelli conversi cistercensi in Inghilterra e nel Galles, agli inizi dei XIII secolo, fosse di circa 3.200.

Come spiegare il successo di un tale reclutamento e la perseveranza di tante schiere di fratelli conversi? Per cercare una risposta adeguata, bisogna considerare in primo luogo le condizioni economiche e sociali dell’Europa occidentale. All’epoca della fondazione di Cîteaux era già cominciato il disgregarsi dell’antico sistema feudale. Quelle realtà agricole, statiche e sorpassate, non erano più in grado di assorbire l’aumento della popolazione rurale. Questo squilibrio provocò la reazione di una parte dei contadini dipendenti, alla ricerca di una vita migliore e di un impiego più proficuo. Tali condizioni spinsero decine di migliaia ad entrare negli eserciti crociati, altri andarono verso le città in via di sviluppo fornendo così le masse che avrebbero seguito l’impulso verso l’est, dove le terre libere erano più estese e le tasse più leggere. L’insoddisfazione nei confronti delle condizioni rurali può spiegare anche la disponibilità di una insoddisfatta classe contadina ad entrare come fratelli conversi nelle istituzioni cistercensi in rapida espansione.

Indipendentemente da tali ragioni, l’attrazione esercitata dalle proprietà cistercensi, come molti studiosi competenti hanno giustamente sottolineato, consisteva nel fatto che i monaci, come proprietari di terre, erano generalmente più benevoli nei confronti dei contadini e meno esigenti dei signori feudali. La differenza, in alcuni casi, ad esempio in Scozia, era così vistosa, che da sola poteva spiegare il gran numero di vocazioni allo stato di fratelli conversi.

Vi sono molte testimonianze ad evidenziare il fatto che la maggioranza delle domande di ammissione era fortemente motivata dal desiderio di sfuggire alla povertà e all’insicurezza, entrando in una grande e ricca abbazia. L’autore anonimo del Libellus de diversis ordinibus (Opuscolo sui diversi Ordini), osservò, verso il 1150, che “vediamo molti uomini fuggire da padroni crudeli e cercare rifugio sotto la protezione delle chiese”. L’abate Corrado di Eberbach, nel suo Exordium Magnum, riporta i rimproveri di san Bernardo ad un fratello converso in punto di morte perché crede presuntuosamente nella sua salvezza certa: “che cosa hai detto? Come puoi osare di giungere a una tale audacia? Non sei tu quell’uomo povero e miserabile che non avendo nulla o quasi nulla venne spinto da noi, forse più dalle necessità, che dal timore di Dio, ottenendo di essere ammesso dopo tante suppliche? Ti abbiamo ricevuto per amore di Dio, come un indigente e ti abbiamo trattato alla pari, quanto a vitto e vestito, agli altri membri di questa comunità che hanno vissuto con noi, uomini saggi e nobili, e tu sei diventato uno di loro”. L’attendibilità storica dell’episodio non incide sul suo valore di testimonianza.

Il domenicano Umberto dei Romani, morto nel 1277, predicò una volta ai fratelli conversi cistercensi e riferì l’esempio di uno dei loro predecessori, prostrato ai piedi del suo abate, in atto di chiedere l’ammissione. Quando l’abate gli rivolse la domanda di rito: “Che cosa cerchi?”. Il fratello, secondo il rituale, avrebbe dovuto rispondere: “La misericordia di Dio e dell’Ordine”. Ma il buon uomo dimenticò la sua parte e in tutta semplicità rispose: “Pane bianco, e spesso”.

Ma più delle pressioni economiche, il motivo che spingeva molti a chiedere l’ammissione alle abbazie francesi, e soprattutto, a quanto pare, in Guascogna, sembra che sia stato la ricerca di sicurezza. Secondo i documenti di archivio di Gimont, nel corso della seconda metà del secolo XII, un gran numero di donazioni proveniva da padroni di piccole proprietà a condizione che il benefattore o i suoi figli venissero ammessi come fratelli conversi. Così nell’1175, un certo Raimond del Piemonte, fece dono all’abate Umberto “di tutti i diritti che possedeva nella parrocchia di Causac, e in cambio di tale donazione l’abate suddetto l’avrebbe ricevuto in qualsiasi momento, con i suoi due figli, non appena raggiunta l’età, come fratelli conversi”. Nel 1161, a Berdoues, un certo Vitale e sua sorella Marta fecero dono all’abbazia delle loro parti di una proprietà, in cambio della promessa che i loro figli sarebbero stati accolti come fratelli conversi.

L’ammissione a fratello converso non era affatto limitata alle persone di umile origine o illetterate. Secondo documenti di Himmerod, nel corso dei secoli XII e XIII, cinquanta nobili o cavalieri vennero accolti come fratelli conversi. In tali casi, il motivo principale per entrare nell’Ordine doveva essere di natura religiosa. Infatti, l’Exordium Magnum appena citato, abbonda di storie che presentano fratelli conversi di grande pietà, ed esemplari nell’esercizio delle virtù di umiltà, obbedienza, semplicità di cuore e dedizione al lavoro manuale.

Si possono rievocare le caratteristiche di un fratello converso esemplare da una fonte di maggior valore, le Memorie di Fountains. Il suo nome era Sunnulphus. Visse a Fountains nella seconda metà del XII secolo, “uomo semplice e incolto, ma istruito dal Signore. Invece che ai libri, si atteneva alla sua coscienza; aveva per maestro lo Spirito Santo; leggendo il libro dell’esperienza, cresceva giorno per giorno nelle conoscenze delle cose divine e possedeva perfino lo spirito di rivelazione”. Sunnulphus fu lo strumento della conversione di Ralph Haget, un nobile cavaliere, che divenne poi abate di Fountains (1190-1203), il quale raccontò al cronista il cammino della sua crescita spirituale sotto la guida dei santo fratello “sollecito nell’esortare, efficace nel consolare, dolce nella conversazione, e al tempo stesso sempre attento a non lasciar uscire dalla sua bocca qualsiasi parola oziosa”.

Come è ovvio, il moltiplicarsi dei fratelli conversi dipendeva dalla concomitanza di molti fattori: la qualità e la disponibilità di tali vocazioni; l’attrattiva esercitata dallo stato di fratello converso cistercense, il modo in cui venivano trattati i fratelli all’interno della comunità, la forza delle motivazioni religiose. I cambiamenti che si erano verificati nella società, nell’economia e nelle disposizioni religiose dovevano avere conseguenze negative sull’istituzione, così come sarebbe successo per il cambiamento di atteggiamento, all’interno dell’Ordine, verso i fratelli conversi stessi. Verso la fine del secolo XII, i cambiamenti a tutti i livelli cominciarono a farsi notare.

I primi segni del mutamento di posizione all’interno dell’Ordine sono costituiti da uno statuto dei Capitolo generale approvato nel 1188, che prescrisse laconicamente: “i laici nobili che vengono ai nostri monasteri debbono essere monaci e non conversi”. Se si cerca di discernere il punto di vista dei padri capitolari a partire dal contesto, il paragrafo che precede questo decreto storico è carico di significato. Era quel passo famoso che bandiva dalle biblioteche dei monasteri i Decreti di Graziano. Indicavano entrambi questi statuti la scomparsa della semplicità della vita cistercense primitiva, dando il via a una concezione legalistica della società monastica? Se era così, l’impatto del diritto canonico venne presto rinforzato dall’influenza della Scolastica: entrambi tendevano a concepire la vita attraverso principi, definizioni e categorie. Una tale mentalità non poteva permettere l’integrazione di contadini illetterati e di nobili eruditi in una stessa comunità monastica.

I monaci si preoccupavano sempre meno della qualità delle terre e dei raccolti, volgendosi invece con grande devozione verso libri, studi, predicazioni e missioni. I fratelli conversi, d’altro lato, vivevano quasi esclusivamente nelle grange, si intrattenevano raramente con i monaci e cominciavano a chiedersi se costituivano ancora una sola famiglia monastica con loro, prestando servizio per lo stesso bene comune sotto la guida di un medesimo abate. Nel frattempo, i sociologi e i critici degli inizi del secolo XIII incontravano delle difficoltà nel definire a quale categoria specifica appartenessero i fratelli conversi: questi infatti non erano né chierici né laici, né propriamente monaci. Gualtiero di Coincy, Gran-Priore di Saint-Medard, riteneva che essi non appartenevano a nessuna categoria e non trovò un posto adatto per loro; contadini di bassa estrazione, accettati in monastero come fratelli conversi, si erano montati la testa e, – a suo giudizio – si consideravano ormai superiori al resto degli abitanti del villaggio.

Così, la separazione fisica dei fratelli conversi dai monaci di coro, accentuata da considerazioni di carattere teorico e giuridico, introduceva di nuovo tra i due gruppi il rapporto servo-padrone, proprio quello che si era cercato di evitare nella prima generazione. Alla luce di queste considerazioni lo statuto del 1188 era del tutto logico, e forse neanche necessario: un nobile non avrebbe più potuto diventare fratello converso senza disonorare ormai i suoi pari.

Altre ragioni che causarono la diminuzione delle vocazioni a fratello converso furono i cambiamenti accelerati che avvenivano nella società agraria dell’Occidente. Verso la fine del secolo XIII, la schiavitù era praticamente scomparsa nell’Europa occidentale. I contadini erano diventati affittuari liberi; le loro proprietà miglioravano costantemente, grazie a una coltivazione intensiva e alla vendita dei prodotti agricoli nelle città in via di sviluppo. La povertà e l’insicurezza di fronte al futuro non erano più gli stimoli principali che facevano scegliere la vocazione a fratello convergo. L’attrattiva esclusivamente religiosa verso tale vocazione rimaneva ancora un elemento di cui tener conto, e tuttavia coloro che ne sentivano la forza entravano, con maggiore probabilità, negli Ordini Mendicanti, più recenti e più popolari, dove la vita dei fratelli era più facile e la loro condizione sociale più alta.

Fin dagli inizi del XIII secolo, alcune abbazie risentirono l’impatto della diminuzione delle vocazioni dei fratelli conversi. Dato che l’economia cistercense dipendeva totalmente da loro, fu necessario tentare subito di trovare compromessi, sia riducendo le condizioni di ammissione, sia offrendo ai conversi benefici di carattere materiale, il che significava ridurli allo stato laico. Tali rimedi, però, sollevarono problemi nuovi e ancora più seri, tanto che ne risultò un crollo completo della disciplina e, come conseguenza, la scomparsa dell’istituzione stessa.

I visitatori regolari e le sessioni annuali del Capitolo generale vennero quasi sopraffatti da incidenti di insubordinazione; d’altro lato, neppure le misure più severe sembravano avere effetto benefico.

In alcuni casi, come si trova nei documenti del Capitolo del 1262, gli abati, per evitare le difficoltà continue di tenere i fratelli sotto la disciplina, affidavano le grange ai conversi con piena responsabilità, con l’unico obbligo di versare in cambio un affitto regolare. In tal modo le grange si trasformarono in realtà puramente agricole, e i fratelli diventarono semplici affittuari, senza nessun carattere religioso. Per evitare un ulteriore calo nella qualità delle vocazioni, già tanto bassa, il Capitolo del 1220 prescrisse ai fratelli un periodo di probazione di 6 mesi (postulandato) prima del noviziato. Si tentò di sviluppare l’istituzione dei familiares – una forma antica di stato intermedio tra operai salariati e fratelli conversi – per sostituire la mano d’opera ormai carente. Chiamati talvolta donati o oblati essi erano, nella maggior parte dei casi, dei laici devoti, i quali, in cambio del loro lavoro, erano mantenuti dall’abbazia. Essi indossavano abiti secolari, non emettevano voti, ma promettevano solo obbedienza all’abate ed erano trattati come fratelli. I Capitoli generali del secolo XIII cercarono di trasformarli in fratelli conversi, ma senza successo; il loro numero però divenne considerevole.

Intanto, i casi di rivolta fra i fratelli conversi aumentavano sempre. Questi prendevano forma di intimidazione dei monaci nelle elezioni abbaziali, o dell’appropriazione violenta dei beni del monastero, o perfino attentati contro la vita degli abati o di altri superiori. Allo stesso tempo, divenne fenomeno diffuso l’apostasia generale dei fratelli conversi. Per ragioni di necessità, il Capitolo generale concedeva fin dal 1237 che i monasteri con non più di otto fratelli assoldassero dei servi laici per il servizio della cucina. Il permesso venne ben presto esteso a tutti i settori del lavoro monastico, ed ebbe come risultato il cambiamento completo della amministrazione. All’inizio dei XIV secolo, la coltivazione diretta delle terre dei Cistercensi – un tempo di ammirevole efficacia – aveva lasciato il posto al nuovo sistema di cessione di terre in affitto, secondo il quale le proprietà dei monasteri passavano in mano ad affittuari laici, dietro un regolare affitto; scompariva così la caratteristica tipica dell’economia agricola cistercense.

Il problema delle vocazioni a fratello converso, comunque, non si fece sentire con la stessa gravità in tutto il continente. Nell’Europa centrale ed orientale, il numero dei conversi – considerato nell’insieme del totale dei monaci – non fu mai eccessivo; la proporzione tra fratelli e monaci di coro restò abbastanza stabile fino al XV secolo. Nei paesi dell’Est, dove la schiavitù continuò a sussistere anche dopo il Medio Evo, dove le città erano meno numerose e più piccole, il commercio, lo sviluppo sociale ed economico erano più lenti: e questo spiega le differenze esistenti fra Est e Ovest. Per lo stesso motivo, l’influenza che esercitarono i fratelli conversi sulla vita economica delle abbazie dell’Est, non fu mai così decisiva come all’Ovest. Di conseguenza, la diminuzione invitabile del numero dei conversi non diede luogo a crisi della stessa entità come era successo in Inghilterra, in Francia nella regione del Reno e nei Paesi Bassi.

Anche nell’Europa occidentale, la diminuzione dei fratelli non fu necessariamente un vero e proprio crollo e in certi casi raggiunse la proporzione di una crisi solo dopo la grande peste del 1347-1350. Per mancanza di statistiche ampie, è possibile citare soltanto alcune persone autorevoli e fare alcuni esempi, i quali tuttavia sembrano aver valore di per se stessi.

Stefano Lexington, abate di Savigny, era molto preoccupato delle condizioni economiche delle case della sua filiazione. Nello scrivere le sue istruzioni fin dagli anni 1230, egli attribuiva la causa di molte difficoltà all’amministrazione inadeguata delle grange, e ciò, a sua volta, alla mancanza di fratelli conversi. Trovava molte grange gestite soltanto da uno o due fratelli conversi. Per alleggerire il peso del loro lavoro, l’abate ordinava ai cellerari di questi monasteri di permettere ai fratelli” che si sentivano soli – di bere vino. Proibì però la riammissione dei fratelli conversi che erano stati dimessi per motivi disciplinari, e si oppose fortemente alla proposta che le grange venissero date in affitto ai fratelli conversi.

Verso la metà del secolo XIII, la disciplina dei fratelli conversi, in tutta la filiazione di Pontigny, era talmente decaduta che la formula usata dall’abate nella redazione delle carte di visita consisteva in un paragrafo standard: “contro i fratelli conversi ribelli”. Essa suggeriva che il visitatore dichiarasse che “abbiamo trovato i conversi di questa casa più insubordinati e stolti che altrove, insolenti e noti per continui litigi e imprecazioni…”. La formula consigliava poi al visitatore di dare come punizione: “togliere loro l’abito religioso e ridurli allo stato di familiares”.

L’abate di Pontigny non era l’unico a condannare in blocco i fratelli conversi. Le satire del XIII secolo avevano spesso come bersaglio i conversi, che facevano ben rima con Il perversi”. Lo Speculum stultorum di Nigel Wireker, morto verso il 1207 – lavoro che divenne popolare solo nel XIV secolo – presenta, tra l’altro, il personaggio malevolo di Fromond, un fratello converso, che incontra l’eroe dei poema, l’asino Brunello, e finisce per essere buttato, con un calcio, nel Rodano.

L’aumento e la diminuzione della popolazione nelle singole abbazie può raramente essere documentato da cifre affidabili. Lo studio del personale dell’abbazia di Ebrach, nella diocesi di Würzburg, sembra indicare che la comunità conservò un numero stabile di fratelli conversi – metà circa del totale della comunità – fino al 1350. Durante il governo dell’abate Frederick (1306-1327), sui 174 nomi tratti da vari documenti, 72 erano fratelli conversi. Sotto l’abate Otto, (1349-1385) il numero totale si ridusse a 67, dei quali 21 erano conversi. A partire da questo momento, il numero dei fratelli conversi continuò a diminuire, e verso la fine del XV secolo, scomparvero praticamente dalla scena.

La comunità di Les Dunes subì la stessa sorte. Fino alla metà del secolo XIV, il numero dei fratelli conversi rimase cospicuo ma, dopo il 1354 i documenti tuttora esistenti non menzionano più i conversi. Gran parte delle abbazie tedesche conservarono i loro fratelli conversi per tutto il XIII secolo, e solo nella seconda metà del secolo XIV si verificò un crollo drastico nel loro numero. Così Camp, al nord di Colonia, aveva nel 1280 lo stesso numero di monaci e di fratelli, cioè 72. Nel 1300, i conversi erano 75, ma i documenti dell’anno 1355 indicano solo 22 monaci, e non fanno riferimento ai conversi. A Salem, i conversi diminuirono tra il 1323 e il 1377, scendendo da 160 a 80. Per Himmerod, non si trovano cifre consecutive, ma il numero dei fratelli, da 200 nel 1200, era sceso fino a 9 nel 1450. Eberbach, che nel XII secolo aveva circa 60 monaci e 200 fratelli conversi, vide aumentare il numero dei monaci nel 1400 fino a 80, mentre il numero dei fratelli si ridusse a 50. Heinrichau, nella Slesia, non ebbe mai un gran numero di conversi, ma nel 1300 l’abbazia ne ospitava ancora 50; nel 1336, erano solo 30; verso il 1400 la cifra si era ridotta fino a 20; e nel 1430 erano rimasti solo 5. Intanto, Poblet in Spagna, – se le cifre sono affidabili – subì il fenomeno opposto. Lungo i secoli XIV e XV, il numero di monaci di coro restava identico: 90; ma il numero di fratelli aumentava tra il 1311 e il 1493 da 85 a 135, nonostante le terribili perdite subite a causa della peste del 1348 (60 monaci e 30 fratelli).

Il numero dei monaci cistercensi in Inghilterra è documentato un po’ meglio. Beaulieu, fino al 1280, contava 58 monaci, 7 novizi e 68 fratelli conversi. Nel 1336, Margam, nel Galles, contava 38 monaci e 40 fratelli. Meaux, nel 1249, contava 60 monaci e 90 fratelli, ma questi continuarono a diminuire lungo tutto il secolo XIII, a tal punto che, prima che imperversasse la peste nel 1349, ne restarono solo 7. I documenti del 1393 non fanno più riferimento ai fratelli. Parimenti, prima della peste, a Bordesley, le cifre erano basse (34 monaci e 10 fratelli); così anche a Newenham (23 monaci e 3 fratelli). Vale Royal, poi, nel 1326, contava 21 monaci, ma probabilmente nessun fratello converso.

Ciò che stroncò definitivamente l’istituzione dei fratelli conversi in Inghilterra fu senza dubbio la terribile epidemia della peste nera nel 1349. Secondo le cifre dei censimenti eseguiti tra il 1377 e il 1381, il numero di fratelli conversi era ovunque inferiore a quello dei monaci. Le statistiche di 17 abbazie indicano che ivi il numero totale dei monaci era di 277, ma i fratelli erano solo 56. Nel 1381, esistevano solo 3 conversi a Rievaulx, una comunità un tempo così numerosa; a Jervaulx erano due; uno a Bordesley e a Roche; non c’era nessun fratello converso a Revesby, Saint Mary Graces e Holmcultram. Altre abbazie registrano cifre un po’più alte: Fountains contava 10 conversi, Furness 8, Kirkstall 6.

Mentre le comunità più piccole dovettero organizzarsi per vivere senza fratelli conversi, alcune comunità più grandi dell’Ordine riuscivano ad attrarre un numero considerevole di conversi perfino dopo la Riforma. Cîteaux contava nel 1589, oltre a 60 monaci di coro 30 fratelli conversi. Una visita regolare a Clairvaux nel 1624 vi trovò 32 fratelli. L’abate Saulieu di Clairvaux, nel suo viaggio in Spagna all’inizio degli anni 1530, incontrò a Poblet 60 monaci e 30 conversi; nell’abbazia limitrofa di Santes Creus, 36 monaci e 12 fratelli; a Piedra, 33 monaci e 27 fratelli. Santa Fé ospitava 29 monaci e 16 conversi. Quando l’abate generale Boucherat fece delle visite regolari in Germania nel 1573, l’unica abbazia in cui trovò un gruppo consistente di fratelli conversi era Salem, ma anche lì erano solo 12 rispetto ai 56 sacerdoti. Nel 1643, il numero della comunità di Les Dunes era di 44 sacerdoti e 16 fratelli. Fino al 1759, Villers contava ancora 54 monaci e 19 fratelli; lungo tutto il secolo XVIII, poche abbazie austriache contavano un numero significativo di fratelli conversi. Heiligenkreuz possedeva il numero più grande; nel 1758, 13 fratelli assistevano 56 sacerdoti.

In altre abbazie si tentò di ridurre al minimo gli svantaggi provocati dalla scomparsa dei conversi cercando di ripristinare i gruppi semi-religiosi dei donati o degli oblati. Tale fu la raccomandazione di una riunione di abati tenuta nel 1612, a Loos nelle Fiandre che fu accompagnata dalla decisione di sospendere definitivamente l’ammissione dei conversi. Alla base di questa scelta, stava probabilmente una ripresa del vecchio dibattito, se i fratelli conversi fossero realmente dei religiosi, legati all’Ordine attraverso la professione, oppure soltanto dei laici, legati alle comunità grazie a delle semplici promesse, senza conseguenze canoniche.

Fu certo la Stretta Osservanza che attirò con maggiore successo i fratelli conversi. Orval, nel 1757, contava 49 sacerdoti e 28 fratelli; Sept-Fonts contava, nel 1789, 39 fratelli, mentre La Trappe aveva, nello stesso anno, 36 conversi. Questi casi, però, erano eccezionali; e secondo tutti i dati, a partire dal secolo XV, l’istituzione dei fratelli conversi cistercensi cessò di costituire un elemento importante nell’economia monastica, sebbene la permanenza ulteriore della presenza dei fratelli conversi, aveva certo un effetto benefico sulla vita delle comunità più fortunate.

La riapparizione più consistente dei fratelli conversi si verificò con la rifioritura dei Trappisti nel secolo XIX. Tuttavia non si può considerare tale movimento come il ripristino della istituzione dei fratelli conversi dei XII secolo; era piuttosto un riavvicinamento al monachesimo laico, più vicino alle strutture delle abbazie di san Benedetto del VI secolo che a Cîteaux. Perciò, la differenza tra sacerdoti e fratelli sfumava con una maggiore partecipazione dei sacerdoti al lavoro manuale e con l’assicurare ai fratelli un maggiore coinvolgimento nelle responsabilità della comunità.

Mentre l’ammissione di fratelli conversi a Cîteaux emergeva solo in un secondo momento come risposta al problema economico, l’entrata di laici nelle abbazie dei Trappisti del secolo XIX era motivata dalla convinzione che la realizzazione piena dell’ideale monastico non dipendeva dagli ordini sacri, quindi esso era accessibile anche ai laici. La tendenza ad eliminare progressivamente ogni differenza tra i due gruppi all’interno di una stessa comunità, continuò lungo tutto il secolo XX e ricevette un potente impulso dal Concilio Vaticano II. Il decreto sul rinnovamento della vita religiosa dichiarò che: “I monasteri e gli istituti maschili non del tutto laicali possono ammettere chierici e laici in pari misura e con eguali diritti ed obblighi eccettuati quelli che scaturiscono dall’ordine sacro”.

I Capitoli generali consacrati al rinnovamento, in entrambe le Osservanze Cistercensi, hanno trattato ampiamente il problema di come applicare tale decreto. I Trappisti, in definitiva, hanno eliminato il termine “fratello converso”; tutti i membri dell’Ordine sono semplicemente “monaci”, godono gli stessi diritti, rispondono agli stessi obblighi e partecipano insieme alle stesse attività all’interno delle loro comunità, ad eccezione di ciò che comporta l’Ordine Sacro.

La Comune Osservanza si orientò nel seguente modo: ogni comunità deve determinare lo statuto dei propri fratelli conversi, tenendo in debito conto le necessità, le tradizioni e i desideri dei suoi membri e del luogo. Conservare o abolire l’Istituzione dei fratelli conversi, quindi, resta una scelta locale fintanto che un consensus accettato da tutti possa raggiungere una decisione definitiva in merito.

Bibliografia

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L.J. Lekai, I Cistercensi. Ideali e realtà, XVI, Certosa di Pavia, 1989.

 

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