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I Cistercensi

Le monache Cistercensi

I fondatori di Cîteaux non avevano l’intenzione di fondare un nuovo ordine di monaci, e meno ancora un ordine di monache cistercensi. Tuttavia, in un luogo chiamato Tart, a circa 10 km al nord di Cîteaux, venne fatta una fondazione nel 1125 per alcune donne devote, decise ad imitare l’austero esempio dei monaci cistercensi.

Così come Cîteaux aveva preso inizio da Molesme, allo stesso modo Tart sorse da Jully, un monastero fondato sotto la direzione dell’abate Guido di Molesme, successore immediato di san Roberto, verso il 1113. Fu a Jully che, sotto la guida dell’abate di Molesme, si riunivano le spose e altre donne legate per parentela ai monaci di Molesme. Il numero dei membri della comunità di Jully aumentò notevolmente con l’entrata a Cîteaux di san Bernardo e i suoi compagni, perché le spose e le sorelle di questi uomini cercarono rifugio a Jully. La sorella stessa di Bernardo, poi, venne accolta in questa comunità e ne divenne Priora nel 1128.

Le circostanze della fondazione di Tart non sono del tutto chiare, ma i primi documenti d’archivio nominano come garanti il Vescovo di Langres con il capitolo della sua cattedrale, la famiglia dei Duchi di Borgogna e Stefano Harding, abate di Cîteaux. Il primo gruppo delle monache fondatrici venne dalla numerosa comunità di Jully, guidato da Elisabetta de Vergy, figlia, probabilmente, di una contessa avente lo stesso nome, conosciuta come generosa benefattrice e amica dell’abate Stefano. Non c’è dubbio che la sollecitudine e il sostegno morale del santo abate di Cîteaux costituivano un fattore importante per il successo della fondazione delle monache; d’altro lato, non esistono prove che il Capitolo generale di Cîteaux abbia assunto qualche responsabilità nei confronti di questa iniziativa o che altri monaci dell’Ordine fossero in qualche modo coinvolti nella cura materiale o spirituale della nuova comunità. Lungo tutto il corso del secolo XII, il Capitolo generale mantenne una politica di non intervento, per timore che l’essere coinvolto nei problemi delle monache potesse compromettere il carattere puramente contemplativo dell’Ordine.

L’atteggiamento negativo del Capitolo generale, tuttavia, non impedì ai membri della comunità di Tart di modellare la loro vita su quella di Cîteaux e non è da escludere che Stefano Harding abbia dato loro delle direttive in questo senso. I regolamenti primitivi delle monache non esistono più, ma non ci sono motivi per dubitare che la loro disciplina ascetica e il loro orario fossero identici a quelli dei monaci. Per le monache, tuttavia, il lavoro agricolo era probabilmente più limitato in confronto a quello dei monaci.

Nonostante i principi apparentemente severi sul “non intervento”, l’integrazione delle congregazioni di Savigny e di Obazine nel 1147 creò per Cîteaux nuovi problemi. Entrambe queste associazioni di monasteri comprendevano dei monasteri femminili ad essi affiliati, e gli accordi per l’aggregazione non specificavano quale posto dovevano occupare le monache all’interno della nuova organizzazione. In assenza di direttive formali, continuava a sussistere l’antico rapporto che esisteva tra le abbazie da poco integrate e le monache affidate alla loro responsabilità. Dopo il 1147, anche Tart venne riconosciuta come fondazione di Cîteaux, e quindi come membro della famiglia cistercense.

Intanto, senza intervento esplicito del Capitolo generale, continuavano a moltiplicarsi i monasteri cistercensi femminili, anche se in alcuni casi queste fondazioni ricevevano aiuto o incoraggiamento da singoli abati cistercensi. Tale situazione indusse la badessa di Tart a prendere l’iniziativa di organizzare i monasteri cistercensi femminili, almeno quelli situati nel Ducato e nella Contea di Borgogna. Verso la fine del secolo XII, la badessa di Tart teneva dei Capitoli annuali per le sue diciotto case figlie, nella festa di san Michele (29 Settembre) alla presenza dell’abate di Cîteaux o di un suo delegato. La natura e l’organizzazione di questo incontro erano più o meno identiche a quelle del Capitolo generale di Cîteaux. Per mantenere una comune disciplina, la badessa di Tart rivendicava per sé il diritto di fare la visita regolare e correggere tutte le sue “figlie”. Sono sopravvissuti solo pochi documenti dei Capitoli di Tart ed è molto probabile che tali sessioni non si celebrassero più dopo la fine del XIV secolo.

Una organizzazione simile era sorta nelle regioni di Castiglia e León tra i numerosi monasteri femminili cistercensi. Nel 1187, il re Alfonso VIII di Castiglia e la sua sposa, Eleonora, promossero la fondazione di Santa Maria la Real a Burgos, volgarmente nota come Las Huelgas. Nel 1188, dietro richiesta del re, l’abate Guglielmo di Cîteaux riconobbe “Las Huelgas” come madre di tutti gli altri monasteri cistercensi femminili del Regno, e autorizzò sessioni di Capitoli generali come quelli di Tart.

Nel 1189 si tenne il primo di questi Capitoli, alla presenza di alcuni vescovi e abati cistercensi; ma dei monasteri femminili, come Tulebras, nella regione di Navarra, e le case della sua filiazione, non poterono inviare dei delegati. Quando il re Alfonso rivolse al Capitolo generale di Cîteaux, nel 1191, la richiesta di concedere al Capitolo delle badesse spagnole di fare pressione sulle badesse riluttanti per costringerle a presentarsi a Las Huelgas, il Capitolo degli Abati si rifiutò di intervenire, affermando di non avere nessuna giurisdizione sulle monache. Secondo i documenti ancora esistenti del Capitolo generale degli Abati, fu questa la prima occasione di discutere temi attinenti alle monache cistercensi, anche se in modo negativo.

In seguito, soltanto una dozzina di badesse partecipavano ai Capitoli di Las Huelgas, che si tenevano nella festa di san Martino (11 novembre). L’organizzazione era modellata sulla Carta di Carità, ma l’autorità della badessa di Las Huelgas era facilitata molto dal fatto che la detentrice di quel titolo era di solito una principessa regale, e tutti gli altri membri di quella numerosa comunità provenivano dalla nobiltà spagnola. Questo può fornire una spiegazione di quella strana usanza secondo la quale la badessa di Las Huelgas si arrogava privilegi sacerdotali, per esempio la benedizione delle novizie, la predica di omelie e l’ascolto delle confessioni. L’abuso cessò soltanto con un energico intervento di Innocenzo III nel 1210.

Dopo l’incidente del 1191, il primo riferimento fatto alle monache durante il Capitolo generale si riscontra nel 1206: la proibizione di educare ragazzi nei monasteri di monache. Successivamente, nel 1213, i padri capitolari, improvvisamente, dichiararono che le monache già incorporate nell’Ordine non devono lasciare liberamente (la loro clausura)” e in futuro “nessun (monastero) potrà essere incorporato all’Ordine, se non osserva pienamente la clausura”. Senza dubbio, tra il 1190 e il 1210 all’incirca, le porte dell’Ordine erano state aperte con forza per l’ammissione delle monache, anche se il processo della “incorporazione” non era mai stato specificato dal Capitolo e solo una stretta clausura era stata richiesta enfaticamente tra tutte le altre condizioni che si potevano esigere per una più stretta affiliazione.

Tale inatteso voltafaccia dei padri capitolari era stato preceduto da alcuni sviluppi significativi. Uno di questi, era stato certamente la crescita spontanea delle istituzioni femminili, che, senza il consenso formale dell’Ordine, avevano seguito i regolamenti di Cîteaux e si erano chiamate Cistercensi. Fin dal 1150, il benedettino Germano di Tournai descriveva queste donne tenaci come “sforzandosi di conquistare non solo il mondo, ma anche il loro sesso; di loro spontanea volontà hanno abbracciato con violenza, ma con gioia, l’Ordine di Cîteaux, dove tanti uomini giovani e robusti hanno timore di entrare. Spogliandosi di tutte le loro vesti di lino e delle loro pellicce, indossano soltanto tuniche di lana. Non si dedicano soltanto a lavori femminili, come filare e tessere, ma escono a lavorare nei campi, scavano, abbattono e sradicano la foresta con le loro asce e accette, tagliano spine e rovi, lavorano assiduamente con le loro mani e si procurano in silenzio il loro cibo. Imitano in tutto i monaci di Clairvaux, danno prova della Parola del Signore: “A chi crede, tutto è possibile”.

All’inizio del secolo XIII, un altro osservatore attento, il Cardinale Giacomo de Vitry, riferì che “i monasteri femminili cistercensi si sono moltiplicati come le stelle del cielo”, e citò la fondazione di sette comunità a breve distanza di tempo nella sola diocesi di Liegi. Lo stesso autore andò ancora oltre e stabili una relazione tra la pressione che le monache esercitavano su Cîteaux e la decisione presa dal Capitolo generale dei Premonstratensi, di sopprimere i monasteri doppi dell’Ordine, di canonici e di monache, e di proibire l’incorporazione ulteriore di monasteri di monache. La data di tale decreto, 1198, coincise probabilmente con la data in cui il Capitolo generale dell’Ordine Cistercense mutò il proprio atteggiamento, passando dall’intransigenza e il non intervento all’aiuto delle sorelle abbandonate dai Premonstratensi, che erano i loro primi protettori.

La disponibilità dei Cistercensi ad assumere quella “cura pastorale delle monache” (cura monialium) che avevano rifiutato fino ad allora, era molto probabilmente dovuta alla relazione tra monaci e monache esistente già prima della fine del secolo, relazione alquanto benefica anche se informale. Questo si può dimostrare soprattutto nel caso delle grandi abbazie delle Fiandre e della regione del Reno, dove si erano stabiliti buoni rapporti con le monache, a partire dall’ammirazione espressa da san Bernardo per santa Ildegarde di Bingen (1098-1179) e l’amicizia di quest’ultima con i monaci di Villers, nel Brabante. Il fascino che la comunità esercitava con le rivelazioni mistiche della grande badessa benedettina, aveva generato un interesse sempre maggiore verso questi fenomeni, così che l’attenzione dei monaci si era rivolta verso i gruppi informali di pie donne, dette “Beghine”. Lungo tutto il secolo XIII, Villers, seguito da Aulne e Lieu-Saint-Bernard, aveva svolto un ruolo di primo piano nella cura delle comunità delle Beghine. I monaci assicuravano loro rispetto, protezione legale e insegnamento teologico, mentre le Beghine ispiravano i monaci con la loro profonda spiritualità e li aiutavano a tenere vivo il fervore della devozione in un’epoca in cui gli altri monasteri sperimentavano il declino del loro primitivo zelo. I Cistercensi, almeno in quella regione geografica, ereditarono il ruolo dei Premonstratensi e continuarono a guidare le monache, fino al sopraggiungere degli Ordini mendicanti.

Il problema principale che aveva costretto il Capitolo generale a muoversi con circospezione nell’ammettere monasteri di monache nell’Ordine, era la clausura. Il diritto canonico del secolo XII non era abbastanza esplicito a questo proposito ed era compito dell’abate “padre”o fondatore determinare in concreto i limiti della libertà delle monache nell’uscire di clausura. Lo spirito delle riforme del tardo XI secolo esigeva rigore in questo campo, e di conseguenza la responsabilità dell’abate aumentava in rapporto alla restrizione della libertà di movimento delle monache. Fintanto che le monache erano libere di muoversi all’interno o all’esterno della clausura, ed erano in grado di provvedere alle proprie necessità, di coltivare le loro terre, di occuparsi dei loro obblighi relativi all’economia, al diritto o allo stato sociale, tutto ciò di cui avevano bisogno da parte del loro abate padre era un cappellano o confessore.

Gli abati della prima generazione dei Cistercensi avevano preso una posizione moderata riguardo alla clausura. Le monache di Tart erano libere di dedicarsi ai lavori agricoli anche al di fuori delle mura di clausura del monastero. Ciò divenne impossibile solo a partire dal 1184, con una bolla di Lucio III, che impose alle monache una più severa legge di clausura. Verso il 1130, l’abate Ugo di Pontigny, in seguito vescovo di Auxerre, approvò un regolamento per le monache, che permetteva loro di uscire dalla clausura e di lavorare in piccoli gruppi nei loro campi. Fino al 1194, un gruppo di monache rendeva visita a Cîteaux per la festa della Dedicazione della Chiesa, e cantava l’Ufficio Divino insieme ai monaci. La stessa cosa si ripete nel 1220, in una occasione analoga, a Savigny: le monache avevano perfino preso posto nel refettorio dell’Abbazia. Il Capitolo generale protestava in entrambe queste occasioni, perché a quell’epoca i regolamenti sulla clausura erano ormai diventati molto più rigidi e tali “abusi non potevano più essere tollerati.

Quando si giunse al punto in cui perfino la badessa non aveva il permesso che raramente di varcare la soglia della clausura, il padre immediato doveva provvedere a tutte le necessità della vita di clausura di una comunità che diventava così totalmente dipendente. Le badesse non avevano più l’autorizzazione di visitare le loro fondazioni o di partecipare a Capitoli o a riunioni di monache. A quel punto, il rispetto e la buona reputazione di cui godeva un monastero dipendevano molto da una rigida applicazione delle leggi della clausura, così che il dilemma del Capitolo generale cistercense di fronte al problema si ridusse alla scelta tra l’accettazione e il rifiuto totale. Decidersi in favore dell’accettazione implicava gravi e pesanti responsabilità morali e materiali.

Assumersi questi oneri all’inizio del secolo XIII, apriva letteralmente le porte al punto che molti abati sì trovarono sopraffatti da doveri molteplici nei confronti delle monache. Praticamente, la “incorporazione” tornò a beneficio dei monasteri di monache, rendendole partecipi di tutti i diritti e i privilegi dei Cistercensi, esenzione compresa, ma il Capitolo generale doveva emanare leggi per i loro monasteri, fornire per ogni comunità un capace padre abate, il quale a sua volta doveva fornire cappellani e confessori così come procuratori e fratelli conversi, responsabili delle proprietà delle monache. Il padre immediato doveva controllare le ammissioni al monastero, per assicurarsi che il numero delle monache non aumentasse al di là delle loro possibilità di sostentamento. L’abate presiedeva alle professioni e all’elezione della badessa; era responsabile della disciplina della comunità grazie alle visite regolari annuali; era l’arbitro principale nei conflitti tra monache, e ne era il difensore nelle contese legali con gli esterni. Se un monastero si trovava in difficoltà, l’abate doveva provvedere a risolverle. Se la gravità dei problemi richiedeva la dispersione, il trasferimento o la soppressione del monastero, il Capitolo generale doveva decidere in base alla relazione dell’abate responsabile.

Nei casi in cui un abate era responsabile di più di un monastero, facilmente i suoi obblighi ne superavano le possibilità di conduzione. Questo fu il motivo per cui fin dal 1220, il Capitolo generale capovolse la propria posizione e approvò la proibizione di incorporare ulteriormente qualsiasi monastero femminile. Questo statuto non venne osservato, però, e nel 1225 come nel 1228, il Capitolo dovette ripetere la stessa decisione. Nel 1239 i padri capitolari dichiararono che la non osservanza della legge causava gravi scandali e minacciò tutti i trasgressori con terribili conseguenze. Dato che le monache desiderose di essere ammesse, scavalcavano spesso la proibizione ottenendo un breve papale in appoggio alla loro richiesta, nel 1222 il Capitolo chiese alla Santa Sede di astenersi per il futuro da una tale interferenza. Dopo un certo numero di ammissioni forzate, il Capitolo del 1251 ottenne finalmente da Innocenzo IV un’ultima garanzia: l’Ordine era libero, per il futuro, di non prendere in considerazione i brevi papali a questo riguardo e di imporre la sospensione totale delle incorporazioni.

Verso la metà del secolo XIII era finita quella grande “valanga”. Avevano ancora luogo fondazioni o incorporazioni, ma quelli che si rivolgevano invano a Cîteaux, potevano facilmente trovare protezione sotto le ali dei Domenicani o dei Francescani. Il Capitolo generale non era in grado di controllare il moltiplicarsi dei monasteri che si dichiaravano Cistercensi senza essere incorporati, e che restavano perciò sottomessi all’autorità della diocesi. Il loro numero restò incerto. Nel periodo di maggiore sviluppo, il numero totale dei monasteri di monache era probabilmente superiore a quello delle abbazie dei monaci. In Inghilterra e nel Galles, i monasteri femminili erano solo trentadue, in maggioranza priorati; meno ancora in Irlanda e nella Scandinavia. Ma i Paesi Bassi contavano verso la metà del XIII secolo circa 70 monasteri femminili; il Portogallo ne contava 10; Spagna e Italia ne contavano ciascuna circa 70. Nei paesi di lingua tedesca, Austria e Svizzera comprese, se ne contavano almeno trecento. La Francia ne contava un po’ meno, circa 200. Secondo un elenco del secolo XV (Winter, III, 175-85) il numero totale dei monasteri incorporati era di 211.

La mancanza di monaci disponibili, lungo il corso del secolo XIII, richiedeva un compromesso un po’ particolare. Le abbazie che erano responsabili di monasteri femminili cistercensi ammettevano al noviziato chierici e sacerdoti disposti a lavorare nei monasteri di monache, i quali, dopo una formazione sulla liturgia e la spiritualità cistercense, emettevano i voti nel monastero femminile alla presenza della badessa, promettendole obbedienza. Questi sacerdoti abitavano in permanenza presso la comunità. di monache cui prestavano servizio, indossavano l’abito cistercense, anche se, a rigor di termini, non erano propriamente membri dell’Ordine, perché non appartenevano a nessuna abbazia maschile e il loro superiore immediato era la badessa. Questo accordo durò fino al Concilio di Trento, i cui canoni riformarono profondamente la vita dei monaci e delle monache. In base alle decisioni del Capitolo del 1601, i membri più anziani dell’Ordine diventavano responsabili della guida spirituale delle monache. Nello stesso tempo, monaci dell’Ordine o laici capaci e degni di fiducia ricevevano la responsabilità dell’amministrazione temporale dei beni dei monasteri femminili.

Quando il padre immediato non poteva fornire alle monache l’aiuto dei fratelli conversi di cui avevano bisogno, i monasteri stessi venivano incoraggiati ad ammettere fratelli conversi. Queste persone ricevevano una formazione iniziale insieme ai monaci, ma facevano professione nelle mani della badessa. Essi vivevano fuori della clausura delle monache ed erano responsabili delle proprietà e dei diversi laboratori. Dopo la scomparsa effettiva della istituzione dei fratelli conversi, le monache furono costrette a ricorrere a secolari, i quali potevano diventare, come laici devoti, dei familiares. Oltre alle monache di coro, la maggior parte dei monasteri contava un certo numero di sorelle converse, reclutate dalle classi sociali inferiori. I loro doveri erano simili a quelli dei fratelli conversi.

Le fattorie dei monasteri femminili non erano mai in grado di essere fiorenti grazie alla coltivazione diretta delle terre: anche se alcune comunità possedevano delle proprietà estese, le loro iniziative di carattere economico e il loro ruolo nello sviluppo agricolo restava piuttosto indietro rispetto alle grandi abbazie maschili. La fondazione reale di Las Huelgas, nei pressi di Burgos, comprendeva ad esempio, il territorio di 64 paesi.

I monasteri femminili del medioevo occuparono sempre un posto di primo piano nella struttura della società del loro tempo. Per le vedove o le giovani di alta società che non si sposavano, non c’era quasi altro stato accettabile di vita che entrare in convento; si può supporre perciò che la maggioranza del personale di una comunità consistesse in donne per le quali la vocazione religiosa era stata una scelta di ripiego. E tuttavia, fintanto che restava intatto il vigore dell’ideale religioso del medioevo, anche questo non in debolì mai l’atmosfera di una spiritualità profonda e autenticamente devota. A questa impostazione sociale era dovuto anche il fatto che in un gran numero di monasteri femminili venivano ammesse come monache di coro soltanto membri di famiglie nobili; la dignità di badessa, particolarmente, era riservata a persone appartenenti all’alta aristocrazia e perfino in alcuni casi a principesse di stirpe reale. Anzi, il monastero per molti secoli costituì per le giovani che appartenevano alle classi più alte, l’unica possibilità di cui disponevano per ricevere una educazione adeguata; e se le abbazie cistercensi maschili si rifiutavano di accogliere dei ragazzi, le monache cistercensi da sempre accoglievano delle educande. Santa Matilde di Hackeborn era entrata in un monastero cistercense all’età di sette anni, santa Gertrude la Grande all’età di quattro anni. Il curriculum degli studi era fondamentalmente lo stesso delle scuole monastiche o cattedrali di ragazzi, e spesso comprendeva interamente i corsi del trivio e del quadrivio, perché era indispensabile conoscere il latino per partecipare all’Ufficio quotidiano o per dedicarsi alla Lectio Divina. Le classi più alte della scuola del monastero erano riservate di solito alle ragazze che desideravano entrare a far parte della comunità. I regolamenti emanati dal Capitolo del 1601 prescrissero esplicitamente che si potevano educare in monastero ragazze aventi più di 12 anni, solo se dimostravano segni di vocazione religiosa.

I monasteri cistercensi femminili del XIII e XIV secolo erano centri da cui irradiava la nuova spiritualità inaugurata da san Bernardo. Alcuni dei suoi ottimi successori, contribuirono molto ad edificare il misticismo cristiano e i loro scritti non hanno mai cessato di ispirare le anime che cercano Dio. Fra molti altri monasteri, l’abbazia di Helfta in Sassonia, durante il lungo governo di Gertrude di Hackeborn (1251-1292) divenne una grande scuola di misticismo, benché il monastero appartenesse a quel gran numero di case non incorporate all’Ordine. La sorella della Badessa, Metilde di Hackerborn, e Gertrude la Grande – monaca di quello stesso monastero in quello stesso periodo – sono entrambe molto note per le loro rivelazioni. Un’altra grande mistica dell’epoca, Metilde di Magdeburgo, trascorse anche lei gli ultimi anni della sua vita a Helfta.

Questo gruppo di monache fu tra le prime promotrici della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Un certo numero di monasteri con lo stesso tipo di spiritualità si formò attorno all’abbazia di Villers nel Brabante. La loro gloria più grande fu santa Lutgarda di Aywières (?-1246): le apparizioni del Signore, che le mostrava il suo cuore trafitto, costituirono le prime rivelazioni, di cui si abbia traccia, dei Cuore di Gesù. Altri famosi membri dello stesso gruppo furono la Beata Ida di Lovanio – che ricevette le stigmate – e due altre monache dello stesso nome, entrambe monache del monastero di La Ramée, nel Brabante, celebre centro di santità e di cultura. La Beata Aleide di Schaarbeck, monaca di La Cambre, presso Bruxelles, soffri il martirio della lebbra, mentre guariva gli altri, con un solo tocco di mano. In quel periodo molte donne nobili trascorrevano soltanto gli ultimi anni della loro vita in un monastero cistercense, pur raggiungendo un alto grado di santità. La Beata Jeanne, figlia di Baldovino, primo imperatore latino di Costantinopoli, terminò i suoi giorni a Marquette, vicino a Lille. Santa Edvige, patrona della Slesia e zia materna di santa Elisabetta di Ungheria, dopo la morte di suo marito, il Duca Enrico di Slesia, concluse la sua vita nel monastero di Trebnitz, dove sua figlia era badessa.

Qualsiasi tentativo di dare una visione globale dei monasteri medioevali, dovrebbe evitare di cadere nelle generalizzazioni, per quanto possibile. Le differenze tra le varie istituzioni erano così grandi che le eccezioni sembrano superare i casi che rientrano in categorie precostituite.

Le fondazioni patrocinate dalla casa regale in Francia superavano, quanto a ricchezza e a numero dei membri, una grande quantità di comunità piccole e costantemente provate. Il grande monastero di Maubuisson, fondato nel 1236 e costruito in finissimo stile gotico da Blanche di Castiglia, madre di s. Luigi IX, era ricchissimo e conteneva 140 monache, provenienti dalla più alta nobiltà. Tante altre abbazie, come ad esempio Notre-Dame-du-Lys e Port-Royal, vennero fondate con altrettanta generosità. Ma ricchezze e nobiltà attiravano a questi monasteri troppe donne spinte a chiedere l’ammissione solo perché non avevano marito. Con lo stabilirsi del sistema della commenda, le badesse vennero nominate in base a capricci regali, mossi da convenienze sociali o dinastiche.

L’abuso più lampante fu la nomina di Angelica d’Estrées nel 1597 da parte di Enrico IV a badessa di Maubuisson, madre di dodici figli avuti da una lunga schiera di amanti, sorella della “bella” Gabriella, una influente concubina del Re, promotrice di questa scandalosa iniziativa. Sulla tomba della santa Regina Bianca di Castiglia, si celebravano feste galanti. Fintanto che visse il Re, tuttavia, non fu possibile allontanare quella donna indegna. Soltanto nel 1618 l’abate Generale Don Nicolas Boucherat riuscì a penetrare nel monastero con l’aiuto delle forze militari e mise in fuga la badessa.

Il monastero italiano di Rifreddo, ai piedi delle Alpi, era più vicino all’immagine di una comunità media. Dopo la fondazione, avvenuta nel 1220, le monache dovettero aspettare 20 anni prima di poter essere incorporate grazie ad un breve papale. Ma il beneficio che derivò a livello di reputazione pubblica e assistenza amministrativa, non sembrò compensare le monache della perdita della libertà. La stretta clausura le costrinse ad abbandonare l’amministrazione delle loro terre e le rese dipendenti in tutto dal loro “padre”, l’abate di Staffarda. Dato che i monaci non erano mai in grado di fornire un numero sufficiente di fratelli conversi, le terre di Rifreddo dovettero essere cedute in affitto dietro il versamento di un canone annuo fisso, che sosteneva circa venti monache. Alla disillusione nata da tale accordo fecero seguito decine d’arini di litigi fra i monaci e le monache scontente.

Caratteristica dell’economia delle monache fu il rapido abbandono della coltivazione in proprio delle terre del monastero e il ricorso ad affitti e a decime: da questo ebbe origine una severa limitazione dei membri della comunità. Questo problema fu l’oggetto principale delle visite regolari fatte da Stefano Lexington, abate di Savigny, quando negli anni attorno al 1230 volle ispezionare i monasteri femminili dipendenti dalla sua abbazia. Restò sconcertato di fronte ai debiti di molti monasteri e proibì che si prendessero dei prestiti superiori a dieci libbre di Tournay senza il suo permesso. Consapevole “dello sviluppo e della diffusione quotidiana del male nel mondo”, diffidava della capacità delle monache di cavarsela da sole. Fintanto che gli era possibile, era disposto ad inviare monaci e fratelli, in piccole comunità, che si assumessero la responsabilità per i compiti amministrativi dei monasteri di monache. A Monce, nella diocesi di Tours, trovò le monache in gravi difficoltà finanziarie. Ridusse allora il loro numero da 30 a 28, ma diede loro quattro sacerdoti e due fratelli conversi, perché potessero assisterle. Un altro problema sembra che fosse costituito dalla ospitalità indiscriminata. Il severo abate Stefano proibì alle monache di offrire riparo “agli studenti girovaghi (goliardi) o ad altri vagabondi che fingono di essere sacerdoti … ed anche a laici dissoluti”. Potevan essere accolte solo persone “visibilmente malate e veramente povere”; perfino i monaci e i fratelli erano invitati a cercare accoglienza in monasteri vicini. L’ammonimento comprendeva anche le ospiti: donne incinte o di cattiva reputazione dovevano essere tenute lontano, anche se era possibile accogliere madri con bimbi piccoli, se povere e con figli inferiori ai quattro anni.

Les Blanches, una delle prime fondazioni di Savigny (1105) era chiaramente in buone condizioni economiche, e così Stefano insistette soltanto sul fatto che la comunità non doveva superare il numero di cinquanta. Ma il monastero non contava un numero sufficiente di sorelle converse e quindi dovettero assoldare delle domestiche. Queste persone dovevano fare promessa di fedeltà al monastero e di castità per tutto il tempo che sarebbero rimaste in servizio, e dovevano anche fare voto di non rendere pubblici, fra gli esterni, i segreti della casa. Non si potevano ammettere nel monastero ragazze inferiori ai dodici anni, e prima di iniziare il loro noviziato dovevano aver compiuto i diciannove anni. Quest’ultima norma, però, si rivelò abbastanza flessibile. A Saint-Aintoine-des-Champs, situato alla periferia di Parigi, l’abate di Savigny concesse di accogliere ragazze che avessero raggiunto “l’età della discrezione” che a suo giudizio, corrispondeva a otto anni. A Port-Royal, richiamò le monache a non superare il numero fisso di sessanta persone, “perché una crescita imprudente del numero dei membri non le costringesse ad andare fuori mendicando, (come) le figlie di Giobbe”, mettendo gravemente in pericolo le loro anime e pregiudicando seriamente la loro buona reputazione.

La decadenza generale dei monasteri femminili ebbe inizio nel secolo XIV, per le stesse ragioni che sollevarono i gravi problemi che opprimevano i monaci. In mezzo alle devastazioni causate dalla guerra e dalla peste, i monasteri di monache avevano ancora minori possibilità di resistenze delle abbazie dei monaci. Molte di loro abbandonarono le loro clausure situate in mezzo ai campi per trasferirsi permanentemente nelle città fortificate; altre comunità restarono con così pochi membri, che fu necessario sopprimerle. In alcuni casi, le comunità ridotte si riunirono in un solo monastero. In caso di soppressione, le abbazie di monaci più vicine ne ereditavano le proprietà. Le comunità di monaci che avevano ancora un sufficiente numero di membri, trasformavano le case abbandonate in monasteri maschili. La decisione finale, in tali casi, spettava al Capitolo generale, e dal 1350 fino al 1450 vennero prese decine di decisioni drastiche. Nel 1393, ad esempio, venne soppresso il monastero femminile di Beaufay, e i suoi beni passarono a Morimond: erano rimaste soltanto due monache in una clausura completamente pericolante, gli uffici divini erano stati interrotti, e non c’era più speranza di una ripresa. L’inflazione si diffuse a tal punto che fin dal 1339 il Capitolo generale dispensò tutti i monasteri femminili cistercensi dal versare i contributi all’amministrazione centrale dell’Ordine.

Nelle comunità femminili che sopravvissero, mantenere la disciplina costituiva un problema altrettanto grave. Dalla fine del secolo XIV, il Capitolo generale si trovò spesso a prendere provvedimenti disciplinari, contro il rilassamento o perfino gli scandali, nei monasteri femminili. Le accuse più comuni erano: abiti lussuosi, il cibo, ambienti, violazione della clausura: questo risultava in parte dall’abitudine delle donne nobili di trasferirsi in monastero come “pensionate”, seguite dalle domestiche; il loro esempio era imitato dalle stesse monache. Le misure prese contro comunità ricalcitranti furono più di una volta molto drastiche. Ma nemmeno le punizioni più severe erano in grado di porre freno alla decadenza generale; anzi, in questo processo di deterioramento nemmeno il ramo maschile dell’Ordine era del tutto irreprensibile. Le visite regolari ad opera dei padri abati divennero sempre più rare o si sospesero del tutto; la cura spirituale dei monasteri femminili veniva trascurata o assunta da sacerdoti di altri ordini; l’esempio dato dalle vicine abbazie maschili non era sempre edificante.

Il punto più grave di una decadenza ormai generalizzata venne raggiunto con la Riforma, quando in Germania la maggior parte dei monasteri femminili venne secolarizzata e le monache disperse. È degno di nota il fatto che la moglie di Lutero, Caterina Von Bora, era stata monaca cistercense. Tuttavia sopravvisse alla Riforma un buon numero di monasteri femminili tedeschi. Nel 1573-74, un giro di visite regolari nel paese, effettuato dall’Abate Generale Nicola Boucherat I, rivelò che sopravvivevano ancora settantun comunità abbastanza numerose, con un totale di 972 monache di coro, 389 sorelle converse, 73 novizie e 68 postulanti. Però un secolo di conflitti religiosi e le guerre con Luigi XIV avevano reso estremamente precaria la vita dei monasteri cistercensi femminili. La regione del Reno e le Fiandre – i paesi cioè che avevano il numero più alto di monasteri ancora fiorenti – era esposta alle devastazioni più gravi, causate da quell’incessante stato di guerra. In tutti gli altri paesi, soprattutto in Spagna e in Francia, le forze della Controriforma ispiravano energici movimenti di rinnovamento morale.

Simultaneamente agli sforzi effettuati tra i monaci in vista di una totale riforma, venivano intraprese iniziative simili anche fra le monache. Il Capitolo generale del 1601 approvò una legislazione dettagliata per i monasteri femminili, sottolineando ancora una volta gli obblighi dei padri abati, dei cappellani e dei confessori, fissando dei regolamenti per l’orario quotidiano delle monache, per la liturgia e gli esercizi spirituali, l’ammissione dei nuovi membri e l’amministrazione dei loro beni, rinforzando le prescrizioni di una clausura stretta ed escludendo dai monasteri il personale laico. Lo stesso Abate Generale Nicolas Boucherat Il si dimostrò zelante promotore della riforma tra le monache. Dopo aver sostenuto un certo numero di iniziative locali, egli promulgò nel 1624 un decreto che prescrisse l’osservanza stretta della clausura in tutti i monasteri della sua giurisdizione, come condizione per l’ammissione delle novizie e la validità delle professioni.

In Spagna, la riforma venne inaugurata nel 1594 con l’aiuto della Badessa di Las Huelgas. Sotto la sua tutela, , un gruppo di monache, nel 1595, si trasferì a Valladolid, dove fondò il monastero dei santi Giaocchino ed Anna, e si chiamarono “Recollette”, consacrate all’osservanza rigorosa della Regola di san Benedetto. Il movimento si diffuse a circa altre dodici comunità, che insieme formarono la “Federazione di Valladolid”. Tale organizzazione sopravvisse all’ondata di secolarizzazione che percorse il secolo XIX e nel 1955 si unì alle monache della “Federazione Spagnola dell’Osservanza Regolare”.

Anche la Savoia fu un altro paese in cui ebbe luogo una profonda riforma religiosa, ispirata dal grande vescovo di Ginevra, san Francesco di Sales (1567-1622). Sotto la sua direzione, nel 1617, una sua lontana parente, Luisa De Ballon, tentò di infondere nuovo vigore nella disciplina rilassata del monastero di S. Caterina. La resistenza di alcune monache, tuttavia, fu così tenace che nel 1622 le riformatrici vennero costrette a trasferirsi a Rumilly, dove fecero una nuova fondazione. Questo monastero fiori al di là di ogni aspettativa e la riforma si diffuse ad altre quindici comunità femminili; si formò così la congregazione delle “Bernardine della Divina Provvidenza”, le quali non sottostavano pIù all’autorità di Cîteaux. Le Costituzioni della nuova istituzione vennero modellate in base a quelle delle Visitandine, l’Ordine di monache posto sotto la guida di san Francesco di Sales, e vennero approvate dalla Santa Sede nel 1634. Allo scoppiare della Rivoluzione Francese questa Congregazione contava venticinque monasteri.

Mentre M. Luisa De Ballon lottava contro le monache restie di S. Caterina, un’altra donna pia, Luisa De Ponçonas, faceva una esperienza simile nella comunità di Ayes, nel Delfinato. Dietro consiglio dello stesso san Francesco, si unì alle monache di Rumilly nel 1623 e diventò, durante il governo di M. Ballon, maestra delle novizie. Ma le due riformatrici non riuscirono ad intendersi a fondo e ben presto le loro strade si divisero. Il gruppo che segui Madre Ponçonas si stabili, dopo aver fatto alcune fondazioni, a Parigi, e là vissero secondo i primi regolamenti delle monache cistercensi. Questo piccolo gruppo, costituito da soli tre monasteri, adottò la denominazione di “Bernardine del Preziosissimo Sangue”; i loro regolamenti furono approvati nel 1661 da Jean Jouaud, vicario generale dei Cistercensi della Stretta Osservanza.

La riforma di Tart, primo monastero delle monache cistercensi, venne effettuata nei primi anni del secolo XVII, ma diventò tema di grande pubblicità solo dopo la nomina della Badessa Jeanne de Courcelles de Pourlans nel 1617, da parte del Re. Nicola Boucherat II, abate immediato di Tart, sostenne calorosamente l’iniziativa, ma il ruolo che egli svolse venne oscurato ben presto da quello del Vescovo di Langres, Mons. Sebastiano Zamet. Questi era un prelato influente e di grandi ambizioni, che pensava ad una congregazione di monache riformate, sotto la sua protezione. Nel 1623 la comunità si trasferì a Digione e una nuova stesura di regolamenti venne approvata dal Capitolo generale dello stesso anno.

Dopo la morte di Boucherat, il suo successore, Pierre Nivelle, si risentì dell’interferenza di Zamet in questa vicenda e cercò di recuperare la propria autorità sulle monache. Zamet, appoggiato pienamente dalle monache, reagì ottenendo da Roma un breve papale che gli garantì piena giurisdizione sul monastero; allora Nivelle scomunicò la Badessa e rivolse le sue lamentele al Parlamento di Digione. Zamet non solo vinse la causa, ma si assicurò perfino il diritto – da Luigi XIII – di nominare badesse per un mandato di tre anni. Il passo successivo nel piano di Zamet consisteva nella formazione di un nuovo Ordine di monache dedicate all’adorazione perpetua, con la denominazione di “Figlie del Santissimo Sacramento”. Membri di questa nuova istituzione sarebbero stati Port-Royal, Lys e Tart con le loro case affiliate. L’ambizioso Vescovo non risparmiò nessuno sforzo per realizzare tale progetto, ma non fu in grado di superare i problemi sollevati dal conflitto degli interessi e delle influenze e il suo progetto venne accantonato.

La riforma che fece maggiore scalpore in tutta la Francia e all’estero fu quella animata da Port-Royal. La storia di questo famoso monastero è stata raccontata in lungo e in largo innumerevoli volte, perché proprio tra le monache trovarono rifugio e appoggio entusiasta i primi Giansenisti: l’intera comunità venne trascinata in una controversia famosa, che si concluse poi in modo tragico. L’ultima fase nel seguito drammatico degli eventi ebbe luogo molto tempo dopo che Port-Royal si era già separata dall’Ordine Cistercense; si tratterà quindi, in questo luogo, solo brevemente dell’inizio del movimento.

Port-Royal, nei pressi di Versailles, era stata fondata nel 1204, e in breve tempo divenne comunità fiorente e molto numerosa. Ma verso la fine del XVI secolo, come molti altri monasteri simili, la comunità si era impoverita molto, in ogni senso. Le dodici monache che vi abitavano, conducevano una vita monastica rilassata senza osservare la clausura. Come succedeva non di rado sotto Enrico IV, una bambina di sette anni venne nominata coadiutrice dell’anziana Badessa, e nel 1602 la giovane, che non aveva ancora compiuto undici anni, ma che pretendeva seriamente di averne diciotto, venne installata come Badessa. Il suo nome era Angelica Arnauld, figlia di un ricco ed influente avvocato di Parigi. Ma non sembrava tanto diversa dalle sue spensierate coetanee, fintanto che, dopo aver udito una omelia di un frate Cappuccino in visita al monastero, subì una improvvisa conversione. Allora, in una scena indimenticabile per le monache che sarebbero diventate sue ammiratrici, M. Angelica, con tutta l’audacia dei suoi diciotto anni, chiuse il cancello del monastero in faccia ai familiari che le rendevano visita e reintrodusse le norme della clausura. Era il 25 settembre 1609, il famoso “Giorno dello Sportello del Monastero” (Journée du Guichet), uno strano miscuglio di tragi-commedia.

Da quel giorno in poi un’intera “galassia” di anime devote si raccolse attorno a Port-Royal: tutta gente che desiderava aiutare la giovane eroina e competere l’un l’altro per conseguire l’onore di sostenere la sua ammirevole riforma. Per breve tempo, Dom Maugier, Abate di La Charmoye, sembrò avere la fortuna di coinvolgere la comunità con la Stretta Osservanza. In seguito, divenne prominente l’influenza di san Francesco di Sales, che si interruppe solo con la morte di questi, sopraggiunta nel 1622. Gli fece seguito Mons. Zamet, che per poco non riuscì a convincere Angelica della necessità di fondare un nuovo Ordine, che comprendesse anche Tart e Lys. Questo progetto venne realizzato solo in parte, ma, in compenso, M. Angelica riuscì a riformare Maubuisson, dopo aver espulsa una sua ignota omonima. Ma il ruolo decisivo era riservato all’Abate di Saint-Cyran, il quale guidò per primo verso il Giansenismo le monache, incantate dal suo insegnamento.

Port-Royal ruppe con Cîteaux contemporaneamente a Tart, e per lo stesso motivo: Zamet convinse M. Angelica che il nuovo abate generale dell’Ordine, Pierre Nivelle, era contrario alla riforma, e che quindi non sarebbe riuscita a far nulla fintanto che la comunità fosse rimasta sotto la giurisdizione di Nivelle. Dopo che le pratiche del caso erano state inoltrate a Roma, Urbano VIII concesse l’esenzione di Port-Royal dall’autorità dell’abate generale e sottomise il convento, divenuto giuridicamente autonomo, alla giurisdizione dell’arcivescovo di Parigi. Gli eventi torbidi che condussero alla soppressione di Port-Royal nel 1709 e alla demolizione della sua chiesa e del suo chiostro – per motivi di vendetta – due anni più tardi, non appartengono alla storia cistercense.

In Francia ebbero luogo altre riforme locali, che godettero minore notorietà. Il monastero di Les Blanches, che nel 1590 comprendeva solo tre monache, Badessa inclusa, rifiorì sotto il governo di Isabella di Saussay (1604-1631) e verso il 1641 la comunità contava 31 monache di coro e dieci sorelle converse. L’antico monastero di Savigniac, localizzato a Villers-Canivet, fu riformato sotto il governo di Elena de la Moricière (1593-1636), e fondò una nuova comunità a Torigny; essa svolse un ruolo molto attivo nel rinnovamento religioso verificatosi in Normandia verso la fine del secolo. Nel 1681, il monastero diventò abbazia e nel 1705 contava ventiquattro monache di coro e nove sorelle converse.

I regolamenti di Torigny vennero approvati dall’Abate Generale Pierre Nivelle, anche se prevedevano le priore elette per un mandato di tre anni. La comunità teneva un collegio per ragazze. Verso la fine del secolo, Torigny cadde sotto la sfera di influenza di Les Clairets, monastero riformato da De Rancè, e sì uni al gruppo di comunità femminili della Stretta Osservanza. Nel 1723 Torigny contava 21 monache di coro e sette sorelle converse.

L’istituzione delle sorelle converse divenne frequentemente oggetto di discussioni e di critiche all’interno dell’Ordine, fin dall’inizio del XVII secolo. Gran parte delle critiche erano basate su una bolla di Pio V (1566-1572), che impose la soppressione dell’ammissione di sorelle converse. Edmond de la Croix, abate di Cîteaux, e Denis Largentier, abate di Clairvaux, credevano che la professione delle sorelle converse, e perfino quella dei fratelli conversi, consistesse soltanto in semplici promesse, prive quindi delle conseguenze giuridiche dei voti solenni. La bolla papale non ebbe comunque grande influenza su usanze ormai inveterate e alla fine prevalse. l’opinione che voleva conservare il tradizionale stato di professione, sia per le sorelle che per i fratelli conversi.

Lungo il corso del secolo XVIII, gli austeri regolamenti delle riforme precedenti videro frequentemente un progressivo rilassamento e molti monasteri femminili, per dare prova della loro utilità sociale, aprirono scuole o altre istituzioni analoghe per la protezione delle giovani. L’esempio più rilevante fu quello di La Cambre, nelle Fiandre. Qui, le monache gestivano una scuola che godette di grande fama dal secolo XVI in poi. Nel 1787, il collegio delle ragazze tenuto dall’abbazia contava 150 studentesse, molte delle quali ricevevano borse di studio o venivano educate gratuitamente. La maggior parte delle monache proveniva da famiglie borghesi. La comunità era fiorente e, in apparenza, conservava un buon livello di disciplina, non senza cadere, peraltro, nelle sofisticherie dell’Età della Ragione. Nel 1759 le monache rappresentavano nel monastero la commedia di Molière: “Medico nonostante se stesso” (Le médecin malgré lui), suddividendosi tra loro le parti degli attori, sia femminili che maschili. Per pacificare le coscienze rimaste all’antica, il programma presentava con grande rilievo una nota vistosa che assicurava gli spettatori dei fatto che tutto si svolgeva “con il permesso dei nostri superiori”.

L’abbazia di Herkenrode, nella provincia di Limbourg (Belgio) costituisce un esempio di comunità dove tutte le postulanti, prima di essere ammesse, dovevano dare prova di essere nobili. Tra istituzioni simili, questa era la più ricca della regione, e non si appellava a parvenza di utilità sociale se non quella di offrire una soluzione confortevole a donne rimaste senza marito. Una Badessa del XVII secolo scelse di far incidere come motto sotto il proprio stemma “Abbondanza di Dio”. Fino alla fine del secolo XVIII la comunità riscuoteva delle rendite annue pari a 95.000 fiorini, la maggior parte delle quali proveniva da affitti e decime. Ma la disciplina monastica era del tutto scomparsa e dei tentativi vennero fatti per trasformare la comunità in una casa di “canonichesse”. Herkenrode restò Cistercense fino alla soppressione, avvenuta nel 1797: ma solo di nome. Le monache, 25 o 30, vivevano in appartamenti propri, dove ricevevano gli ospiti, mantenevano un certo numero di servi, ed erano libere di lasciare il convento e passare lunghe vacanze con i loro parenti.

La Rivoluzione Francese soppresse tutti i monasteri di monache e la medesima politica prevalse in tutta l’Europa continentale, là dove arrivavano le truppe vittoriose dell’esercito francese. Ma i decreti di soppressione non vennero applicati in concreto in modo così capillare come avveniva per le abbazie maschili, e perciò il numero dei monasteri che sopravvisse restò considerevole, soprattutto in Spagna.

Con la rinascita del XIX secolo, alcuni monasteri si unirono all’osservanza dei Trappisti, che si sviluppava rapidamente. Essi conservavano così il loro carattere contemplativo. Gruppi di monache più attive si unirono alla Comune Osservanza e si impegnarono in opere di carità. Nel 1891, un totale di ottantasei monasteri femminili accettò di integrarsi alla Comune Osservanza, secondo vari livelli di dipendenza: le monache di coro erano 1.629 e le sorelle converse 586. Nello stesso anno, appartenevano alla Stretta Osservanza 28 monasteri, con un totale di 559 monache di coro e 596 sorelle converse.

Fino al 1953, il numero dei conventi e il totale delle monache subirono solo lievi modifiche. In quell’anno, il totale di case affiliate alla Comune Osservanza era di 88, in cui vivevano 1.739 monache di coro e 688 sorelle converse. Nello stesso anno, le statistiche della Stretta Osservanza contavano trenta case, con 879 monache di coro e 700 sorelle converse.

Durante gli ultimi anni ’50, le monache Trappiste conobbero un notevole sviluppo: il numero delle loro case salì a 48, con circa 2.000 monache. Ma poi, il “rinnovamento” degli anni ’60 portò a una notevole diminuzione di vocazioni. Verso la fine del 1972, il numero delle case restava invariato, ma il numero delle monache di coro con voti solenni era di 1.450 e le sorelle converse solo 152. Nello stesso periodo, le monache affiliate alla Comune Osservanza attraversavano una esperienza analoga. Nel 1974 contavano 86 case con un totale di 1.123 monache di coro e 240 sorelle converse. Negli ultimi cinque anni, lo stato di sorella conversa in tutte e due le osservanze è passato per la stessa trasformazione che subiva tra i monaci quello di fratello converso. Prevaleva infine la tendenza ad eliminare le differenze che tradizion, almente separavano le sorelle converse dalle monache di coro.

Grazie al “rinnovamento”, le norme della clausura sono state mitigate molto, autorizzando le monache a riunirsi in conferenze regionali e perfino Capitoli generali. Le varie “confederazioni” nate sotto l’autorità della Comune Osservanza hanno tenuto vari incontri fecondi. Le monache della Stretta Osservanza organizzarono il loro primo Capitolo generale nel 1971; nel 1975 il loro secondo Capitolo generale, tenuto a Roma, riunì 91 monache, provenienti da 49 monasteri. Tra queste due sessioni di Capitoli, sono state proposte cinque nuove fondazioni, che testimoniano il fatto che la “crisi dì vocazioni” degli anni precedenti si sta forse risolvendo. L’aumento delle vocazioni religiose in Giappone è uno dei segni più promettenti per quanto riguarda le attuali tendenze delle vocazioni alla vita monastica femminile.

 

Bibliografia

(...)

L.J. Lekai, I Cistercensi. Ideali e realtà, XXII, Certosa di Pavia, 1989.

 

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